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il manifesto 2013.02.14 - 06 LA PAGINA 3
 
CALABRIA
Mani degli Iamonte su Melito. Carcere per il sindaco del Pd
ARTICOLO - S.Mes.

ARTICOLO - S.Mes.
Ada non è il nome di una bella melitese, ma l'acronimo di un'indagine antindrangheta che terremota l'area grecanica reggina e getta ombre fosche sul Pd a dieci giorni da un voto che sembrava in discesa. Armi, droga, appalti: tre filoni che segnano gli interessi criminali con cui la cosca Iamonte teneva sotto scacco l'intero territorio di Melito Porto Salvo e l'amministrazione comunale. Una giunta a guida Pd, con il sindaco Gesualdo Costantino finito in carcere insieme al suo predecessore Peppe Iaria, sempre Pd. Dieci anni di contiguità politico mafiosa. Costantino, già vicepresidente della provincia di Reggio, secondo la ricostruzione degli inquirenti e le intercettazioni, è risultato parte integrante del clan e diretto rappresentante dei suoi interessi. La sua elezione sarebbe stata «costruita a tavolino» dalla 'ndrina. Per Costantino non si tratta di una mera collusione ma «di un'assoluta intraneità che giustifica il ricorso al 416 bis». Edificante è la conversazione intercettata tra Remingo Iamonte, figlio del patriarca Natale, e uno degli imprenditori arrestati. «Ci dobbiamo basare su Gesualdo perché quello abbiamo. Ma ci deve tornare il conto. Lui deve salvaguardare noi come noi salvaguardiamo lui». Droga, edilizia pubblica, e non solo. Le mire della consorteria, infatti, si erano spostate verso la costruzione della tanto vituperata centrale a carbone di Saline Joniche. «La 'ndrangheta - rimarcano gli inquirenti - non è né di destra né di sinistra: sta con chi vince». Saccheggiati gli appalti nell'area grecanica il clan degli Iamonte avrebbe deviato così i tentacoli verso la Capitale. Testa di ponte degli affari romani sarebbe stato Giovanni Tripodi, braccio imprenditoriale della 'ndrina, indirizzato dal principe egiziano Petros Iossif verso la sede dell'allora Forza Italia per tentar di contattare, per conto degli Iamonte, Giuseppe Bono, assistente del ministro Sandro Bondi (entrambi estranei all'inchiesta). Iossif, rivolgendosi a Tripodi, diceva: «Ti do l'indirizzo dove dovete andare.. senza che stai a venire fino a Roma... dì a Natale di scrivere... dottor Bono...assistente politico...dell'onorevole Sandro Bondi... via Umiltà 36». E le porte del palazzo a due passi da Fontana di Trevi si aprirono al faccendiere. S.Mes.
 
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