EDIZIONE EBOOK
01 PRIMA PAGINA
02 LA PAGINA 3
03 LA PAGINA 3
04 POLITICA & SOCIETÀ
05 POLITICA & SOCIETÀ
06 POLITICA & SOCIETÀ
07 POLITICA & SOCIETÀ
08 INCHIESTA
09 INCHIESTA
10 CULTURA
11 CULTURA
12 VISIONI
13 VISIONI
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ARTICOLO la radio
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ARTICOLO Un carnevale che odia ogni gerarchia di Nicolò Martinelli VIAREGGIO
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ARTICOLO «Neomelodici? Oggi imitano X Factor...»
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ARTICOLO Il diabolico Elio intona un birichino «pa pa pa»
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ARTICOLO ARISTON I «big» in classico. Arriva Caetano Veloso ARISTON
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ARTICOLO GEORGE FERRIS E LA RUOTA PANORAMICA
14 LETTERE
15 LETTERE
16 STORIE
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il manifesto 2013.02.15 - 12 VISIONI
BerlinaleUna vera scoperta è la retrospettiva «The Weimar touch» con un programma sulla produzione austro-germanico-ungherese dopo la salita al potere di Hitler
Il fascino indiscreto dei maestri espatriati
ARTICOLO - Giuliana Muscio BERLINO
ARTICOLO - Giuliana Muscio BERLINO
«Pièges» di Siodmak con Maurice Chevalier è un film che contiene in realtà tre generi: noir, musical, dramma
BERLINO
Le retrospettive ai festival offrono il piacere perverso di fare delle vere scoperte, di vedere film dal linguaggio fresco e inatteso, come nel caso di The Weimar Touch Berlinale 2013, un programma sull'influenza austro-germanico-ungherese sul cinema internazionale dopo la salita al potere di Hitler. In un certo senso innovazione e ibridazioni culturali sono ovvie in questi film, perché il cinema era diventato sonoro da pochissimo e il cosmopolitismo del muto, quando gli accenti degli attori non avevano nessuna importanza, era ancora attivo, anche per via della diaspora cui il nazismo costrinse molti sudditi dell'impero asburgico, se comunisti o ebrei. I film della rassegna propongono quindi degli esempi dell'influenza esercitata da questi esuli e dal cinema di Weimar sul cinema europeo e americano, in modalità diverse: «Variazioni» è il Weimar Touch come remake: M di Losey o remakes di Victor/Victoria quali First a Girl di Saville, o l'inglese Car of Dreams che riprende Einmal Eine Grosse Dame-sein o il Golem di Duvivier del 1936. «Luci e ombre» include invece titoli classici stilisticamente ispirati al cinema tedesco o realizzati da suoi espatriati come il must del melodramma di ogni tempo, Lettera da una sconosciuta di Ophuls, Come era verde la mia valle di Ford, ma anche film meno noti quali Mollenard, girato in Francia da Robert Siodmak nel 1938, con toni noir ma anche lo spirito dei fronti popolari, che sposa l'attacco alla borghesia di Weimar con il realismo poetico francese, e The Small Back Room dei mitici Powell e Pressburger.
Diversi sono invece i film dell'«antifascismo prematuro» (come il maccartismo definì in seguito il cinema americano che metteva in guardia sulla minaccia nazifascista) della sezione «Conosci il tuo nemico». Il programma comprende alcuni titoli classici come To Be or not To Be di Lubitsch, Anche i boia muoiono di Lang, Casablanca di Michael Curtiz (Kertesz) o Confessions of a Nazi Spy di Litvak. Tra le «scoperte» della sezione l'inquietante None Shall Escape diretto dall'espatriato Andre de Toth nel 1944, in cui si parla di campi di concentramento, si mostrano carri bestiame che trasportano gli ebrei e un massacro scatenato dall'appello del rabbino a prendere le armi contro il nazismo. Scritto dal comunista Lester Cole il film è ambientato davanti a un immaginario futuro tribunale delle Nazioni Unite in cui si processa un ufficiale nazista e dimostra come si fosse allora pienamente a conoscenza dello sterminio degli ebrei proprio perché gli espatriati avevano informazioni dirette in merito e la loro politicizzata comunità era in grado di raccontarle persino in un film hollywoodiano prodotto dal fascistissimo Harry Cohn alla Columbia.
