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il manifesto 2013.02.14 - 11 CULTURA
RICORDI
Scatti sulla metropoli La morte del fotografo Gabriele Basilico
ARTICOLO - Emanuele Piccardo
ARTICOLO - Emanuele Piccardo
Emanuele Piccardo
Gabriele Basilico, classe 1944, milanese, architetto, fotografo, è stato uno dei protagonisti della fotografia italiana. Colui, che più di ogni altro, seppe attualizzare la lezione di Paolo Monti, celebre per le ricognizioni fotografiche del centro storico di Bologna negli Anni Cinquanta. Partecipò alla contestazione studentesca usando il mezzo fotografico per raccontare le giornate di occupazione e le azioni nei parchi milanesi, quest'ultime presenti nella mostra curata da Bonami, Addio Anni Settanta.
La fotografia nel senso geo-culturale più ampio perde con la sua scomparsa, uno dei più attivi protagonisti. Basilico si inventò uno stile e un linguaggio fotografico per raccontare gli spazi urbani, le architetture e le città del mondo. Definì così il genere della fotografia d'architettura fino ad allora poco noto, soprattutto in Italia, se non per le immagini di Ezsra Stoller, Lucien Hervé o Julius Shulmann. Iniziò col lavorare per le riviste di architettura quando ancora i servizi fotografici venivano commissionati per il taglio che il fotografo riusciva a imprimere nel leggere l'opera costruita. Diversamente da ciò che accade oggi dove fotografi globetrotter producono immagini patinate omologate di qualsiasi architettura a qualsiasi latitudine. Il suo sguardo fece scuola, molti furono i giovani autori che uscirono dai suoi workshop, tanti quanti le centinaia di libri realizzati dall'amico e maestro Gianni Berengo Gardin. Basilico riprese la tradizione dei grandi pionieri ottocenteschi, come Alinari, Atget, Marville, Baldus, che riproducevano le città con camere di grande formato attivando vere e proprie campagne fotografiche. Inizio così, fin dall'inizio, nel '78 ad esplorare le aree marginali della città con il primo lavoro Ritratti di fabbriche, nei sobborghi milanesi. Ma fu con la partecipazione, unico italiano, alla prestigiosa campagna fotografica sulle trasformazioni urbane e rurali francesi, la Datar, che assunse una fama internazionale. Con passione e poesia descrisse il bord de mer, attraversando la Normandia e i suoi porti con un bianconero intenso che rappresenta a oggi il suo lavoro migliore.
Con le città portuali ebbe un rapporto speciale, in particolare con Genova che, a partire dal 1985, tornò a fotografare più volte: dal porto alle nuove architetture. Fu in un suo ritorno genovese che lo accompagnai a fotografare la nuova facoltà di architettura, opera di Gardella, portando il suo banco ottico per le scale di accesso al tetto del teatro Carlo Felice. Era un uomo generoso e curioso di capire e misurare il mondo attraverso la sua visione, aveva abbandonato il bianconero per il colore, e il rigore della prospettiva per un nuovo linguaggio più libero.
Basilico innovò la fotografia di architettura contribuendo alla diffusione stessa dell'architettura. Non sono pochi gli architetti che devono ringraziare Basilico per la sua generosità nel raccontare gli spazi progettati e, con la sua ironia, averli resi migliori.
Gabriele Basilico, classe 1944, milanese, architetto, fotografo, è stato uno dei protagonisti della fotografia italiana. Colui, che più di ogni altro, seppe attualizzare la lezione di Paolo Monti, celebre per le ricognizioni fotografiche del centro storico di Bologna negli Anni Cinquanta. Partecipò alla contestazione studentesca usando il mezzo fotografico per raccontare le giornate di occupazione e le azioni nei parchi milanesi, quest'ultime presenti nella mostra curata da Bonami, Addio Anni Settanta.
La fotografia nel senso geo-culturale più ampio perde con la sua scomparsa, uno dei più attivi protagonisti. Basilico si inventò uno stile e un linguaggio fotografico per raccontare gli spazi urbani, le architetture e le città del mondo. Definì così il genere della fotografia d'architettura fino ad allora poco noto, soprattutto in Italia, se non per le immagini di Ezsra Stoller, Lucien Hervé o Julius Shulmann. Iniziò col lavorare per le riviste di architettura quando ancora i servizi fotografici venivano commissionati per il taglio che il fotografo riusciva a imprimere nel leggere l'opera costruita. Diversamente da ciò che accade oggi dove fotografi globetrotter producono immagini patinate omologate di qualsiasi architettura a qualsiasi latitudine. Il suo sguardo fece scuola, molti furono i giovani autori che uscirono dai suoi workshop, tanti quanti le centinaia di libri realizzati dall'amico e maestro Gianni Berengo Gardin. Basilico riprese la tradizione dei grandi pionieri ottocenteschi, come Alinari, Atget, Marville, Baldus, che riproducevano le città con camere di grande formato attivando vere e proprie campagne fotografiche. Inizio così, fin dall'inizio, nel '78 ad esplorare le aree marginali della città con il primo lavoro Ritratti di fabbriche, nei sobborghi milanesi. Ma fu con la partecipazione, unico italiano, alla prestigiosa campagna fotografica sulle trasformazioni urbane e rurali francesi, la Datar, che assunse una fama internazionale. Con passione e poesia descrisse il bord de mer, attraversando la Normandia e i suoi porti con un bianconero intenso che rappresenta a oggi il suo lavoro migliore.
Con le città portuali ebbe un rapporto speciale, in particolare con Genova che, a partire dal 1985, tornò a fotografare più volte: dal porto alle nuove architetture. Fu in un suo ritorno genovese che lo accompagnai a fotografare la nuova facoltà di architettura, opera di Gardella, portando il suo banco ottico per le scale di accesso al tetto del teatro Carlo Felice. Era un uomo generoso e curioso di capire e misurare il mondo attraverso la sua visione, aveva abbandonato il bianconero per il colore, e il rigore della prospettiva per un nuovo linguaggio più libero.
Basilico innovò la fotografia di architettura contribuendo alla diffusione stessa dell'architettura. Non sono pochi gli architetti che devono ringraziare Basilico per la sua generosità nel raccontare gli spazi progettati e, con la sua ironia, averli resi migliori.
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