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il manifesto 2013.02.16 - 13
 
SANREMO 63 · L'antiretorica «A bocca chiusa» del cantautore romano riporta in un testo festivaliero un messaggio impegnato
Il malinconico corteo di Daniele Silvestri
ARTICOLO - Alberto Piccinini

ARTICOLO - Alberto Piccinini
Fatece largo che passa il corteo. «Mi interessava raccontare il punto di vista di uno di una certa età, che è sceso tante volte in piazza e ha avuto il tempo di disilludersi». Così Daniele Silvestri racconta la sua A bocca chiusa , malinconica, antiretorica autoironica descrizione di un corteo a via Merulana, Roma, con tutta la forza e la debolezza della politica di piazza nei nostri anni. Difatti: «Andremo in strada co' tutti gli striscioni/ a fare come sempre la figura dei fregnoni». Fino alla chiusa, che evoca tanti articoli di giornale: «Senza scudi per proteggermi,/ né armi per difendermi né caschi per nascondermi (...) ho solo questa lingua in bocca e se mi tagli pure questa io non mi fermo,/ scusa canto pure ... a bocca chiusa». L'ultima evocazione di un corteo sul palco dell'Ariston risaliva al 1991, quando Paolo Vallesi vinse la categoria Giovani con Le persone inutili . Scritta dal paroliere Beppe Dati, la canzone si metteva un po' pateticamente dalla parte della «gente che non riesce a vivere/ che non mostra i denti e i muscoli». L'annata è significativa: la vigilia di Tangentopoli, il tramonto del decisionismo craxiano. L'esito più che qualunquista: «Sono le persone inutili,/ le più vere e le più umili/ che non troveremo mai/ sui giornali o nei cortei,/ ma che amano ogni giorno molto più di noi». Chissà perché, poi. Dentro un corteo, secondo la leggenda, nacque pure Chi non lavora non fa l'amore di Adriano Celentano. Il molleggiato e il suo paroliere Luciano Beretta osservarono ad una manifestazione di metalmeccanici il litigio di una coppia: la moglie urla al marito di tornare al lavoro perché in casa non ci sono più soldi. Con quel che ne consegue. «Il mio è un invito a comporre pacificamente le vertenze di lavoro», rispose Celentano, anno di grazia 1970, nel difendersi da chi gli dava (a ragione ) del reazionario. «La politica non c'entra nulla - aggiunse Beretta - è una storia milanese, una mano sul cuore e una sul portafoglio», individuando però correttamente il valore canzonettistico del corteo nel rapporto sbilenco tra i pensieri del narratore e il rumore della folla sullo sfondo. La canzone vinse il Festival. Lo scandalo di Celentano si vede bene nelle canzoni che in quegli anni mettono in scena i cortei. E non vanno a Sanremo. La più militante di tutti è di Pino Masi, vocione e pochi accordi, 1970: «Oggi ho visto nel corteo tante facce sorridenti/ la compagne quindici anni gli operai con gli studenti», verso allora celeberrimo per l'apparizione vagamente sexy. Continua così: «Quando poi le camionette hanno fatto i caroselli/ i compagni hanno impugnato i bastoni dei cartelli». Altre versioni dicevano «sassi, bocce e manganelli», giustificando meglio il titolo: La violenza . Spavaldo. Nel 1972 i milanesi Stormy Six ambientarono nelle strade della grigia Milano un corteo nel quale viene assassinato un compagno. La manifestazione è una fuga con chitarra elettrica distorta, rock, nella testa: «Ho lasciato la mano di due compagni/ho cercato il rifugio in un portone/ in un attimo senza il tempo di pensare/ ho vissuto ciò che più tu non vivrai». Bisognerà aspettare la fine del 1977 per dare alla solitudine nel corteo una connotazione paradossale, tenera, comica, benissimo recuperata oggi da Daniele Silvestri. «Ultimo mohicano/ sampietrino in mano/ solo qui nella via/ e la barricata dove l'han portata?/ non c'è proprio più», diceva una canzone di Gianfranco Manfredi. Saluta un'epoca, ma non i suoi fantasmi che hanno continuato a riprodursi fino ad oggi DANIELE SILVESTRI SULLA COPERTINA DELL'EP PUBBLICATO IL 14 FEBBRAIO
 
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