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il manifesto 2013.09.03 - 13 VISIONI
 
COMPETIZIONE - «Parkland» di Peter Landesman indaga sull'attentato a JFK. Cinquant'anni dopo lo «choc» americano
Ritorno a Dallas, un'ossessione affrontata troppe volte
TAGLIO BASSO - Rinaldo Censi
VENEZIA
TAGLIO BASSO - Rinaldo Censi - VENEZIA
La prima cosa che viene alla mente pensando a Parkland di Peter Landesman (in concorso) possiamo riassumerla così: a chi si rivolge questo film? Sono passati ormai 50 anni dai fatti di Dallas, eppure le prime immagini che il film ci rimanda sono didascalie esplicative che riassumono i fatti accaduti lì in Texas. In questo film tutto ruota intorno allo choc, vale a dire a quel momento topico in cui l'America - ce lo hanno ripetuto libri poemi dipinti film - scopre improvvisamente la sua vulnerabilità e scopre che non sarà mai più la stessa. Nondimeno, nel 2013, Landesman sente il bisogno di riassumere quanto accaduto con due o tre didascalie. Qualcuno deve essersi distratto, o forse deve essere il terrore dell'analfabetismo di ritorno. In ogni caso, benvenuti a Dallas, Texas. Di nuovo.
C'è una sequenza che mi sembra davvero rivelatrice di come gli Stati uniti abbiamo o non abbiano fatto i conti con la morte di JFK. È quella in cui la bara del presidente sta per essere portata sull'AirForce One, per fare ritorno a Washington. Sembra un momento un po' anodino, eppure ci appare rivelatore. Si tratta di fare i conti con un cadavere. Dove metterlo, come considerarlo? In questo caso, la bara va messa nel bagagliaio tra le valigie? Oppure dove? Dove posizionare questo corpo? La scelta sarà quella di farlo entrare a fatica dall'ingresso dell'aereo, segando via un ostacolo che ne bloccava il passaggio. Ecco, è come se questa scena si prestasse a una metafora. Che fare dei fatti di Dallas? Come farci i conti? Come raccontarli?
Sull'argomento si sono esercitati in tanti. A partire da John Waters che solo pochi anni dopo i fatti gira Eat Your Make Up. Divine indossa gli abiti di Jackie Kennedy e ripete mirabilmente e irrispettosamente la scena dell'assassinio. John Waters cita e rielabora, guarda caso, i materiali Super8 filmati da Abraham Zapruder che giocano un ruolo importante in questo film. Già: il filmino di Zapruder. Landesman è l'ultimo in una lista infinita di cineasti che fa i conti con quei metri di pellicola. Ma sembra quasi non esserne cosciente. Nel suo afflato educativo pensa forse di fare un ottimo servizio allo spettatore, mettendolo al corrente di questa notizia, come se nessuno prima di lui se ne fosse occupato. Quel giorno qualcuno ha filmato l'assassinio. Lo sapevate? Eppure JFK di Stone non è poi un film così sconosciuto ai più. Ed eviteremo di fare riferimento ad altri due film, per stare stretti: Report di Bruce Conner (1967) o The Zapruder Footage: an investigation of consensual hallucination (1999), di Keith Sanborn. Kennedy, Oswald, l'America: 40 minuti, ma per capire gli Stati uniti e la complessità e l'inesauribilità della vicenda, basterebbe fare riferimento a questi.
Questo per dire che, sì, è vero: l'assassinio Kennedy è e resta un punto cieco, qualcosa con cui ancora oggi, dopo l'11 settembre, non si è finito di fare i conti. Dopo 50 anni scopriamo che quel cadavere, che consideravamo ormai sepolto, ossessiona ancora questo paese, e il cinema. La minestra appare davvero riscaldata. Adatta magari per un passaggio pomeridiano su un canale televisivo.
 
[stampa]
 
 
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