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il manifesto 2013.02.09 - 06 INTERNAZIONALE
ISRAELE Calcio e razzismo a Gerusalemme
Ultras Beitar scatenati
ARTICOLO
ARTICOLO
Michele Giorgio
«Beitar pura per sempre». Gli ultras del Gerusalemme lo avevano scritto due settimane fa su di uno striscione issato allo stadio e, nonostante le condanne ricevute, non hanno mancato di ribadirlo ai dirigenti del loro club, «colpevoli» di aver ingaggiato il 26 gennaio due calciatori ceceni di fede islamica, Zaur Sadaev e Dzhabrail Kadaev del Terek Grozny. Un «oltraggio» per chi non vede nel Beitar una squadra di calcio ma un gruppo politico di estrema destra a tutti gli effetti. Così giovedì notte gli ultras del Beitar hanno incendiato una sede del club a Bayit Vagan (Gerusalemme) ditruggendo la sala dei trofei. Una risposta alle misure punitive della polizia e un avvertimento ai due calciatori ceceni che pure si stanno ambientando nel loro nuovo team e già si allenano.
Netanyahu ha condannato l'incendio doloso. «Si tratta di un comportamento vergognoso» ha affermato, «non possiamo tollerare un tale atteggiamento razzista». Ma il Beitar e il primo ministro hanno radici comuni. Il club è stato partorito dal Likud, il partito di Netanyahu, e le condanne di oggi non cancellano l'accondiscenza di ieri, quando si permetteva agli ultras di Gerusalemme di aggredire verbalmente, e talvolta fisicamente, i tifosi delle squadre arabe di Taibe e Sakhnin, senza che venissero presi provvedimenti per fermarli. Non dimenticando i raid ultrà nei centri commerciali a caccia di manovali palestinesi. Un tempo non lontano i dirigenti del Likud parlavano di vittorie del Beitar come «vittorie di Israele». Già domani le tante «condanne del razzismo» di questi giorni saranno messe alla prova allo stadio di Gerusalemme quando il Beitar affronterà il «nemico» Sakhnin.
«Beitar pura per sempre». Gli ultras del Gerusalemme lo avevano scritto due settimane fa su di uno striscione issato allo stadio e, nonostante le condanne ricevute, non hanno mancato di ribadirlo ai dirigenti del loro club, «colpevoli» di aver ingaggiato il 26 gennaio due calciatori ceceni di fede islamica, Zaur Sadaev e Dzhabrail Kadaev del Terek Grozny. Un «oltraggio» per chi non vede nel Beitar una squadra di calcio ma un gruppo politico di estrema destra a tutti gli effetti. Così giovedì notte gli ultras del Beitar hanno incendiato una sede del club a Bayit Vagan (Gerusalemme) ditruggendo la sala dei trofei. Una risposta alle misure punitive della polizia e un avvertimento ai due calciatori ceceni che pure si stanno ambientando nel loro nuovo team e già si allenano.
Netanyahu ha condannato l'incendio doloso. «Si tratta di un comportamento vergognoso» ha affermato, «non possiamo tollerare un tale atteggiamento razzista». Ma il Beitar e il primo ministro hanno radici comuni. Il club è stato partorito dal Likud, il partito di Netanyahu, e le condanne di oggi non cancellano l'accondiscenza di ieri, quando si permetteva agli ultras di Gerusalemme di aggredire verbalmente, e talvolta fisicamente, i tifosi delle squadre arabe di Taibe e Sakhnin, senza che venissero presi provvedimenti per fermarli. Non dimenticando i raid ultrà nei centri commerciali a caccia di manovali palestinesi. Un tempo non lontano i dirigenti del Likud parlavano di vittorie del Beitar come «vittorie di Israele». Già domani le tante «condanne del razzismo» di questi giorni saranno messe alla prova allo stadio di Gerusalemme quando il Beitar affronterà il «nemico» Sakhnin.
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