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il manifesto 2013.09.06 - 06 POLITICA
 
Palermo/LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA IN APPELLO DELL'EX SENATORE
«Un patto tra Berlusconi e i boss, con la mediazione di Dell'Utri»
TAGLIO MEDIO - Federico Scarcella

TAGLIO MEDIO - Federico Scarcella
Per un ventennio Marcello Dell'Utri ha avuto rapporti con la mafia, praticando una serie di comportamenti «tutt'altro che episodici, profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale e agendo in sinergia con l'associazione mafiosa». E' scritto nero su bianco nelle motivazioni depositate dalla terza sezione della corte d'appello di Palermo, che ha condannato l'ex parlamentare di Forza Italia e del Pdl a 7 anni di reclusione. La stessa pena gli era stata inflitta nel precedente processo di secondo grado, rimandato dalla Cassazione ad altra sezione d'appello affinché approfondisse il periodo tra il 1978 e l'82, quando Dell'Utri aveva formalmente chiuso il rapporto con le aziende di Silvio Berlusconi. Rapporto, spiegano ora i giudici, che non si è mai interrotto. L'ex capo di Publitalia, secondo il collegio presieduto da Raimondo Lo Forti, ha fatto da mediatore tra Berlusconi e la mafia dal 1974 al 1992.
Questo patto tra l'ex premier e Cosa nostra ha una data: maggio 1974, quando Dell'Utri partecipa all'incontro di Berlusconi con i boss Gaetano Cinà, Stefano Bontade e Mimmo Teresi, episodio che «ha costituito la genesi - scrivono i giudici - del rapporto che ha legato l'imprenditore e la mafia, con la mediazione di Dell'Utri».
Le frequentazioni del futuro statista, già note da tempo, lasciano di stucco; come le dichiarazioni rese nel '98 da Filippo Alberto Rapisarda, l'imprenditore che assunse Dell'Utri nella propria azienda, l'Inim, su richiesta di Cinà. Fu proprio Rapisarda a spiegare che nell'80, all'hotel Geroge V di Parigi, l'ex braccio destro di Berlusconi chiese a Bontade e Teresi 20 miliardi di lire per l'acquisto di film per Canale 5. Vicende che questo strano Paese sembra aver dimenticato, concentrato a registrare i versi di pitonesse, falchi e colombe che rivendicano un salvacondotto per lo statista, fresco di condanna per frode fiscale.
Un ripasso del processo Dell'Utri non fa male allo studio della recente storia d'Italia. L'imprenditore che si è fatto da sé e ha incantato il suo elettorato, dall'incontro del '74 «ha abbandonato qualsiasi proposito (da cui non è parso mai sfiorato) di farsi proteggere da rimedi istituzionali. E' rientrato sotto l'ombrello di protezione mafiosa, assumendo Vittorio Mangano (il famoso boss stalliere, ndr) ad Arcore e non sottraendosi mai all'obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia quale corrispettivo della protezione. Assunzione decisa non tanto per la nota passione di Mangano per i cavalli, ma per garantire un presidio mafioso all'interno della villa».
Dell'Utri ha sempre detto che Mangano non era un amico, anzi, ha spiegato di sentirsi intimorito dal boss. Ma i giudici non hanno dubbi sulla qualità dei loro rapporti, «mai interrotti almeno fino al '92: l'avere pranzato insieme in diverse occasioni esclude che i rapporti possano essere stati determinati da paura. Dell'Utri non ha mai dimostrato di temere i contatti con i boss mafiosi e di concludere accordi con loro».
I giudici ricordano le dichiarazioni rese da Rapisarda nel corso dell'istruzione dibattimentale: l'imprenditore, alla fine del '78 e i primi dell'89, era passato dall'ufficio di Dell'Utri alla Bresciano di via Chiaravalle e l'aveva notato «insieme a Bontade e Teresi; questi ultimi stavano facendo delle sacche (il corsivo è di Rapisarda) e avevano soldi in contanti sul tavolo, che dovevano essere consegnati a Berlusconi, con il quale Dell'Utri stava parlando al telefono. Dal tenore della conversazione - si legge nelle motivazioni - Rapisarda aveva capito che l'imprenditore milanese si stava lamentando per non aver ancora ricevuto i soldi», forse 10 miliardi di lire.
Nel 2010, nel corso di un'intervista, il co-fondatore di Forza Italia, il parlamentare che di sua iniziativa non ha mai presentato un disegno di legge, ha spiegato di essere «un politico per legittima difesa», forse l'unica dichiarazione assolutamente attendibile resa in questi anni, da quando nel '94 la procura di Palermo aprì un'inchiesta su di lui e due anni dopo lo indagò per mafia. La condanna di primo grado (9 anni) risale all'11 dicembre 2004, quella in appello (7 anni) al 29 giugno 2010. Il 9 marzo 2012 la Cassazione rinvia il processo a Palermo e la sentenza arriva lo scorso 25 marzo.
 
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