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il manifesto 2013.02.14 - 16 STORIE
Sempre PIACIUTA
ARTICOLO - Arianna Di Genova
ARTICOLO - Arianna Di Genova
Julia Pastrana, la «donna più brutta del mondo», affetta da ipertricosi ed esibita in mezzo mondo, a oltre un secolo dalla morte riceve giustizia
Arianna Di Genova
Nella città messicana di Sinaloa de Leyva, martedì scorso c'era grande eccitazione e una grande folla sfilava davanti a una bara bianca con poggiato sopra un mazzo di rose altrettanto bianche. Le persone riunite rendevano omaggio a una loro illustre concittadina, una "star" scomparsa più di un secolo e mezzo fa.
Vicino alla bara, un ritratto con un nome: Julia Pastrana, «la donna più brutta del mondo». Era così, infatti, che veniva esibita nei freak show in giro per Europa, Canada, America, a causa di quel corpo indomesticabile che la natura le aveva offerto alla sua nascita. Dopo centocinquantatré anni e una lunga battaglia, Julia è tornata nella città che l'aveva accolta da piccola e i suoi resti sono stati restituiti per una degna sepoltura.
Qualcosa non andò per il verso giusto il giorno in cui venne alla luce quella neonata india. Julia, deturpata dall'ipertricosi, una malattia genetica devastante, aveva lunghi peli neri che coprivano ogni lineamento del viso e del corpo. Crescendo, sviluppò un'altezza di un metro e 37 centimetri (l'equivalente di un bambino di cinque/sei anni). Oltretutto, doveva sopportare una mascella prominente e una ipertrofia delle gengive che costringeva i suoi denti ad accavallarsi uno all'altro in un doppio ordine, sconvolgendo ancora di più i suoi tratti somatici. La leggenda narra che sua madre venne rapita da una tribù indigena e rinchiusa in una caverna nel bel mezzo di una foresta che pullulava di orsi e bestie selvagge. Due anni dopo, la ragazza ricomparve con una bambina al seguito, Julia.
Bambola dalla voce melodiosa
Prima domestica, poi attrice suo malgrado in fiere, Julia cantava con voce armoniosa e ballava vestita come le bambole, indossando un abitino ricamato. Il suo esordio avvenne nel 1854 a New York, alla Gothic Hall di Broadway (orecchie e denti enormi e spaventosi, capelli lucenti, voce melodiosa, così veniva raccontata al pubblico la "meraviglia"). Presto, divenne anche un caso scientifico studiato come «anello mancante della catena evoluzionistica» o alternativamente, come «un ibrido fra l'uomo e l'orango», ma ebbe in realtà un solo ammiratore: Charles Darwin. Fu lui a menzionarla nel suo libro Variation of Animal and Plants under Domestication ed ebbe per lei parole di elogio, descrivendola come «una donna di rara bellezza coperta da una folta barba mascolina».
Sfortunatissima in vita, Julia lo fu ancora di più in morte. Nata nel 1834, concluse la sua breve esistenza nel 1860, a 26 anni, partorendo a Mosca un figlio (affetto dalla stessa malattia della madre, non le sopravvisse che 35 ore). Il marito, l'impresario americano Theodore Lent che l'aveva sposata per esporla nei baracconi ambulanti, vide nella sparizione della moglie la sua rovina. E così imbalsamò il suo corpo - e quello del bambino - li piazzò su un piedistallo mobile e imperterrito proseguì il vagabondaggio "artistico" con tour spettacolari per altri vent'anni, ammortizzando a modo suo il danno economico.
Una mummia redditizia
Non era un'attitudine necrofila quella di Theodore Lent, all'epoca anzi era cosa piuttosto consueta: il circense Barnum in America non si perse d'animo quando morì Jumbo, l'elefante gigante che aveva comprato a Londra. Era stato il primo pachiderma a toccare il suolo degli Stati uniti e continuò ad essere l'unico anche da scheletro (oggi è al Museo di storia naturale di New York).
