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il manifesto 2013.09.06 - 13 VISIONI
 
INCONTRO - Gianfranco Rosi racconta la genesi del progetto, l'incontro con i protagonisti e le contraddizioni della capitale
«È un'opera di istinto e di pancia, nulla è stato preparato»
TAGLIO BASSO - Cecilia Ermini
VENEZIA
TAGLIO BASSO - Cecilia Ermini - VENEZIA
«Avrei barattato altri tre anni di riprese sul Grande Raccordo Anulare piuttosto che affrontare i giornalisti in conferenza stampa». Lo dice scherzando Gianfranco Rosi, regista di Sacro GRA, terzo e ultimo film italiano in concorso. Accompagnato da molti degli interpreti principali del film, attori non professionisti, Rosi ricorda la genesi del progetto, un'idea dell'urbanista Nicolò Bassetti, che ha percorso a piedi oltre 300 km in venti giorni per studiare gli snodi urbani e umani del raccordo. Bassetti racconta di «aver camminato a lungo, confrontandomi tutti i giorni con questo mito anni '60 della motorizzazione di massa. Un luogo agorafobico dove ci si perde, si vuole solo uscire ma ho provato a conoscerlo con la lentezza e l'amore per i territori.» Bassetti racconta che l'ispirazione di questo progetto nasce dalla lettura di un saggio di Renato Nicolini Una macchina celibe. Nicolini era straniato da questo luogo particolare, così difficile da riconoscere. Secondo lui il GRA era una grande macchina che impediva di vedere le contraddizioni della città. Subito mi sono sentito attratto da questo luogo senza identità.»
Gianfranco Rosi racconta l'incontro con Nicolini «Avvenuto durante la preparazione del film. Nicolò pensò di coinvolgerlo e la sua adesione fu immediata, così partimmo lo stesso pomeriggio per un viaggio attorno al GRA, fino al tramonto.» L'idea di raccontare il GRA, raccogliendo per poi scomporre le sue storie, era di poter fare una mappatura emotiva «con l'idea di aver costruito un laboratorio capace di fare stratigrafia di un luogo ma l'importante era trasformare la storia in un qualcosa capace di andare al di là del quotidiano e nel raccontare la crisi del nostro paese, in questa città dove la vera vita inizia ai margini del raccordo, che non è a mio avviso economica ma d'identità ed è gravissima.» Questo è un film senza inizio, senza fine e senza trama. I tempi di respiro sono quelli del raccordo e lo scopo era trasformare quello spazio in un'altra cosa». Questo film è fatto d'istinto e di pancia, non c'era nulla di preparato ma si è scritto e strutturato durante il montaggio.
Il laborioso processo di definizione dei suoi personaggi, con l'infermiere dell'ambulanza Roberto ha viaggiato per ben due anni, consente al regista una riflessione sulle responsabilità del racconto «Ogni situazione chiede di essere filmata in un certo modo. In ogni forma di cinema c'è una sorta di responsabilità nel tratteggiare una storia. Nella mia carriera, iniziata oramai 25 anni fa, ho sempre cercato di spingere sempre più in là la barriera fra documentario e finzione. Il documentario esiste nella sperimentazione, può permettersi di farlo grazie a una libertà enorme. Quello che ripeto sempre ai miei studenti è: siate indipendenti, senza chiedere niente a nessuno.» Spazio anche a una riflessione sul boom odierno del documentario «Sono grato a Barbera di aver invitato il mio documentario in concorso ma personalmente non ho mai diviso in maniera radicale documentario e fiction. Ogni storia ha un suo modo di essere raccontata, l'importante è sempre distinguere ciò che è vero da ciò che è falso.»
 
[stampa]
 
 
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