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il manifesto 2013.02.13 - 04 POLITICA & SOCIETÀ
SEQUESTRO ABU OMAR Annunciato il ricorso in Cassazione, ma prima dovrà esprimersi la Consulta
Pollari condannato a 10 anni
ARTICOLO - Carlo Lania ROMA
ARTICOLO - Carlo Lania ROMA
ROMA
«Non voglio fare paragoni, ma anche Enzo Tortora fu condannato a dieci anni». Si dice «sconcertato» Niccolò Pollari. La corte d'appello di Milano lo ha appena condannato a dieci anni di reclusione per il sequestro dell'ex imam di Milano Abu Omar, avvenuto il 17 febbraio del 2003. E con lui sono stati condannati anche l'ex numero tre del Sismi Marco Mancini, 9 anni, e tre 007, Raffaele Di Troia, Luciano Gregorio e Giuseppe Ciorra, tutti a sei anni. I giudici hanno anche riconosciuto all'ex imam e a sua moglie un risarcimento da 1,5 milioni di euro.
Per i giudici del secondo processo d'appello, dunque, quel sequestro non fu solo opera della Cia, una «extraordinary rendition» seguita all'11 settembre, ma collaborò anche il nostro servizio segreto militare. Una sentenza che non ha «sconcertato» solo l'ex direttore del Sismi, ma anche i suoi difensori. «Si è ribaltato l'esito del precedente appello - hanno spiegato gli avvocati Nicola e Titta Madia - nonostante tre diversi governi, compreso quello Monti, abbiano confermato l'esistenza del segreto di Stato».
Tutti i difensori degli imputati hanno subito annunciato di voler ricorrere in Cassazione contro la condanna. Ma difficilmente la suprema corte si pronuncerà prima che sul caso sia intervenuta a sua volta la Corte costituzionale. Quello sul sequestro dell'ex imam, prelevato per le strade di Milano e portato in Egitto dove venne torturato, è infatti da anni anche uno scontro tra poteri dello Stato e di cui la sentenza di ieri è solo l'ultimo atto. Il processo che si è appena concluso è nato infatti dalla decisione, presa a settembre scorso dalla Cassazione, di annullare le assoluzioni avute in primo e secondo grado dai cinque agenti del Sismi, ritenendo il segreto di Stato posto dai governi Prodi e Berlusconi (e in seguito confermato da Monti), parzialmente illegittimo perché troppo esteso. Venerdì scorso, in un ulteriore tentativo di bloccare il processo , il consiglio dei ministri ha sollevato il conflitto di attribuzione di poteri alla Consulta, contestando sia le decisione della Cassazione che quella dei giudici del secondo appello di acquisire nel dibattimento documenti coperti dal segreto. La decisione di annullare il proscioglimento di Pollari e Mancini ha leso le «attribuzioni costituzionali» della presidenza del consiglio «nell'esercizio dell'attività politica volta alla tutela della sicurezza dello Stato», è scritto negli atti giunti ieri alla Consulta e in cui si chiede anche la sospensione della sentenza della Cassazione.
E infatti ieri mattina, quando i giudici sono entrati in camera di consiglio, sono stati in molti a chiedersi se avrebbero deciso di sospendere il giudizio in attesa della Consulta oppure no. Una strada niente affatto obbligata, visto che la sospensione del giudizio è prevista nei casi di interpretazione della legge o dell'esistenza o meno di un legittimo impedimento. E infatti i giudici alla fine hanno deciso di non fermarsi. «Dopo questa sentenza - ha commentato Pollari - mi chiedo: i governi Prodi, Berlusconi e Monti, sono stati dunque miei complici? E se lo sono stati perché nessuno li interpella?». L'ex numero uno del Sismi ha poi contestato le «strane modalità» di un processo d'appello durato «pochissimo», «in cui tutte le richieste difensive sono state respinte e la sentenza è arrivata dopo pochissimi minuti di camera di consiglio malgrado la presenza del conflitto di attribuzione».
Adesso la parola, prima ancora che alla Cassazione, passa alla Corte costituzionale che, nel caso dovesse accettare il ricorso presentato dal governo, annullerebbe di fatto la condanna emessa ieri dai giudici del secondo appello.
Per i difensori di Marco Mancini, i giudici avrebbero stravolto i diritti della difesa perché, hanno spiegato gli avvocati Luigi Panella e Luca lauri, non hanno «provveduto all'interpello del presidente del consiglio previsto dalla legge per la rimozione del segreto di stato, né in tutto il processo è mai stato ammesso un solo testimone della difesa, privandola così del diritto costituzionale di difendersi provando».
