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il manifesto 2013.02.12 - 12 VISIONI
Intervista/ RAPHAEL GUALAZZI IL TALENTO CHE HA STREGATO LA FRANCIA
«Mi diverte mescolare jazz e swing alla canzone popolare»
ARTICOLO - Federico Scoppio
ARTICOLO - Federico Scoppio
Federico Scoppio
Il jazz? Per carità, abolito dai palinsesti televisivi, in radio fatica non poco, non ci fosse qualche isola felice a ricordarci che è una musica viva e vegeta. Ogni tanto, invece, arriva qualche personaggio strambo e utilizza quei sapori lì, degli afroamericani, e fa successo, scatenando l'ira funesta dei puristi. «Che fatica che ho fatto per farmi conoscere», sospira Raphael, uno di quelli da tenere d'occhio in questa nuova edizione del festival di Sanremo. «Poi sono arrivati successi inaspettati. Vuoi che ti racconti l'ultima? Qualche tempo fa mi ha chiamato un amico dalle Bahamas, era a una festa e stavano passando Reality and Fantasy, nel remix di Gilles Peterson». Peterson, uomo di culto della radio inglese e deus ex machina di tanti fenomeni in ambito nu jazz, electro e dance, aveva preso il pezzo del giovane ragazzo di Urbino e, ritoccandolo nel dna, ne aveva fatto uno dei suoi tanti cavalli di battaglia.
«In Francia sono famoso per quel pezzo», dice lui. Gualazzi è un ragazzone timido, uno che con un colpo ha conquistato un po' tutti. Nel 2011 a Sanremo, nella categoria Giovani, aveva vinto a mani basse. Prima, aveva stregato l'illuminata produttrice Caterina Caselli, poi musicisti straordinari come Fabrizio Bosso, il trombettista tutto fare che anche quest'anno sarà al suo fianco, al festival.In realtà, di estimatori ne ha tanti altri. Uno su tutti, Vince Mendoza, che torna anche nel nuovo disco di Raphael, Happy Mistake, in uscita il 14 febbraio. Mendoza, specializzato in Joni Mitchell, Elvis Costello, Robbie Williams, tempo fa aveva lavorato con Stefano Di Battista. Per questo lavoro ha arrangiato due brani (più uno che non è incluso nel disco), Rainbows e Sai (Ci basta un sogno), che Gualazzi presenta a Sanremo insieme a Senza ritegno. «Ha arrangiato le mie due composizioni con straordinaria coscienza: mi ha proposto di lavorare con l'olandese Metropole Orkest, sono andato lì a registrare e i musicisti in sei ore di registrazioni sono riusciti a eseguire tre brani totalmente differenti. Sono passati con disinvoltura da una ballad a un brano swing stile Ellington, roba che io non riuscivo a credere, impegno e serietà, grandi capacità tecniche ed espressive». Sanremo per Raphael è una grande casa, «Un luogo dove si può apprezzare la nostra musica popolare». Nostra? Suona un po' strano detto da uno che ha abbandonato la sua Urbino per andare a vivere a Londra. «Sono legato alla mia città natale, e poi sono a Londra solo perché è semplice raggiungere Milano, la Germania e la Francia, dove spesso vado a suonare. E poi a Londra si suona nel club, se vuoi puoi suonare tutte le sere con i più bravi musicisti locali». Nato a Urbino, nelle prime apparizioni era timido e sornione, amava, più di ora, lo stride piano e il rag time. Poi ha virato un bel po', coltivando la passione per la scrittura, l'arrangiamento e la produzione, divenendo un alfiere di un certo tipo di canzone che si sporca di suoni poco mediterranei, flirta con le radici afroamericane ma rimane pur sempre un fenomeno circoscritto al mondo della melodia. Per questo disco, infatti, Gualazzi si trova davanti l'inevitabile bivio posto dal successo: di là si prosegue lungo la strada della canzone jazzata; di qua va dietro ai compromessi della nostra terra con gli omaggi a Verdi e a Nino Rota. Lui scivola di qua e di là, fa passi in tutte le direzioni, non tenendo conto dei paletti imposti dai generi, con autorevolezza espressiva. «Appena sono stato nello studio di Mendoza, ho visto alle sue spalle una sua foto con Al Schmitt, un ingegnere del suono da cui avevo appena registrato parte del disco. Il mondo è piccolo, io credo molto nell'interazione e nella collaborazione (nel disco ci sono anche le Puppini Sisters e la cantautrice parigina Camille Dalmais)». Comunque vada Sanremo, Gualazzi sarà in tour nelle maggiori città italiane, partenza il 6 aprile da Senigallia.
