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il manifesto 2013.02.16 - 05 POLITICA & SOCIETÀ
 
INFORMAZIONE L'anno scorso espulsi dalle redazioni 1.100 cronisti. Pubblicità ai minimi fino al 2014 incluso
La crisi divora giornali e giornalisti
ARTICOLO - Carlo Lania ROMA

ARTICOLO - Carlo Lania ROMA
Lunedì vertice Fnsi-Fieg: il governo ci dedichi la stessa attenzione dedicata a banche e auto
ROMA
Un tavolo comune per affrontare una crisi che ormai colpisce anche i grandi gruppi editoriali, come dimostrano le cronache degli ultimi giorni. A chiederlo alla Fieg è stata la Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti, di fronte alle numerose richieste di stato di crisi provenienti dagli editori e nella consapevolezza che non si risana un settore importante come l'editoria solo a colpi di prepensionamenti, solidarietà e cassa integrazione. Anche perché il prezzo pagato finora dal punto di vista umano ma anche in costi per l'Inpgi, l'Istituto di previdenza dei giornalisti, è già alto.
Nel 2012 sono state decine gli stati di crisi aperti dalle aziende, che hanno portato all'espulsione dalle redazioni di 1.100 giornalisti, numero che sale fino a 2.000 se si considerano gli ultimi tre anni. È chiaro dunque che, stando così le cose, il prossimo governo si troverà sul tavolo delle vertenze calde anche quella che riguarda l'intera filiera dell'editoria, dalle redazioni alle edicole.
Lunedì prossimo il segretario della Fnsi Franco Siddi incontrerà il presidente degli editori Giulio Anselmi. La Fnsi, con un documento approvato nei giorni scorsi, dice che «alla crisi economica e del settore si sono sommati la scarsa lungimiranza degli editori», il ritardo nella risposta alle trasformazioni tecnologiche, «palesi errori manageriali e investimenti sbagliati». «Si deve dunque parlare - dice il sindacato - di un vero e proprio fronte di preoccupazione estrema sul quale occorre compiere atti di corresponsabilità importanti a tutti i livelli, a partire dalla politica che sembra invece, in questa fase elettorale, avere cancellato qualsiasi progetto di intervento a sostegno di un settore precipitato, come tutto il paese, in una crisi senza precedenti». Una crisi che non mette a rischio solo migliaia di posti di lavoro ma anche la sopravvivenza di un'informazione indipendente e plurale.
A peggiorare ulteriormente le cose c'è lo stop subìto dalla raccolta pubblicitaria con la conseguente flessione dei fatturati che nell'ultimo anno, complessivamente, hanno registrato un calo del 17%, senza risparmiare nessuno: quotidiani (-17,6%), periodici (-18,4%), televisioni (-15,3% e radio (-10,2%). Non si tratta delle difficoltà a cui il mercato è sottoposto periodicamente, come sottolineato giovedì con preoccupazione da Nielsen, l'istituto che ha raccolto i dati, al sito di Prima comunicazione: «Abbiano registrato un elemento di discontinuità. Dopo il calo pubblicitario del 2009 (-13.6%) e il rimbalzo positivo del 2010 (+7.9%) non è seguita la 'solita' ripresa ma sono arrivati altri due anni di decrescita. Un andamento che indica chiaramente una cosa: siamo di fronte a un cambio strutturale e non congiunturale. E ci vorrà tutto il 2014 prima di capire se ripartirà un ciclo o se rimarremo in questa fase di turbolenza» .
Il problema è che se l'analisi della crisi accomuna tutti i protagonisti, diversi sono gli approcci sul come metterci le mani. Da parte loro gli editori hanno già fatto capire che aria tira e senza perdere tempo sono partiti all'attacco con una pagina pubblicata su alcuni giornali pochi giorni fa in cui la Fieg ha spiegato quali impegni si attende dal futuro governo. In cima alla lista dei desiderata gli editori mettono una drastica riduzione dei contributi per l'editoria, definiti come al solito «una distribuzione indiscriminata di risorse» e dimenticando che proprio le testate che usufruiscono del sostegno statale hanno più volte richiesto una radicale pulizia nei criteri di distribuzione del finanziamento. Ma anche, altro punto delicato toccato della Fieg, una maggiore liberalizzazione della distribuzione, che tradotto significa un ulteriore ampliamento dei punti di distribuzione dei giornali a scapito delle edicole. Giovedì Mario Monti ha fatto capire di aver ricevuto il messaggio, sparando a zero contro il fondo per l'editoria: «È illusorio - ha detto il premier - che il denaro dei contribuenti possa andare a sostituirsi ai ricavi nel caso in cui questi non vengano dal mercato».
Una posizione a metà tra il «liberismo» e il «grillismo» alla quale ha replicato Siddi: «Sfugge al presidente del consiglio Monti che il bene informazione prodotto e distribuito dai media vecchi e nuovi non è un prodotto di consumo che si trova al supermercato. La crisi dell'industria editoriale non è una crisi di singole situazioni ma di un intero settore decisivo della democrazia, della vita pubblica e dell'industria italiana. Che meriterebbe un'attenzione almeno pari, se non superiore, a quella avuta da altri settori come l'auto o la finanza».
Con la tempesta della crisi il sindacato dei giornalisti è in evidente difficoltà. Il nuovo presidente della Fnsi, Giovanni Rossi, appena eletto, si dice d'accordo a grandi linee con la Fieg sulla necessità di rimettere mano al fondo per l'editoria trasformandolo in un «fondo per l'innovazione» che gioco forza diventerebbe appannaggio dei grandi editori quotati in borsa. Se così fosse, si colpirebbero, in pratica, proprio le testate in cooperativa, di idee e non profit, quelle che non potendo contare su grossi introiti pubblicitari o ricapitalizzazioni in borsa sono finora, proprio per queste caratteristiche, le uniche destinatarie dei rimborsi statali.
Il mondo dell'editoria cooperativa vera, sana e onesta, chiede da anni una riforma dell'editoria in grado di salvaguardare il pluralismo. «Non è compito facile, perché non si tratta di elaborare politiche difensive o di incentivi», afferma un comunicato congiunto di Aci comunicazione, Agci Culturalia, Federcultura, Confcooperative e Mediacoop-Legacoop. «Se lo si vuole affrontare seriamente occorre porsi i problemi non eludibili del conflitto di interessi, della corretta e pluralista allocazione delle risorse pubblicitarie, della riforma del sistema dell'emittenza televisiva, della riforma Rai e del controllo dei processi di concentrazione editoriale».
 
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