«Non voglio fare paragoni, ma anche Enzo Tortora fu condannato a dieci anni». Si dice «sconcertato» Niccolò Pollari. La corte d'appello di Milano lo ha appena condannato a dieci anni di reclusione per il sequestro dell'ex imam di Milano Abu Omar, avvenuto il 17 febbraio del 2003. E con lui sono stati condannati anche l'ex numero tre del Sismi Marco Mancini, 9 anni, e tre 007, Raffaele Di Troia, Luciano Gregorio e Giuseppe Ciorra, tutti a sei anni. I giudici hanno anche riconosciuto all'ex imam e a sua moglie un risarcimento da 1,5 milioni di euro.
Per i giudici del secondo processo d'appello, dunque, quel sequestro non fu solo opera della Cia, una «extraordinary rendition» seguita all'11 settembre, ma collaborò anche il nostro servizio segreto militare. Una sentenza che non ha «sconcertato» solo l'ex direttore del Sismi, ma anche i suoi difensori. «Si è ribaltato l'esito del precedente appello - hanno spiegato gli avvocati Nicola e Titta Madia - nonostante tre diversi governi, compreso quello Monti, abbiano confermato l'esistenza del segreto di Stato».
Tutti i difensori degli imputati hanno subito annunciato di voler ricorrere in Cassazione contro la condanna. Ma difficilmente la suprema corte si pronuncerà prima che sul caso sia intervenuta a sua volta la Corte costituzionale. Quello sul sequestro dell'ex imam, prelevato per le strade di Milano e portato in Egitto dove venne torturato, è infatti da anni anche uno scontro tra poteri dello Stato e di cui la sentenza di ieri è solo l'ultimo atto. Il processo che si è appena concluso è nato infatti dalla decisione, presa a settembre scorso dalla Cassazione, di annullare le assoluzioni avute in primo e secondo grado dai cinque agenti del Sismi, ritenendo il segreto di Stato posto dai governi Prodi e Berlusconi (e in seguito confermato da Monti), parzialmente illegittimo perché troppo esteso. Venerdì scorso, in un ulteriore tentativo di bloccare il processo , il consiglio dei ministri ha sollevato il conflitto di attribuzione di poteri alla Consulta, contestando sia le decisione della Cassazione che quella dei giudici del secondo appello di acquisire nel dibattimento documenti coperti dal segreto. La decisione di annullare il proscioglimento di Pollari e Mancini ha leso le «attribuzioni costituzionali» della presidenza del consiglio «nell'esercizio dell'attività politica volta alla tutela della sicurezza dello Stato», è scritto negli atti giunti ieri alla Consulta e in cui si chiede anche la sospensione della sentenza della Cassazione.
E infatti ieri mattina, quando i giudici sono entrati in camera di consiglio, sono stati in molti a chiedersi se avrebbero deciso di sospendere il giudizio in attesa della Consulta oppure no. Una strada niente affatto obbligata, visto che la sospensione del giudizio è prevista nei casi di interpretazione della legge o dell'esistenza o meno di un legittimo impedimento. E infatti i giudici alla fine hanno deciso di non fermarsi. «Dopo questa sentenza - ha commentato Pollari - mi chiedo: i governi Prodi, Berlusconi e Monti, sono stati dunque miei complici? E se lo sono stati perché nessuno li interpella?». L'ex numero uno del Sismi ha poi contestato le «strane modalità» di un processo d'appello durato «pochissimo», «in cui tutte le richieste difensive sono state respinte e la sentenza è arrivata dopo pochissimi minuti di camera di consiglio malgrado la presenza del conflitto di attribuzione».
Adesso la parola, prima ancora che alla Cassazione, passa alla Corte costituzionale che, nel caso dovesse accettare il ricorso presentato dal governo, annullerebbe di fatto la condanna emessa ieri dai giudici del secondo appello.
Per i difensori di Marco Mancini, i giudici avrebbero stravolto i diritti della difesa perché, hanno spiegato gli avvocati Luigi Panella e Luca lauri, non hanno «provveduto all'interpello del presidente del consiglio previsto dalla legge per la rimozione del segreto di stato, né in tutto il processo è mai stato ammesso un solo testimone della difesa, privandola così del diritto costituzionale di difendersi provando».
Foto: MANIFESTAZIONE A MILANO DURANTE IL PROCESSO DI PRIMO GRADO NEL 2009 /FOTO REUTERS
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