Il jazz? Per carità, abolito dai palinsesti televisivi, in radio fatica non poco, non ci fosse qualche isola felice a ricordarci che è una musica viva e vegeta. Ogni tanto, invece, arriva qualche personaggio strambo e utilizza quei sapori lì, degli afroamericani, e fa successo, scatenando l'ira funesta dei puristi. «Che fatica che ho fatto per farmi conoscere», sospira Raphael, uno di quelli da tenere d'occhio in questa nuova edizione del festival di Sanremo. «Poi sono arrivati successi inaspettati. Vuoi che ti racconti l'ultima? Qualche tempo fa mi ha chiamato un amico dalle Bahamas, era a una festa e stavano passando Reality and Fantasy, nel remix di Gilles Peterson». Peterson, uomo di culto della radio inglese e deus ex machina di tanti fenomeni in ambito nu jazz, electro e dance, aveva preso il pezzo del giovane ragazzo di Urbino e, ritoccandolo nel dna, ne aveva fatto uno dei suoi tanti cavalli di battaglia.
«In Francia sono famoso per quel pezzo», dice lui. Gualazzi è un ragazzone timido, uno che con un colpo ha conquistato un po' tutti. Nel 2011 a Sanremo, nella categoria Giovani, aveva vinto a mani basse. Prima, aveva stregato l'illuminata produttrice Caterina Caselli, poi musicisti straordinari come Fabrizio Bosso, il trombettista tutto fare che anche quest'anno sarà al suo fianco, al festival.In realtà, di estimatori ne ha tanti altri. Uno su tutti, Vince Mendoza, che torna anche nel nuovo disco di Raphael, Happy Mistake, in uscita il 14 febbraio. Mendoza, specializzato in Joni Mitchell, Elvis Costello, Robbie Williams, tempo fa aveva lavorato con Stefano Di Battista. Per questo lavoro ha arrangiato due brani (più uno che non è incluso nel disco), Rainbows e Sai (Ci basta un sogno), che Gualazzi presenta a Sanremo insieme a Senza ritegno. «Ha arrangiato le mie due composizioni con straordinaria coscienza: mi ha proposto di lavorare con l'olandese Metropole Orkest, sono andato lì a registrare e i musicisti in sei ore di registrazioni sono riusciti a eseguire tre brani totalmente differenti. Sono passati con disinvoltura da una ballad a un brano swing stile Ellington, roba che io non riuscivo a credere, impegno e serietà, grandi capacità tecniche ed espressive». Sanremo per Raphael è una grande casa, «Un luogo dove si può apprezzare la nostra musica popolare». Nostra? Suona un po' strano detto da uno che ha abbandonato la sua Urbino per andare a vivere a Londra. «Sono legato alla mia città natale, e poi sono a Londra solo perché è semplice raggiungere Milano, la Germania e la Francia, dove spesso vado a suonare. E poi a Londra si suona nel club, se vuoi puoi suonare tutte le sere con i più bravi musicisti locali». Nato a Urbino, nelle prime apparizioni era timido e sornione, amava, più di ora, lo stride piano e il rag time. Poi ha virato un bel po', coltivando la passione per la scrittura, l'arrangiamento e la produzione, divenendo un alfiere di un certo tipo di canzone che si sporca di suoni poco mediterranei, flirta con le radici afroamericane ma rimane pur sempre un fenomeno circoscritto al mondo della melodia. Per questo disco, infatti, Gualazzi si trova davanti l'inevitabile bivio posto dal successo: di là si prosegue lungo la strada della canzone jazzata; di qua va dietro ai compromessi della nostra terra con gli omaggi a Verdi e a Nino Rota. Lui scivola di qua e di là, fa passi in tutte le direzioni, non tenendo conto dei paletti imposti dai generi, con autorevolezza espressiva. «Appena sono stato nello studio di Mendoza, ho visto alle sue spalle una sua foto con Al Schmitt, un ingegnere del suono da cui avevo appena registrato parte del disco. Il mondo è piccolo, io credo molto nell'interazione e nella collaborazione (nel disco ci sono anche le Puppini Sisters e la cantautrice parigina Camille Dalmais)». Comunque vada Sanremo, Gualazzi sarà in tour nelle maggiori città italiane, partenza il 6 aprile da Senigallia.
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