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il manifesto 2013.02.16 - 05 POLITICA & SOCIETÀ
 
VIA SOLFERINO 28 Rcs annuncia 800 esuberi e un trasloco choc
Il Corriere della Sera si accartoccia nelle mani delle banche creditrici
ARTICOLO - Luca Fazio MILANO

ARTICOLO - Luca Fazio MILANO
Dieci periodici del gruppo rischiano di chiudere per il crollo delle vendite e della pubblicità
MILANO
Il ground zero dell'editoria italiana potrebbe avere un indirizzo che è già leggenda prima di diventare simbolo di una catastrofe generale. Via Solferino 28. Zona Brera, cuore di Milano. L'unico caso dove il nome di una strada è sinonimo più potente dell'istituzione che la occupa. La sede del Corriere della Sera, il fiore all'occhiello del più importante gruppo editoriale italiano (Rcs), con 4.900 dipendenti nel mondo. Vendono il palazzo, dicono. Per fare cassa, anche se il mercato immobiliare è un disastro. Ma forse è solo una minaccia per costringere i giornalisti a barattare qualche diritto piuttosto che rassegnarsi all'idea di un trasloco vissuto come una vera tragedia. L'inizio della fine. Fatto sta che secondo l'azienda il solo trasloco permetterebbe un risparmio tra i 5 e i 10 milioni all'anno.
Ma non di stucchi e mattoni parla la crisi più pesante che investe le imprese editoriali italiane. Il gruppo Rcs ha annunciato 800 «esuberi», 640 in Italia e 160 in Spagna. La crisi era nell'aria, ma per la prima volta i lavoratori hanno capito che questa volta si fa sul serio. I dipendenti dei periodici, i più colpiti dai tagli, sono già in sciopero. Il 21 febbraio tutti i cdr del gruppo si riuniranno per decidere il da farsi. La data del primo sciopero di tutte le testate coinciderà con la riunione del Cda convocata a marzo.
Il gruppo ha messo in vendita dieci testate, ma scatterà la chiusura se le eventuali trattative non si chiuderanno entro marzo. Spariranno dalle edicole Brava Casa, A, Novella 2000, Visto, Astra, Ok Salute, Max, L'Europeo, Domenica Quiz e Yacht and Fail (110 posti di lavoro in meno su 250 dipendenti). Nei due colossi, Gazzetta dello Sport e Corriere, ormai c'è poco da tagliare e si ipotizzano esuberi per 80-90 persone, tra giornalisti e poligrafici (gli spagnoli di El Mundo, Marca e Expansion sono messi peggio: per 160 licenziati ci sono 2 anni di stipendio e tanti saluti).
Come in ogni annuncio di tagli lacrime sangue che si rispetti, ovviamente sono state spese alcune belle parole sul tema del rilancio. Promesse. 180 milioni di investimenti: 45 milioni per il cartaceo (concentrandosi su moda, femminile, arredamento e infanzia, molto family... ) e 135 per il settore multimediale. Ma la tardiva scelta di puntare sul digitale probabilmente non riuscirà a colmare il ritardo accumulato da tutti gli editori italiani negli ultimi dieci anni, in particolare per un gigante come Rcs. Tra gli obiettivi fissati entro il 2015 si indica un 25% di fatturato totale proveniente dal multimediale, quando a livello europeo ci sono concorrenti che già oggi si attestano sul 40-50%.
Ma non aver compreso per tempo la rivoluzione digitale non è stato l'unico clamoroso errore commesso dalla Rcs, dicono in via Solferino. A pesare sono soprattutto i debiti con le banche contratti per gli investimenti in Spagna che si sono rivelati un fallimento: 900 milioni. Che adesso vanno restituiti, con gli interessi. Curioso che il Corriere, come dice qualcuno, oggi sia «nelle mani della banche»: Unicredit, Intesa e Mediobanca (le ultime due sono azioniste dirette).
La concomitanza con la crisi globale ha fatto il resto. E sono numeri impietosi. Nel quinquennio 2007-2011, gli introiti della pubblicità alla Rcs sono calati del 40% per i periodici e del 32% per i quotidiani, l'on-line invece ha segnato un + 53%, ma partendo da cifre poco importanti (nel 2012 il segno meno si è bloccato al 13%). Nello stesso periodo il calo in edicola è stato una mazzata: da un fatturato di 1,7 miliardi si è passati a 1,2.
Queste sono le cifre che qualche giorno fa sono state presentate ai lavoratori del gruppo. Nei corridoi di via Solferino (e ancora di più nei periodici) oggi si respira un'aria da «day after». Sembra che a botta calda anche i giornalisti più battaglieri siano rimasti ammutoliti prima di prendere coscienza che nel più grande gruppo editoriale italiano non può passare sotto silenzio una «ristrutturazione» così devastante - con tanto di messa in vendita di un palazzo simbolo che forse vale tanto quanto la testata. Ma adesso sono arrabbiati e suona strano sentirsi raccontare la «solita storia» vagamente anti capitalista ben lontani dai cancelli di una fabbrica, per esempio che è troppo facile fare investimenti sbagliati (anche la Rcs sbaglia) e poi rivalersi sulle spalle dei lavoratori invece di rinegoziare il debito con le banche amiche.
ANGELA QUATTRONE / EMBLEMA
 
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