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il manifesto 2013.09.05 - 08 REPORTAGE
 
Cir/L'EGEMONIA TEDESCA NELL'UNIONE EUROPEA PESA ANCHE SUI RIFUGIATI
Norme a misura di Germania: «Un muro legale contro l'accoglienza degli stranieri»
INTERVISTA - Ja. Ro.

INTERVISTA - Ja. Ro.
«Le norme dell'Unione europea sono il principale problema, perché sono fatte a misura di Germania. Dal 2014 entra in vigore un nuovo regolamento, il Dublino III, che non cambia granché la situazione: grazie alla sua egemonia nella Ue, il mio Paese si è costruito un muro legale attorno a sé per non accogliere rifugiati». Non usa giri di parole, Nora Brezger: «Con le norme vigenti, lo stato che deve farsi carico dei rifugiati è il primo in cui il migrante mette piede. E, guarda caso, in Germania è impossibile entrare senza passare da un altro stato della Ue: lo dice la geografia».
Quando esce dalla scuola elementare dove lavora come insegnante di sostegno ai bimbi stranieri che non parlano tedesco, la trentaduenne berlinese si divide fra il Consiglio dei rifugiati, finanziato dalla chiesa evangelica, e un'associazione «più militante» (KuB - Kontakt- und Beraungsstelle) che offre assistenza, ma anche sostegno politico, ai migranti che vivono nella capitale. Tutti i giorni è immersa nei problemi delle persone che cercano di rifarsi una vita in Germania. «I richiedenti asilo non vengono prevalentemente dall'Africa, come quelli che sbarcano sulle coste italiane», spiega Brezger. «La maggior parte, in questo periodo, arriva da Siria, Afghanistan, Iraq, Cecenia, spesso con molti mesi di viaggio alle spalle. Il problema è che quasi tutti hanno lasciato le impronte in altri stati d'Europa: e quindi, in teoria, devono tornare indietro. L'unica eccezione la si fa per la Grecia: lì i migranti non possono essere rispediti, perché la Ue ha rilevato che le condizioni nelle quali erano tenuti erano al di sotto dei minimi standard di umanità».

Brezger, cosa succede ai migranti che vogliono restare in Germania e che non hanno già fatto richiesta di asilo altrove?
Se qua in Germania l'amministrazione si imbatte in una persona che, ad esempio, è entrata in Europa dall'Italia, ma che non ha chiesto l'asilo al vostro Paese, allora ha tre mesi di tempo per chiedere al vostro governo di riprendersi il migrante. L'Italia ne ha altrettanti per rispondere, ma attenzione: vale il silenzio assenso. Quindi, se dal ministero degli interni italiano non giunge risposta - come nella maggior parte dei casi - vuol dire che l'Italia «rivuole indietro» la persona e la Germania è autorizzata a rispedirla, come un pacco postale. Ma deve farlo entro sei mesi, altrimenti «deve tenersi» il migrante, che è l'obiettivo che noi vogliamo raggiungere. Quindi cerchiamo di far trascorrere quel periodo con tutti i mezzi legali disponibili: ricorsi degli avvocati, certificati medici. Se ci riusciamo, a quel punto la persona può chiedere legalmente l'asilo qua. Ovviamente, senza garanzia che venga concesso: ma almeno non c'è più il pericolo di espulsione.

Che succede durante la procedura d'asilo?
Vivi nei centri di accoglienza e non puoi lavorare. C'è gente che resta in quella condizione addirittura dieci anni: e in molti non ce la fanno più. Ho visto tante persone, arrivate piene di orgoglio e speranza, consumarsi lentamente e precipitare nella depressione. Non mancano i suicidi. Il paradosso è che quando una persona dà evidenti segni di squilibrio e disagio psichico - indotto da questa condizione assurda -, allora riceve quasi automaticamente il permesso, proprio per il suo disagio. È incredibile.

Nei casi «normali», qual è la risposta dagli uffici competenti?
La maggior parte delle richieste di asilo riceve, dopo un anno di attesa in media, risposta negativa. Allora c'è una richiesta di appello, fatta con un avvocato. Se anche la seconda risposta è negativa, allora il migrante entra nella condizione della «Duldung», in cui si viene «tollerati». È una condizione che esiste soltanto qua in Germania: vuol dire che in questo Paese legalmente non ci puoi stare, ma le procedure di espulsione non si attivano subito. Attualmente sono 80mila persone con la «Duldung»: e se fanno figli, anche i bambini ereditano quello status. Dopo quattro anni, puoi lavorare, in teoria: ma in pochi si fidano ad assumere una persona con una condizione così precaria. Perché prima o poi la procedura di espulsione può attivarsi.
 
[stampa]
 
 
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