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il manifesto 2013.02.09 - 12
Berlinale • In gara «Paradies-Hoeffnung» capitolo finale del trilogia di Ulrich Seidl, esplorazione di un femminile devastato: esordio di Joseph Gordon Levitt «Don Jon's addiction»
L'amore ai tempi di You Porn
ARTICOLO - Cristina Piccino BERLINO
ARTICOLO - Cristina Piccino BERLINO
Quasi un romanzo di formazione e scoperta del corpo da parte del giovane Jon
Il primo week end della Berlinale è in pieno fermento, folla, coda per i biglietti, moltissimi sold out: la città vive il suo festival sotto una lieve nevicata che non scoraggia il rito del cinema alla Berlinale. In gara Paradies - Hoeffnung , il capitolo conclusivo della trilogia Paradise, esplorazione di un femminile devastato e sofferente, che nello sguardo del regista austriaco Ulrich Seidl diviene la lente attraverso la quale evidenziare ossessioni, disagi, materie oscure dell'occidente. Se nel primo, Liebe, la ricerca di amore a qualsiasi prezzo tra i ragazzi africani era il racconto di un'umanità divenuta globalmente, e nei suoi rapporti di forza, merce; e nel secondo Glaube la liturgia fanatica smascherava la sopraffazione del credo religioso, il terzo è forse il più morbido, come se quella «Speranza» del titolo - rimane da vedere però quale è il Paradiso - ci suggerisse uno spiraglio di possibilità. Il punto di partenza è sempre il corpo: massacrato, oltraggiato, frustrato nelle sue pulsioni, annichilito, bramoso, crudele. Melanie, la giovane protagonista, è la figlia di Teresa, la protagonista del primo capitolo, andata in Kenya in cerca di sesso. La ragazzina è un po' grassa e così viene mandata in un campo estivo per dimagrire. Gli adolescenti che trova lì sono tutti come lei, spavaldi e fragili insieme, frustrati da genitori che non vogliono crescere e cercano di fare gli amici chiedendo il permesso per comprare i vestiti da Gap. A disagio con il loro corpo e non solo perché grassi, con le pulsioni goffe del desiderio e l'ansia di crescere come la compagna di stanza che diviene l'amica del cuore di Melanie, che racconta la sua prima volta come una scelta obbligata, tanto tutte l'avevano fatto. Ma può servire in quello che è un romanzo di formazione della vita un campo in cui i soli metodi sono ginnastica, flessioni, digiuni e passeggiate nel bosco? Melanie si innamora del medico che gioca con lei al dottore come se fosse un ragazzino fuggendo però spaventato da se stesso e dal suo desiderio. Speranza , è forse il capitolo più compiuto, o almeno quello in cui Seidl sembra muoversi con più ispirazione e leggerezza, quasi si fosse liberato dalle ansie dimostrative che percorrevano i precedenti film, talvolta ingabbiando il meccanismo della loro messinscena. L'adolescenza al cinema è un terreno pieno di difficoltà, ma Seidl appare a suo agio: le camerette delle ragazzine ingombre di trucchi e pupazzetti in cui sembra di sentire attraverso lo schermo l'odore di sudore e quello strano essere in bilico tra un'infanzia ormai perduta e qualcosa che non ha ancora forma. Le feste, le sbronze, le chiacchiere a letto prima di spegnere la luce. Finzione e «realtà» si mescolano nei dialoghi, nel modo in cui Seidl fa vivere le sue attrici, a cominciare dalla protagonista, Melanie Lenz, molto brava, davanti alla macchina da presa. E lo scontro col mondo dell'adolescenza è lo spazio in cui si evidenziano i limiti e la stupidità di un certo ordine sociale (e morale), senza però celebrare alcuna mitologia letteraria dell'adolescenza, ma in una lucida messinscena della frizione tra regole (senza senso) e ribellione necessaria. L'idea era raccontare una storia d'amore con una ragazza che guarda troppi film romantici hollywoodiani e un ragazzo che invece non riesce a staccarsi da YouPorn da qui è nato Don Jon's Addiction , tra i titoli più attesi - e molto glamour - della Berlinale, nella sezione Panorama che ha inaugurato le sue (moltissime) proiezioni ieri. Forse anche perché il regista è un esordiente speciale, come Joseph Gordon Levitt, tra i più amati nelle nuove generazioni di star americane, protagonista per Nolan ( Inception, The Dark Knight ) e Spielberg ( Lincoln ) che ora sta lavorando sul set del prossimo film di Robert Rodriguez Sin City: A Dame to Kill . E in questa sua opera prima di cui è anche protagonista, ha messo insieme un cast specialissimo che va da Scarlet Johansson alla magnifica Julianne Moore. Jon Martello su di sé ha poche ma ben radicate certezze: la discoteca, il rimorchio, scoparsi una tizia a sera possibilmente da «dieci e lode», gli amici, la partita, la palestra e naturalmente, da bravo italo americano, il pranzo della domenica in famiglia dopo la chiesa. Niente di eccezionale, si dirà, se non fosse per quel dirty pleasure consumato all'eccesso, per cui il prete gli affibbia sempre un alto numero di ave maria e padre nostro scontati tra una flessione e l'altra: i video porno. Ne consuma moltissimi, non può farne a meno, e persino dopo una notte di sesso il ragazzo si alza e si masturba davanti a un set completo di tette-culoblow job. È che la sua filosofia «erotica» per così dire privilegia l'immateriale al sesso reale quasi sempre deludente o limitato (la terribile posizione del missionario) e soprattutto che ti costringe a toccare, leccare, fare con qualcun altro che non sia se stesso (va da sé che il nostro cura con devozione la sua casa aspirando la polvere con l'Hoover, cosa che fa inorridire la fidanzata precipitando il desiderio). Tutto questo finché non incontra Barbara Sugarname, la quale lo provoca ma non si concede, lo obbliga a inviti a pranzo, cinema con pop corn, sfioratine da liceali tutti vestiti, e infine però «cede». Lui l'ama, la presenta ai suoi felicissimi, tranne la sorella che sta sempre incollata a messaggiare al telefono... E però nonostante l'amore la dipendenza dal porno è più forte e nemmeno la carnosa boccuccia di Barbara (Johansson) che nel frattempo lo ha iscritto a un corso serale per riprendere gli studi, ce la fa ... Più che in film sul porno consumato in rete , Don Jon's Addiction è un romanzo di formazione, e di scoperta del proprio corpo e della sessualità di un ragazzotto della provincia americana - siamo nel New Jersey - inzeppato di stereotipi su cui ha conformato la propria esistenza. E con gli «stereotipi» gioca anche Gordon Levitt, mescolando omaggi e citazioni (i Coen, Tarantino), padre e figlio in canottiera, la voce del prete che sembra un jukebox, le stanzette rosa candy della ragazza Barbara, in fondo un po' volgarotta, e quei codici maschili molto schematici di sicurezza tranquilla che in realtà aprono un baratro. Perché poi quell'agitarsi nel letto e davanti al computer, come gli fa notare la tizia che conosce al corso serale, una donna più grande naturalmente (Julianne Moore) servono a poco visto che da solo, senza video o altro, lui non è capace di masturbarsi. Cosa è che non va dunque? Semplicemente paura di perdersi e smania del controllo dice lei tra una canna e l'altra... E naturalmente l'orgasmo, quello non da ansia di prestazione ma da piacere sarà questa tipa geniale a farglielo provare, col suo dolore esistenziale e qualche reminescenza anni Settanta. Fa un po' che il maschio ha sempre bisogno della mamma (e lo sappiamo), anche se in realtà il rapporto tra generazioni e mondi diversi diviene il modo con cui rompere il controllo dei modelli a cui lui e Barbara rispondevano in pieno. Come sentenzia nell'unica frase la sorella di Jon meno male che vi siete lasciati perché lei aveva un'agenda...: Stavolta invece l'agenda non c'è, c'è l'avventura del desiderio, e perdersi reciprocamente è qualcosa di meraviglioso. Senza porno e senza preti a da cui farsi assolvere. JOSEPH GORDON-LEVITT, IN «DON JON'S ADDICTION», A FIANCO SCENA DA «PARADISE: HOPE»
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