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il manifesto 2013.02.10 - 08
sport
Doccia SCOZZESE
ARTICOLO - Peter Freeman
ARTICOLO - Peter Freeman
L'Italia del rugby perde malamente al Murrayfield di Edimburgo: 34-10, la peggior scoppola di sempre patita contro la Scozia nel Sei Nazioni. Tanti errori, troppi quasi sempre fatali e la meta finale, l'unica, di Zanni non cambia nulla. Tra quindici giorni si rigioca, c'è il Galles all'Olimpico
Dovevamo saperlo che con la Scozia non si scherza. A casa loro, poi, guai a perdere il bandolo della matassa. Se ti capita, sei finito: ti sbranano. Il Murrayfield di Edimburgo non è quel genere di stadio in cui puoi andare a vincere in modo facile. Le vittorie, lassù, si faticano fino all'ultimo, e anche quando per gli scozzesi sono tempi di vacche magre, quel posto resta casa loro. Qui David Sole, il grande capitano degli anni Novanta, faceva entrare i suoi sul pitch al passo, lentamente, a rimarcare una certa pesantezza della situazione: mica penserete di farla franca, no? Al Murrayfield soffia il loro vento, suonano le loro cornamuse, c'è il loro pubblico. È un posto solenne, ostico, quasi respingente. La Scozia una settimana fa aveva perso di brutto con gli inglesi al Twickenham: la sfida più antica del mondo ovale, quella che mette in palio la Calcutta Cup, se l'erano aggiudicata il quindici della rosa, gran favorito di questo torneo. Ieri però era il primo match casalingo di questo Sei Nazioni, sul loro campo e alle loro condizioni. La bella partita dell'Italia contro la Francia non doveva creare facili illusioni: ogni match fa storia a sé e Jacques Brunel aveva messo tutti sul chi vive. Gli scozzesi hanno vinto e dominato il match per 34 a 10, hanno segnato quattro mete contro una (Alessandro Zanni, a otto minuti dalla fine, quando tutto era ormai perduto), hanno impedito fin dal primo minuto agli azzurri di fare la partita.. Il copione lo hanno deciso loro e non c'è stata storia. Si temevano i trequarti, scozzesi, soprattutto il loro triangolo allargato (Maitland-Hogg-Visser), veloce e capace di imprimere accelerazioni devastanti, ma a fare la differenza è stato il loro pack difensivo, letteralmente feroce, capace di contendere tutti i palloni nelle ruck e di gestire i raggruppamenti con una determinazione che non ha lasciato scampo alle maglie azzurre. Il gioco degli azzurri, quello visto contro la Francia, è come evaporato. Troppo pochi i palloni puliti da giocare, troppo scarse le occasioni di distendere al largo i propri assalti, e quando accadeva era sempre e comunque al limite delle possibilità. Il risultato è la peggior scoppola mai rimediata in terra scozzese nel Sei Nazioni. E poi gli errori: tanti, troppi e quasi sempre fatali. Luciano Orquera, man of the match una settimana fa all'Olimpico, ieri è stato stritolato dalla pressione avversaria, e alla fine è entrato in confusione, facendosi intercettare un passaggio a un passo dalla meta, un errore che ha dato il via alla terza meta scozzese, con la lunga cavalcata coast-to-coast di Stuart Hogg. Era il 7' del secondo tempo e dal possibile 18-10 si è passati al 27 a 3. La partita del nostro mediano di apertura è finita lì, dentro Burton ma la musica non è cambiata. Dal primo secondo di gioco si è capito come gli scozzesi volevano giocare la partita. Pressione costante, furia agonistica nei raggruppamenti, caccia a ogni pallone conteso. Una volta conquistato, l'ovale viaggiava verso i trequarti, pronti a inserirsi in velocità. Di contro, i giocatori azzurri non hanno capito che a quella battaglia di trincea condotta con così tanta determinazione non potevano che rispondere allo stesso modo, con le stesse armi. Più che stanchezza è parsa scarsa lucidità, quasi poca esperienza se non fosse questa una bestemmia per una squadra di veterani Dopo dieci minuti - e un calcio piazzato che Orquera ha spedito contro un palo - la Scozia era pienamente padrona del match, un dominio fisico ma anche e soprattutto psicologico. Al 16' e al 25' arrivavano due calci piazzati di Greig Laidlaw (6-0), poi i padroni di casa dilagavano. Tobias Botes salvava una meta ormai fatta (Matt Scott) con un provvidenziale placcaggio ma quattro minuti dopo arrivava quella di Tim Visser e si andava sul 13-0. Il piazzato di Orquera a ridosso dell'intervallo accendeva qualche timida speranza (13-3) e un barlume di fiducia su quanto gli azzurri si sarebbero detti nel chiuso dello spogliatoio. La sosta può anche rigenerare, ma non ieri. E comunque troppe cose non andavano nell'Italia, troppi errori (alcuni dei quali degli autentici orrori, vedi un liscio di Venditti su un pallone da raccogliere o calciare), troppe cose lasciate al caso. La ripresa ha da subito cancellato ogni illusione. Dopo tre minuti Matt Scott segnava una meta in tutta tranquillità, e dopo 7' c'era quell'intercetto assassino di Stuart Hogg. Farewell, azzurri. L'Italia si era persa. Conquistava qualche pallone, gestiva bene la mischia chiusa, pareggiava i conti nelle rimesse laterali, ma quando doveva ripartire ritrovava sempre la rete scozzese a chiuderle la strada. I passaggi diventavano avventati, sempre a un passo dal rischio fatale, e gli azurri finivano inevitabilmente per cacciarsi lì, nei raggruppamenti dove gli scozzesi aspettavano e dominavano. Favaro, Zanni, Parisse dovevano sfiancarsi in quei grovigli di corpi che gli avversari gestivano meglio e con la necessaria astuzia. Al 28' l'ultima pugnalata la dava Sean Lamont, che raccattava un pallone vagante oltre la linea azzurra e filava in mezzo ai pali: 34-3, con Greg Laidlaw che trasformava (sei su sei per lui dalla piazzola). Calava il sipario e le truppe gonnellate sugli spalti sorridevano soddisfatte. La meta - bella, con un guizzo di Parisse e il passaggio a Zanni - non cambiava nulla. Nulla da festeggiare, dunque - se non le cento partite in azzurro di Andrea Lo Cicero - e tutto o quasi da rivedere. Tra quindici giorni c'è il Galles allo stadio Olimpico. Un anno fa i gallesi vinsero il torneo conquistando il Grande Slam, adesso sono alle prese con una crisi di cui non si vede ancora la fine. È una partita che si può vincere (ma lo era anche quella con la Scozia), a patto di ritrovarsi. Adesso tocca a Jacques Brunel.
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