La mummia di Julia quindi fu una generosa macchina da soldi per altri due decenni. Poi, in Svezia, Theodore conobbe Zenora: era una donna affetta da irsutismo. Come preso da un'ossessione la sposò e riprese a viaggiare col suo nuovo esemplare da "zoo umano", che faceva passare per la sorella di Julia. I coniugi si ritirarono poi a San Pietroburgo dove aprirono un museo delle cere, ma Theodore finì i suoi giorni in manicomio, nella miseria più nera.
E cosa accadde invece a Julia Pastrana? Nel 1921 la mummia venne acquistata da un impresario norvegese che la espose per un poì in giro, fino a che il governo glielo vietò. I suoi resti rimasero lì, nel nord Europa, non più visibili al pubblico che ormai aveva cambiato abitudini e occasioni di svago. La pace però non era concessa a Julia: negli anni Settanta, il corpo venne vandalizzato, trafugato e infine recuperato, sebbene molto malconcio, dalla polizia. Nel 1996, venne trasferito presso l'università di Oslo dove è rimasto fino al suo rientro in Messico.
Una battaglia di dignità
Il suo ritorno a casa non sarebbe stato possibile senza gli sforzi dell'artista Laura Anderson Barbata, nata a città del Messico ma trasferitasi a New York. Nel 2003, sua sorella produsse la pièce La vera storia della tragica vita e la morte trionfante di Julia Pastrana, la donna più brutta del mondo, che venne portata in scena in Texas. Laura, che disegnò i costumi per lo spettacolo, rimase colpita dalla vicenda umana della donna barbuta e ha combattuto per un decennio affinché il suo corpo venisse restituito alla città d'origine. «Meritava il diritto di riacquistare la sua dignità e il suo posto nella storia e nella memoria del mondo», ha detto coronando il suo sogno. In Italia, per la verità, la memoria di Julia Pastrana era rimasta vivissima grazie a La donna scimmia, lo splendido film ispirato alla sua vita, girato da Marco Ferreri nel 1964, con Ugo Tognazzi e Annie Girardot. Il suo corpo è finito anche in musica: è lei la regina triste della canzone della band indie degli Ass Ponys.
Nella città messicana di Sinaloa de Leyva, martedì scorso c'era grande eccitazione e una grande folla sfilava davanti a una bara bianca con poggiato sopra un mazzo di rose altrettanto bianche. Le persone riunite rendevano omaggio a una loro illustre concittadina, una "star" scomparsa più di un secolo e mezzo fa.
Vicino alla bara, un ritratto con un nome: Julia Pastrana, «la donna più brutta del mondo». Era così, infatti, che veniva esibita nei freak show in giro per Europa, Canada, America, a causa di quel corpo indomesticabile che la natura le aveva offerto alla sua nascita. Dopo centocinquantatré anni e una lunga battaglia, Julia è tornata nella città che l'aveva accolta da piccola e i suoi resti sono stati restituiti per una degna sepoltura.
Qualcosa non andò per il verso giusto il giorno in cui venne alla luce quella neonata india. Julia, deturpata dall'ipertricosi, una malattia genetica devastante, aveva lunghi peli neri che coprivano ogni lineamento del viso e del corpo. Crescendo, sviluppò un'altezza di un metro e 37 centimetri (l'equivalente di un bambino di cinque/sei anni). Oltretutto, doveva sopportare una mascella prominente e una ipertrofia delle gengive che costringeva i suoi denti ad accavallarsi uno all'altro in un doppio ordine, sconvolgendo ancora di più i suoi tratti somatici. La leggenda narra che sua madre venne rapita da una tribù indigena e rinchiusa in una caverna nel bel mezzo di una foresta che pullulava di orsi e bestie selvagge. Due anni dopo, la ragazza ricomparve con una bambina al seguito, Julia.