Le due sezioni che non potevano mancare sono anche quelle che stanno offrendo i testi più intriganti: «Ritmo e risate» sul filone operetta, in cui eccellevano i performer ebrei, e che quindi fu proibito dal regime, costringendo molti artisti ad emigrare nelle vicinanze, in Austria o Ungheria, o a rifugiarsi, i più fortunati, prima a Parigi e poi a Hollywood, e la sezione «Il lato oscuro», che evidenzia i postumi dell'espressionismo e dei tormenti dell'anima tedesca nel noir.
«Ritmo e risate» include per lo più commedie cantate che giocano sui sogni di mobilità sociale, ma soprattutto sull'ambiguità e l'equivoco ingenerati dalla confusa situazione sociale, dalla liberazione dei costumi e dalla messa in discussione dei ruoli di genere, con escursioni nel travestitismo, incluso il divertente capostipite Viktor und Viktoria di Schunzel del 1933. Confortato dalla disponibilità di belle ragazze, vivaci e canterine, questo genere mette al centro le figure femminili, proponendo tesori sconosciuti quali Peter di Hermann Kosterlitz (che diventerà Henry Koster a Hollywood) girato in Ungheria nel 1934, con una eccezionale Franzisca Gaal, che interpreta Eva costretta a travestirsi da Peter, ragazzino sfrontato e pieno di iniziativa, che cerca in ogni modo di sopravvivere alla catastrofe socio-economica. In una disoccupazione così feroce che ci si accapiglia per fare gli strilloni e anche i medici sono senza pazienti, Eva-Peter finisce a lavorare in un garage, alternando la tuta sformata da meccanico all'unico abito femminile che le resta - un abito da sera. Un Victor-Victoria fresco, che giustifica sempre i travestimenti da un punto di vista narrativo ma può strappare un sorriso scandalizzato al bacio tra Peter e il giovane medico, entrambi in frack. Sotto la frizzante atmosfera dell'operetta il disagio sociale non viene negato ma raccontato con la resilienza che animava questa comunità, al punto da sopravvivere onorevolmente anche a Hollywood, ma non senza tragici risvolti. Il caratterista che interpreta il gestore del garage dove lavora Peter infatti fu una delle vittime di Auschwitz.
Un'altra operetta è Einmal Eine Grosse Dame-sein di Gerald Lamprecht (futuro direttore della cineteca tedesca) realizzata in Germania nel 1934, in una strana commistione di escapismo e critica sociale, in cui tre ragazze lavoratrici sognano abiti eleganti, mariti ricchi, ma naturalmente anche l'amore. In un'improbabile favola moderna, la spigliata Kitty conquista tutti e tre gli obiettivi, realizzando il sogno del titolo di diventare una «gran dama» quando incontra un giovane barone modernizzatore, il quale vuole svecchiare il feudo degli avi con i trattori e organizza il lavoro coi suoi compagni dell'istituto agrario in modo collettivista, unendosi in un canto «operaio» nello stile di Kurt Weill. Angolazioni accentuate e scenografie tra modernismo ed espressionismo lasciano intuire che anche se alla fine vince la favola di mobilità sociale, il tutto non sarebbe possibile senza l'equivoco e senza l'aiuto solidale di una ricca e moderna ragazza australiana, che scavalca le barriere di classe. Le canzoncine in perfetto stile viennese e il finale devono aver comunque distratto i censori da quei tocchi weimariani che oggi si percepiscono ancora.
La sezione dedicata al «Lato oscuro» ovvero al noir che tanto deve all'espressionismo e alla diaspora, ha proposto finora Pièges, girato da Robert Siodmak a Joinville; un film che in realtà ne contiene tre: un poliziesco tradizionale alla ricerca di un serial killer, scegliendo come «esca» una ragazza sveglia quanto vissuta, che diventa una sorta di musical alla francese con Maurice Chevalier in versione scanzonata che canta, balla e seduce l'esca, e una terza parte noir, in cui si discute persino di Freud, dove il povero Chevalier è incriminato come serial killer. Per quanto sbilanciato tra generi che sembra impossibile fondere, il film mantiene stilisticamente, nell'uso delle ombre, degli specchi e delle atmosfere, il suo imprinting tedesco, ibridato con un pessimismo francese quotidiano e cinico, ben rappresentando quel cosmopolitismo che negli anni Trenta lascia un'Europa economicamente disperata e socio-politicamente in crisi, per approdare a Hollywood, e occuparne l'immaginario con le sue talvolta sorridenti ma sempre fondate inquietudini.
