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il manifesto 2013.02.14 - 02 LA PAGINA 3
 
AlleanzeCentrosinistra-centro, prove di dialogo, ma il problema numero uno è l'occupazione. Fassina: «Distanze molto profonde. L'idea della svalutazione del lavoro, è sbagliata oltreché iniqua»
Con Monti ma anche no
ARTICOLO - Daniela Preziosi

ARTICOLO - Daniela Preziosi
Sel: «Nessuna conversione verso il presidente del consiglio». Il Prof: «Le loro idee rispettabili ma non in linea con il paese». Ma Rivoluzione civile non ci crede. Per Ingroia « l'accordo fra loro è ormai evidente»
Daniela Preziosi
«Vendola o Monti?», per Pier Luigi Bersani non è il «dilemma scespiriano» con cui lo ha meravigliosamente canzonato Maurizio Crozza sul palco del 63esimo festival di San Remo. Per risolvere il dubbio amletico il segretario del Pd non ha neanche bisogno di scomodare l'immenso drammaturgo inglese. Gli basta, più pragmaticamente, il precedessore Walter Veltroni: e la soluzione è, almeno nelle intenzioni, «Vendola ma anche Monti».
Così in mattinata il leader del centrosinistra commenta con soddisfazione la tiepida apertura del Professore alla possibilità di un alleanza che comprenda anche il leader di Sel. «Escludo che io possa stare in una maggioranza o in un governo che di nuovo non permetta di fare la riforma del lavoro sufficiente per dare una speranza ai giovani, di fare le liberalizzazioni o la riforma della giustizia», le parole di Monti. «Ho registrato questa apertura, mi ha fatto piacere», commenta Bersani. «Con tutti i problemi che abbiamo, continuare a prendersela con Vendola è uno sport che non porta da nessuna parte. Parliamo di problemi seri. Basta con questi politicismi».
Dal canto suo Vendola mette ancora una volta le cose in chiaro: «Noi e il professor Monti abbiamo un'idea diversa di riformismo». E l'idea di Monti è sotto gli occhi di tutti nelle scelte fatte nell'ultimo anno da Palazzo Chigi. Se vuole dimostrare buona volontà, Monti cominci «a dare risposte per il presente ai disoccupati e agli esodati».
C'è davvero un cambio di segno nei rapporti fra Sel e Monti? Dagli ambienti vendoliani spiegano che non è cambiato niente dall'inizio della campagna elettorale. «Semmai l'unica cosa nuova che colgo nelle parole del presidente del consiglio è lo spostamento dalle pregiudiziali antiVendola ai contenuti», spiega Ciccio Ferrara, responsabile dell'organizzazione di Sel e uomo-chiave del rapporto con Bersani, di cui è amico di vecchia data. «Parlare di cose concrete è sempre un bene. Ma sulle cose concrete siamo distanti. Noi, con tutto il centrosinistra, sul lavoro abbiamo posto tre priorità: la cancellazione dell'art.8 della legge Sacconi, una legge sulla rappresentanza sindacale, le pensioni e la soluzione della vicenda degli esodati. Monti è pronto ad accogliere questo programma?». C'è anche di meglio. Vendola è stato tra i promotori dello sfumato referendum per il ripristino dell'art.18. E ieri ha esultato per le 50mila firme raggiunte sulla proposta di reddito minimo: che non solo Monti, ma anche Bersani e la Cgil vedono come fumo negli occhi, preferendo di gran lunga l'idea di salario minimo garantito. «Monti pensa che l'Europa o è liberista o non è», spiega Franco Giordano, «ma il segno che un cambiamento è in atto viene proprio dall'Europa che dice basta alle politiche di austerità e aggiunge che la vera emergenza sociale è il lavoro e i milioni di disoccupati nel continente».
La risposta di Monti non si è fatta attendere. Basta un tweet per rimettere le distanze: «Le idee di Vendola sono rispettabili ma non in linea con gli interessi del paese». «Siamo sempre al giochino delle belle statuine, giochino tutto di palazzo in cui le alleanze prescindono dai contenuti», è la controreplica Vendola.
Nessuna «conversione al montismo», dunque. D'altro canto è un fatto che nei sondaggi le distanze fra Pd e Pdl ormai si sono accorciate, e questo cambia, almeno in parte, le prospettive sulle quali la coalizione aveva ragionato fino a qualche settimana fa. Quando, non a caso, Bersani ha esplicitato il corteggiamento del professore. E se il leader del Pd lamenta che ogni giorno gli viene misurata «la distanza con Monti», d'altro canto sui programmi, posto che dopo il voto abbiano ancora un valore, le distanze sono parecchie. Ne ha scritto martedì il Foglio di Giuliano Ferrara, anticipando un rapporto di Adapt, centro studi fondato dal giuslavorista Marco Biagi, che ha comparato i propositi sul lavoro delle liste in corsa. Il risultato è ovvio, ma viene dimostrato 'tecnicamente': Pdl e Scelta Civica sono molto più vicini fra loro rispetto a Scelta Civica e Pd. Stefano Fassina, responsabile economico del Pd e obiettivo, insieme a Vendola, degli aut aut di Monti, pur non escludendo allargamenti di maggioranza, ieri ha ripetuto: «Oltre che iniqua, è anche anche profondamente sbagliata sul piano economico la svalutazione del lavoro proposta da Monti. Abbiamo un impianto che punta allo sviluppo sostenibile per aumentare la quantità e la qualità del lavoro». Gli elettori decideranno quale sarà «l'impianto» da cui partire, ma certo «sul lavoro ci sono differenza profonde».
Differenze alle quali invece non credono i rosso-arancioni. Un governo Monti-Bersani-Vendola, «durerebbe perché Sel ha accettato condizioni capestro, cioè di votare a maggioranza nei gruppi parlamentari. Ma confido che Vendola disobbedisca», è la sfida di Paolo Ferrero (Prc). Antonio Ingroia, leader di rivoluzione civile, picchia ancora più duro: «L'accordo occulto tra Vendola, Bersani e Monti mi pare ormai evidente».
 
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