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il manifesto 2013.02.13 - 13 VISIONI
 
INTERVISTA Dalla scena indie al palco dell'Ariston, la strana ascesa dei pugliesi Marta sui Tubi
«Con noi anche Mina si scopre underground»
ARTICOLO

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«Suonare con l'orchestra ci dà la spinta per spingere la nostra musica ancora di più. Archi, fiati e timpani diventano un ponte tra l'oggi e la classica»
Serena Valietti
Dieci anni di canzoni suonate come se fossero pezzi di metallo su quel tornio che è il palco, rese roventi da centinaia di live e sempre più solide e affilate perché i Marta sui Tubi non le hanno mai tenute ferme troppo a lungo. Né fermi lo sono mai stati loro: Cinque, la luna e le spine, il loro quinto album, infatti, arriva dopo un tour da 140 date di un anno e mezzo, seguito da 100 mila spettatori. Giusto il tempo di incidere il disco, mixarlo, cambiare qualche frase all'ultimo e poi risaltare sul palco. Solo che alle spalle della band c'è ora un'orchestra di cinquanta elementi e davanti a loro, oltre le telecamere, la platea dell'Ariston di Sanremo, «dove ci troviamo davanti a un pubblico che ha l'età media dei nostri genitori» spiega Giovanni Gullino, voce della band fondata con Carmelo Pipitone nel 2002, premiata nel 2004 al Meeting delle Etichette Indipendenti come miglior gruppo indipendente italiano per il debut Muscoli e Dei.
«In quel primo disco abbiamo cercato di fare tutto ciò che si poteva con la ballata folk senza fare cantautorato - spiega Gullino - cerchiamo di osare, di fare cose che ci rispecchino e di non fare album che siano l'uno la copia dell'altro». Fedeli a questa linea di cambiamento costante, proprio al Festival di Fazio, i Marta sui Tubi arrivano con un disco che Gullino definisce «il nostro lavoro più ambizioso e sperimentale, probabilmente quello meno adatto ad accompagnare la nostra avventura Sanremese». Questo disco di rabbia, redenzione e sensi di colpa suonato dai cinque Marta ormai in formazione stabile comprende Vagabond Home, in cui i Marta attraversano la Manica, «per la prima volta abbiamo scelto di fare qualcosa anche in inglese», l'Oceano per avviare in blues Tre, poi sorprendere con Grandine, «dove la musica si apre a contrappunti di violoncello e archi». Quello che a Sanremo è la norma, per la band di culto nel circuito indipendente italiano, sarà ulteriore sperimentazione: «suonare con l'orchestra ci darà l'occasione di spingere la nostra musica ancora più in là -spiega - fare musica con altre cinquanta persone è grandioso: archi, fiati e timpani diventano un ponte tra ciò l'oggi e le origini della musica classica. Suonare con un'orchestra ti mostra come stare al mondo: c'è un tempo per tacere, uno per aspettare e poi arriva il tuo momento».
E il loro momento con il pubblico della tv che ignora il ricco underground italiano sarà questo Festival, dove i Marta presentano tre canzoni: a partire da Nessuno, «conosciuta da tutti nella versione swingata di Mina, presa dall'originale del '59 di Wilma de Angelis, ma riarrangiata con il sound anglofono di un'Italia che stava cambiando. Con Antonella Ruggiero (venerdì sera, nella serata dedicata ai classici ndr) proporremo una fusione di questi due pezzi, mentre dall'album arrivano Vorrei, «una confessione laica che si fa alla vita che non siamo stati capaci di affrontare» e Dispari, una riflessione su ciò che siamo e ciò che vogliamo apparire sul web, in cerca di un successo sociale fatto di solitudini dispari davanti a un computer». Sul palco con i Marta anche Elio e le Storie Tese, Daniele Silvestri, Max Gazzè al festival quest'anno, «una scelta degli autori e di Fazio che mostra come si possa rinnovare Sanremo senza spendere milioni e scegliendo la qualità, molto alta anche negli ospiti come Veloso, Asaf Avidan e Anthony and the Johnsons, mi sarebbe piaciuto ci fossero anche Patrick Wolf e Sufjan Stevens. Magari non si avrà lo share dato da Lady Gaga, però è giusto che il festival si occupi di musica, prima che di spettacolo. Poi, dopo il festival, il 22 marzo si torna a girare in tour per lo stivale.
 
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