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il manifesto 2013.02.13 - 12 VISIONI
 
Berlinale«Closed curtain», è in gara il film di Jafar Panahi, una riflessione amara sul cinema che si confronta con la vita. E il racconto, pudico, della sua prigionia in Iran
Dietro la tenda chiusa si nasconde la realtà
ARTICOLO - Cristina Piccino BERLINO

ARTICOLO - Cristina Piccino BERLINO
La resistenza del regista è il segno politico del suo modo di girare film, che non si limita alla sola denuncia
BERLINO
Mattina presto. Davanti al tappeto rosso un gruppo di persone ha messo alcune sagome di cartone: l'immagine è quella del regista iraniano Jafar Panahi, il cui film Closed Curtain, realizzato insieme a Kambuzia Partovi, è passato ieri in gara. Per il regista si è mobilitata anche la cancelliera Angela Merkel, con la richiesta ufficiale al governo iraniano di permettergli di essere a Berlino col suo film. Naturalmente non c'è stata risposta, e il posto di Panahi continua a essere vuoto, dopo la condanna del regime di Tehran a sei anni di prigione e al divieto per vent'anni di girare film e di uscire dal paese. Che cosa è dunque Closed Curtain di cui Panahi e Partovi sono anche i protagonisti? Un film, senza dubbio, claustrofobico come il sentimento di quella condanna che priva un regista e un paese delle sue immagini (sono sempre di meno i film iraniani ai festival) e della sua libertà di vivere. Una riflessione sul cinema, e sul suo confronto con la realtà, e insieme il racconto dolorosamente pudico di una vita, quella del regista.
Partovi alla conferenza stampa misura le parole, alle domande dirette sul regime, su Panahi, sulle censura non risponde. Racconta come hanno lavorato con quella piccola troupe, l'idea di questa storia che era già lì da un po' attento a non superare un limite. Parla della depressione che ha colpito Panahi dopo la condanna. «Non sappiamo che conseguenze il film può avere per noi in Iran. Finora non è accaduto nulla ma le cose cambiano rapidamente».
Le risposte sono tutte in questo film, doloroso ma anche illuminato a tratti da quell'umorismo necessario a sopravvivere.
Un uomo, uno scrittore che sta preparando una sceneggiatura, si chiude in una villa col suo cane. Serra la porta, oscura le finestre. L'uomo e il cane fissano quello schermo coperto di nero su cui nulla si riflette. L'uomo spegne anche la tv, che trasmette immagini di massacri di cani proibiti dal regime perché impuri. Il suo cagnetto si chiama Boy e non deve mai uscire potrebbero catturarlo e arrestare il suo padrone , così decide la legge islamica. Uomo e cane si scrutano, si muovono, cercano un modo per stare in quello strano spazio fuori dal tempo in cui la luce artificiale sempre accesa impedisce di capire se è giorno o notte, e la mancanza di vista rende l'esterno solo suono, rumori, intuizioni.
Una sera due ragazzi irrompono nella casa. L'uomo ha paura, si sente invaso, non capisce da dove arrivino, lui aveva chiuso la porta. Sono inseguiti dalla polizia, il ragazzo va via a cercare una macchina, la ragazza rimane. Il ragazzo prega l'uomo di non perderla mai di vista perché ha provato più volte a suicidarsi. Tra i due inizia un confronto, l'uomo è a disagio, sospetta la ragazza, lei lo aggredisce: pensi di riuscire a raccontare la realtà chiuso qua dentro? Un uomo, una villa, un cane, non è la vita. Lei strappa via le tende, fuori c'e una bella luce, si vede il mare. Lui le chiede cosa fa, lei gli risponde che è diverso dalle fotografie sui giornali. È forse una di quelle che lo ha denunciato? Che ha scritto i rapporti contro di lui? L'uomo è sempre più a disagio, paura e rabbia si mescolano, agitano il suo animo ... La ragazza continua a tirare giù le tende, da dietro appaiono i poster dei film di Panahi, Il cerchio, Il palloncino bianco, mentre il regista entra in campo i personaggi scompaiono ....
Realtà e finzione, metafora e vissuto. Qui però la metafora dichiara una condizione umana, fin troppo chiara, diviene la messinscena di uno stato personalissimo e universale, e insieme, la ricerca di un'immagine che sappia esprimerne l'enormità. Cosa significa essere condannati a uno spazio chiuso, non solo fisico, la casa o il carcere, ma prima ancora mentale, l'essere cioè dentro una situazione in cui tutto, persino avere un cane, può diventare motivo di persecuzione. Così danzare, parlare, fare una festa sulla spiaggia, quei gesti quotidiani che fanno parte della vita e che invece si trasformano in pericolosi capi d'accusa. Per sopravvivere ci vuole allenamento, un esercizio costante alla trasgressione: come aggirare l'ostacolo, come ottenere un minimo agio di movimento senza una pena? Può essere eccitante ma si può anche impazzire, chiunque diviene un possibile nemico ...
Closed Curtain appare anche come una nuova tappa in quella riflessione sul cinema - e sulla sua privazione - che Panahi ha cominciato nel precedente Questo non è un film., il punto di partenza è anche stavolta la sua condizione, un regista colpito da iconoclastia e perciò costretto al vuoto di immagini o a una loro «reinvenzione».
È lo sguardo di Panahi che accompagna se stesso oltre la soglia, una contrapposizione tra dentro/fuori in cui il regista, e i suoi personaggi alter ego, incarnano questo limite del possibile. Come cioè anche qui le costrizioni possono essere aggirate, e come questo corpo a corpo con il reale riesce a trovare una forma. È una possibilità ma senza certezze.
Il kammerspiele di cui Panahi rivela il fare, il funzionamento del suo cinema , diviene per questo una potente messa in evidenza della realtà nei suoi sentimenti e conflitti profondi. Panahi espone se stesso, il suo dolore, e in questa prima persona prova a ricalibrare il suo essere cineasta.
Eccoci dentro allo schermo nero della tenda chiusa, in un orizzonte che è ancora serrato, intravisto attraverso le grate del cancello: è questa la dimensione del cinema? Questo oscillare dentro e fuori una soglia del possibile?
Il punto non è allora se la realtà entra dentro ma diviene portarla fuori, trovarne i segni nei dettagli meno eclatanti - l'operaio che non vuole farsi fotografare con Panahi perché è troppo pericoloso : la resistenza commuovente del regista è il segno politico del suo cinema, che non si limita appunto alla denuncia, a dirci cosa è quella società coi suoi problemi, ma prova a rovesciare la rappresentazione stessa di un'immagine politica rivelandone anche i limiti e i necessari punti di fuga. Tra vita e cinema.

Foto: UNA SCENA DA «CLOSED CURTAIN», SOPRA UN'IMMAGINE RECENTE DEL REGISTA IRANIANO JAFAR PANAHI

 
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