Le retrospettive ai festival offrono il piacere perverso di fare delle vere scoperte, di vedere film dal linguaggio fresco e inatteso, come nel caso di The Weimar Touch Berlinale 2013, un programma sull'influenza austro-germanico-ungherese sul cinema internazionale dopo la salita al potere di Hitler. In un certo senso innovazione e ibridazioni culturali sono ovvie in questi film, perché il cinema era diventato sonoro da pochissimo e il cosmopolitismo del muto, quando gli accenti degli attori non avevano nessuna importanza, era ancora attivo, anche per via della diaspora cui il nazismo costrinse molti sudditi dell'impero asburgico, se comunisti o ebrei. I film della rassegna propongono quindi degli esempi dell'influenza esercitata da questi esuli e dal cinema di Weimar sul cinema europeo e americano, in modalità diverse: «Variazioni» è il Weimar Touch come remake: M di Losey o remakes di Victor/Victoria quali First a Girl di Saville, o l'inglese Car of Dreams che riprende Einmal Eine Grosse Dame-sein o il Golem di Duvivier del 1936. «Luci e ombre» include invece titoli classici stilisticamente ispirati al cinema tedesco o realizzati da suoi espatriati come il must del melodramma di ogni tempo, Lettera da una sconosciuta di Ophuls, Come era verde la mia valle di Ford, ma anche film meno noti quali Mollenard, girato in Francia da Robert Siodmak nel 1938, con toni noir ma anche lo spirito dei fronti popolari, che sposa l'attacco alla borghesia di Weimar con il realismo poetico francese, e The Small Back Room dei mitici Powell e Pressburger.
Diversi sono invece i film dell'«antifascismo prematuro» (come il maccartismo definì in seguito il cinema americano che metteva in guardia sulla minaccia nazifascista) della sezione «Conosci il tuo nemico». Il programma comprende alcuni titoli classici come To Be or not To Be di Lubitsch, Anche i boia muoiono di Lang, Casablanca di Michael Curtiz (Kertesz) o Confessions of a Nazi Spy di Litvak. Tra le «scoperte» della sezione l'inquietante None Shall Escape diretto dall'espatriato Andre de Toth nel 1944, in cui si parla di campi di concentramento, si mostrano carri bestiame che trasportano gli ebrei e un massacro scatenato dall'appello del rabbino a prendere le armi contro il nazismo. Scritto dal comunista Lester Cole il film è ambientato davanti a un immaginario futuro tribunale delle Nazioni Unite in cui si processa un ufficiale nazista e dimostra come si fosse allora pienamente a conoscenza dello sterminio degli ebrei proprio perché gli espatriati avevano informazioni dirette in merito e la loro politicizzata comunità era in grado di raccontarle persino in un film hollywoodiano prodotto dal fascistissimo Harry Cohn alla Columbia.
Le due sezioni che non potevano mancare sono anche quelle che stanno offrendo i testi più intriganti: «Ritmo e risate» sul filone operetta, in cui eccellevano i performer ebrei, e che quindi fu proibito dal regime, costringendo molti artisti ad emigrare nelle vicinanze, in Austria o Ungheria, o a rifugiarsi, i più fortunati, prima a Parigi e poi a Hollywood, e la sezione «Il lato oscuro», che evidenzia i postumi dell'espressionismo e dei tormenti dell'anima tedesca nel noir.