Bambola dalla voce melodiosa
Prima domestica, poi attrice suo malgrado in fiere, Julia cantava con voce armoniosa e ballava vestita come le bambole, indossando un abitino ricamato. Il suo esordio avvenne nel 1854 a New York, alla Gothic Hall di Broadway (orecchie e denti enormi e spaventosi, capelli lucenti, voce melodiosa, così veniva raccontata al pubblico la "meraviglia"). Presto, divenne anche un caso scientifico studiato come «anello mancante della catena evoluzionistica» o alternativamente, come «un ibrido fra l'uomo e l'orango», ma ebbe in realtà un solo ammiratore: Charles Darwin. Fu lui a menzionarla nel suo libro Variation of Animal and Plants under Domestication ed ebbe per lei parole di elogio, descrivendola come «una donna di rara bellezza coperta da una folta barba mascolina».
Sfortunatissima in vita, Julia lo fu ancora di più in morte. Nata nel 1834, concluse la sua breve esistenza nel 1860, a 26 anni, partorendo a Mosca un figlio (affetto dalla stessa malattia della madre, non le sopravvisse che 35 ore). Il marito, l'impresario americano Theodore Lent che l'aveva sposata per esporla nei baracconi ambulanti, vide nella sparizione della moglie la sua rovina. E così imbalsamò il suo corpo - e quello del bambino - li piazzò su un piedistallo mobile e imperterrito proseguì il vagabondaggio "artistico" con tour spettacolari per altri vent'anni, ammortizzando a modo suo il danno economico.
Una mummia redditizia
Non era un'attitudine necrofila quella di Theodore Lent, all'epoca anzi era cosa piuttosto consueta: il circense Barnum in America non si perse d'animo quando morì Jumbo, l'elefante gigante che aveva comprato a Londra. Era stato il primo pachiderma a toccare il suolo degli Stati uniti e continuò ad essere l'unico anche da scheletro (oggi è al Museo di storia naturale di New York).
La mummia di Julia quindi fu una generosa macchina da soldi per altri due decenni. Poi, in Svezia, Theodore conobbe Zenora: era una donna affetta da irsutismo. Come preso da un'ossessione la sposò e riprese a viaggiare col suo nuovo esemplare da "zoo umano", che faceva passare per la sorella di Julia. I coniugi si ritirarono poi a San Pietroburgo dove aprirono un museo delle cere, ma Theodore finì i suoi giorni in manicomio, nella miseria più nera.
E cosa accadde invece a Julia Pastrana? Nel 1921 la mummia venne acquistata da un impresario norvegese che la espose per un poì in giro, fino a che il governo glielo vietò. I suoi resti rimasero lì, nel nord Europa, non più visibili al pubblico che ormai aveva cambiato abitudini e occasioni di svago. La pace però non era concessa a Julia: negli anni Settanta, il corpo venne vandalizzato, trafugato e infine recuperato, sebbene molto malconcio, dalla polizia. Nel 1996, venne trasferito presso l'università di Oslo dove è rimasto fino al suo rientro in Messico.
Una battaglia di dignità
Il suo ritorno a casa non sarebbe stato possibile senza gli sforzi dell'artista Laura Anderson Barbata, nata a città del Messico ma trasferitasi a New York. Nel 2003, sua sorella produsse la pièce La vera storia della tragica vita e la morte trionfante di Julia Pastrana, la donna più brutta del mondo, che venne portata in scena in Texas. Laura, che disegnò i costumi per lo spettacolo, rimase colpita dalla vicenda umana della donna barbuta e ha combattuto per un decennio affinché il suo corpo venisse restituito alla città d'origine. «Meritava il diritto di riacquistare la sua dignità e il suo posto nella storia e nella memoria del mondo», ha detto coronando il suo sogno. In Italia, per la verità, la memoria di Julia Pastrana era rimasta vivissima grazie a La donna scimmia, lo splendido film ispirato alla sua vita, girato da Marco Ferreri nel 1964, con Ugo Tognazzi e Annie Girardot. Il suo corpo è finito anche in musica: è lei la regina triste della canzone della band indie degli Ass Ponys.
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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