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il manifesto 2013.02.09 - 12
Being in Berlin
Heike, indomita chioma rossa
ARTICOLO - C.Pi.
ARTICOLO - C.Pi.
Manca qualcuno nelle prime file alle proiezioni stampa. Guardo la porta, forse è in ritardo, ma so che non vedrò la chioma rosso fuoco di Heike Hurst, indomita festivalgoers con le sue osservazioni acute e i suoi commenti indocili. Heike se ne è andata qualche mese fa, dopo una lunga malattia a cui aveva resistito per molto tempo opponendogli la forza della sua passione: il cinema. Femminista militante, tra le firme della storica rivista Frauen und Film, voce della radio anarchica Radio Libertaire, e molte altre cose , Heike viveva a Parigi da sempre. Ma era tedesca, era nata in Germania e se ne era andata giovanissima, dopo la guerra: «Non potevo sopportare di essere una figlia del nazismo» mi aveva raccontato un giorno sul metro che ci portava a Creteil, al Festival des Femmes di cui Heike era entusiasta compagna di strada. La Germania era per quelli della sua generazione che non potevano tollerare i compromessi o andarsene o scegliere la lotta armata. E i compromessi non facevano parte del modo di essere di Heike. Quando discuteva manteneva fermo il suo punto di vista, con la tenacia del pensiero mai con grida o durezza assertiva. La riconoscevi da lontano, coi suoi strani cappelli e il look curatissimo e fuori dalle mode. Amava fare piccoli regali, soprattutto delle fotografie che ti scattava quando non lo sapevi, e all'improvviso ti arrivavano nella mail. Un pensiero, diceva. Il cinema era come la sua vita. Le immagini furbe ammiccanti che volevano imporre qualcosa senza poesia e senza vita le detestava. Come qualsiasi forma autoritaria del pensiero e del fare, della politica, delle istituzione. Parlare con lei, anche discutendo, era sempre scoprire qualcosa di strano, di eccentrico, di spiazzante. Forse perché dentro c'era un'esperienza di vissuto che lei riusciva a trasmettere senza imposizioni, con la curiosità invece di ascoltare un punto di vista diverso, una sensibilità affine ma nutrita da altre immagini. Una dote molto rata, e anche per questo mi mancherà Heike. È cambiata in questi anni la critica? Me lo chiedo mentre aspetto l'inizio dei una proiezione stampa. Certo in molti sono invecchiati, qualcuno delle passate generazioni combatte con la tecnologia, altri sono addicted, i capelli sono più bianchi e anche i giovani tendenziosi emersi nell'ultimo decennio rischiano di finire intrappolati (e di invecchiare) nel loro personaggio pubblico. Perché poi i festival sono anche un po' questa roba qui, una compagnia di giro in cui ci si ritrova fuori dal tempo e dallo spazio ciclicamente. La domanda è comunque retorica. Sì certo che la critica è cambiata, anche se magari in tanti continuano a n o n accorgersene specie dalle nostre parti. L'on line è stato decisivo, i siti specializzati infatti non sono giornalistico-informativi ma dei veri e propri laboratori di tendenza e riflessione critica, quello che per capirsi qualche decennio fa potevano essere (e ormai non sono più) i Caniers du cinéma - due testate per fare un esempio, CC e la francese Independencia. Anzi è proprio qui che si ritrovano le sinergie con le nuove ondate del cinema expanded, i registi (qualche nome: Ben Rivers, Ben Russell, Albert Serra, Verena Paravel...) sono i riferimenti della ricerca mondiale, e di quello spostamento del cinema dalla sala a altre forme di visione, e prima ancora di realizzazione: il cross over con l'arte, e l'utilizzo di tecnologie «del passato». Forse è per questo che oggi la figura centrale è divenuta quella del curatore. Un po' come il curatore delle gallerie, fabbrica programmi nei festival, perciò inventa un percorso critico, e insieme lancia tendenze. I curatori - trasformazione della figura del critico che negli anni 70 inventava la programmazione dei cineclub sono oggi il riferimento per i filmmaker forse più dei critici.
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