«Ritmo e risate» include per lo più commedie cantate che giocano sui sogni di mobilità sociale, ma soprattutto sull'ambiguità e l'equivoco ingenerati dalla confusa situazione sociale, dalla liberazione dei costumi e dalla messa in discussione dei ruoli di genere, con escursioni nel travestitismo, incluso il divertente capostipite Viktor und Viktoria di Schunzel del 1933. Confortato dalla disponibilità di belle ragazze, vivaci e canterine, questo genere mette al centro le figure femminili, proponendo tesori sconosciuti quali Peter di Hermann Kosterlitz (che diventerà Henry Koster a Hollywood) girato in Ungheria nel 1934, con una eccezionale Franzisca Gaal, che interpreta Eva costretta a travestirsi da Peter, ragazzino sfrontato e pieno di iniziativa, che cerca in ogni modo di sopravvivere alla catastrofe socio-economica. In una disoccupazione così feroce che ci si accapiglia per fare gli strilloni e anche i medici sono senza pazienti, Eva-Peter finisce a lavorare in un garage, alternando la tuta sformata da meccanico all'unico abito femminile che le resta - un abito da sera. Un Victor-Victoria fresco, che giustifica sempre i travestimenti da un punto di vista narrativo ma può strappare un sorriso scandalizzato al bacio tra Peter e il giovane medico, entrambi in frack. Sotto la frizzante atmosfera dell'operetta il disagio sociale non viene negato ma raccontato con la resilienza che animava questa comunità, al punto da sopravvivere onorevolmente anche a Hollywood, ma non senza tragici risvolti. Il caratterista che interpreta il gestore del garage dove lavora Peter infatti fu una delle vittime di Auschwitz.
Un'altra operetta è Einmal Eine Grosse Dame-sein di Gerald Lamprecht (futuro direttore della cineteca tedesca) realizzata in Germania nel 1934, in una strana commistione di escapismo e critica sociale, in cui tre ragazze lavoratrici sognano abiti eleganti, mariti ricchi, ma naturalmente anche l'amore. In un'improbabile favola moderna, la spigliata Kitty conquista tutti e tre gli obiettivi, realizzando il sogno del titolo di diventare una «gran dama» quando incontra un giovane barone modernizzatore, il quale vuole svecchiare il feudo degli avi con i trattori e organizza il lavoro coi suoi compagni dell'istituto agrario in modo collettivista, unendosi in un canto «operaio» nello stile di Kurt Weill. Angolazioni accentuate e scenografie tra modernismo ed espressionismo lasciano intuire che anche se alla fine vince la favola di mobilità sociale, il tutto non sarebbe possibile senza l'equivoco e senza l'aiuto solidale di una ricca e moderna ragazza australiana, che scavalca le barriere di classe. Le canzoncine in perfetto stile viennese e il finale devono aver comunque distratto i censori da quei tocchi weimariani che oggi si percepiscono ancora.
La sezione dedicata al «Lato oscuro» ovvero al noir che tanto deve all'espressionismo e alla diaspora, ha proposto finora Pièges, girato da Robert Siodmak a Joinville; un film che in realtà ne contiene tre: un poliziesco tradizionale alla ricerca di un serial killer, scegliendo come «esca» una ragazza sveglia quanto vissuta, che diventa una sorta di musical alla francese con Maurice Chevalier in versione scanzonata che canta, balla e seduce l'esca, e una terza parte noir, in cui si discute persino di Freud, dove il povero Chevalier è incriminato come serial killer. Per quanto sbilanciato tra generi che sembra impossibile fondere, il film mantiene stilisticamente, nell'uso delle ombre, degli specchi e delle atmosfere, il suo imprinting tedesco, ibridato con un pessimismo francese quotidiano e cinico, ben rappresentando quel cosmopolitismo che negli anni Trenta lascia un'Europa economicamente disperata e socio-politicamente in crisi, per approdare a Hollywood, e occuparne l'immaginario con le sue talvolta sorridenti ma sempre fondate inquietudini.
Foto: UNA SCENA DA «TO BE OR NOT TO BE» DI ERNST UBITSCH, IN BASSO «NONE SHALL ESCAPE» DI ANDRE DE TOTH
Enzo Jannacci intervistato da Aldo Colonna. Ultravista: Andy e Lana (già Larry) Wachowski e Tom Tykwer sul nuovo film Cloud Atlas. Sport e Shoah. Ultrasuoni: Atlante sonoro: transito e tradizione musicale nelle città del Mediterraneo. Come salvare il catalogo della Norton distrutto dall'uragano Sandy.
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