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il manifesto 2013.02.15 - 11 CULTURA
 
ADDII La scomparsa del filosofo e giurista americano Ronald Dworkin
L'etica pragmatica dell'eguaglianza
ARTICOLO

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Autore di importanti studi sul diritto, è stato uno dei massimi esponenti anglosassoni del liberalismo politico
Stefano Petrucciani
Ronald Myles Dworkin, scomparso ieri all'età di ottantuno anni, è stato una delle figure più interessanti nel ricco panorama della filosofia americana del diritto e della politica. Prima che un filosofo politico, infatti, Dworkin è stato un giurista che ha attraversato il mondo del diritto in tutte le sue dimensioni, sia come giudice che come professore sulle più importanti cattedre di Jurisprudence. Dopo avere insegnato diritto a Yale, Dworkin (che era nato a Providence, negli Stati Uniti, nel 1931) fu chiamato nel 1969 a Oxford per ricoprire la cattedra che era stata di Herbert Hart, uno dei maggiori filosofi del diritto del Novecento. Insegnò poi a Londra e concluse la sua carriera come professore di diritto e filosofia alla New York University.
La sua figura di intellettuale era caratterizzata da tratti non comuni. Dworkin infatti (e questo è un aspetto che distingue talvolta gli studiosi americani da quelli europei) si muoveva nei campi disciplinari che attraversava - dal diritto alla morale alla politica - con grande libertà e creatività: non era uno studioso rigidamente accademico ma un intellettuale dai moltissimi interessi, e pronto a dire la sua anche su terreni lontani dalla sua professionale formazione giuridica. Nelle discussioni di teoria del diritto Dworkin entra nel 1977 con un libro dal titolo forte, Taking Rights Seriously (tradotto in italiano presso Il Mulino come I diritti presi sul serio) in cui prende nettamente posizione contro la visione positivista del diritto largamente dominante nelle accademie. Ma è soprattutto con gli studi successivi che Dworkin si viene delineando come il portavoce di una visione molto personale dell'attività del giudice: una lettura fortemente interpretativa dell'attività giurisprudenziale, che è delineata in libri come Questioni di principio, del 1985 e L'impero del diritto, che esce subito dopo, nell'86.
Due corposi volumi che vengono presto tradotti anche in italiano, il primo a cura di Sebastiano Maffettone, che molto ha contribuito alla conoscenza del pensiero di Dworkin in Italia (Dworkin e Maffettone, tra l'altro, firmano insieme un volume sui Fondamenti del liberalismo che esce da Laterza nel 1996).
Nel lavoro del primo Dworkin, consegnato ai due corposi volumi sopra citati, spicca soprattutto la concezione interpretativa del diritto, con le ricadute che essa ha sul modo in cui, secondo Dworkin, deve essere visto il ruolo della Corte suprema come interprete della Costituzione degli Stati Uniti. La distinzione chiave è quella tra regole e principi: le Costituzioni non ci danno delle regole sotto le quali i casi singoli possano essere sussunti con una certa meccanicità; al contrario, l'operare del giudice - e in particolare del giudice costituzionale - deve fare riferimento a un insieme di principi che devono essere creativamente interpretati, e che spesso sono anche in tensione e in contraddizione tra loro. Nei casi difficili (gli hard cases sui quali si soffermano molte pagine di Dworkin) non ci sono soluzioni deduttive; si tratta piuttosto di cercare un appropriato bilanciamento tra principi che non costituiscono un insieme coerente. E, paradossalmente, il lavoro del giudice costituzionale non è troppo diverso da quello del romanziere: come lo scrittore, arrivato a un certo punto della sua narrazione, deve proseguirla dandole lo sviluppo che più le si adatta e che meglio la completa, così il giudice della Corte Suprema deve interpretare la Costituzione in modo da svilupparla al meglio, conservandone l'identità nel mutato contesto. Una visione profondamente innovativa, fortemente liberal, di un liberalismo non ancorato a principi astratti, ma creativo e contestuale.
Di qui la netta presa di distanza di Dworkin rispetto al più corazzato e accademico (e forse anche più rigoroso) liberalismo di Rawls: per Rawls, soprattutto per il primo Rawls, quello più rigorosamente universalista, la forza del liberalismo politico sta nel proporre un modello di società che rimane neutrale rispetto alle diverse e contrastanti visioni del bene nelle quali si riconoscono i singoli individui. Il risultato dovrebbe essere uno schema di convivenza neutrale, nel quale ogni persona ragionevole si possa riconoscere. Per Dworkin questa pretesa non è convincente, perché il liberalismo incorpora un particolare tipo di etica (che lui definisce come un'etica della sfida) e dunque deve accettare di essere una visione tra le altre, non al di sopra delle altre.
Da buon liberal, poi, Dworkin è intervenuto più volte nella discussione che, suscitata in buona parte dalla Teoria della giustizia di Rawls, si è accesa tra gli studiosi anglofoni sul significato dell'eguaglianza (un passaggio essenziale fu il famoso saggio di Amartya Sen, Equality of What?). Insoddisfatto delle risposte rawlsiane e utilitariste, Dworkin, anche nel suo ultimo libro appena uscito in italiano (Giustizia per i ricci, Feltrinelli, pp. 560, euro 45) difende una concezione della «eguaglianza di risorse» per tutti i cittadini, coerente con gli assunti del liberalismo solidarista ed egualitario nei quali si è sempre riconosciuto.
 
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