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il manifesto 2013.09.07 - 13 VISIONI
 
FUORI CONCORSO · «Che strano chiamarsi Federico» l'omaggio di Ettore Scola a Fellini alla presenza di Napolitano
La misteriosa eleganza di un «magnifico» bugiardo
TAGLIO BASSO - Fabio Francione
VENEZIA
TAGLIO BASSO - Fabio Francione - VENEZIA
Come mai viene da chiedere alla fine della proiezione di Che strano chiamarsi Federico , il ritratto-ricordo che Ettore Scola ha portato al Lido in occasione del ventennale della scomparsa dell'amico, se l'Italia ha bisogno ancora di Fellini? Gli applausi convinti alla proiezione riservata alla stampa, la presenza del Presidente della Repubblica in Sala grande alla premiazione ufficiale dello Jaeger-Lecoultre forse rispondono all'interrogativo. Ma quale Fellini farebbe comodo? Il malinconico e solitario regista in crisi e ancora incompreso dei film degli anni 80 o il vincitore di cinque premi Oscar e maestro riconosciuto del cinema mondiale strizzato negli anni del boom economico? O ancora il giovane provinciale sceso a Roma da Rimini a diciannove anni diventato una delle colonne del giornale satirico Marc'Aurelio o il cineasta che negli anni settanta cercava di rinnovare il suo cinema in chiave psicoanalitica e autobiografica? 50 anni di vita vissuta in prima fila hanno fatto di Fellini un monumento che visto da vicino ha come la sensazione di aspettare un restauro che la parzialità delle visioni amicali non restituiscono, anzi hanno l'effetto di aprirne ancor più le crepe. Pare giusto così. D'altronde, sull'eleganza bugiarda e misteriosa di Fellini Tullio Kezich scrisse la più bella e definitiva biografia mai pubblicata su un regista. Il critico e drammaturgo triestino la considerava un cantiere mai finito e in continuo movimento e da sottoporre anche nelle parti costruite a manutenzioni straordinarie. Scola deve aver compreso tutto questo quando ha deciso di raccontare Fellini nella chiave a lui più congeniale, quella dell'amico Federico e gli è facile oltre che congeniale intrecciare la biografia del regista di 8 e1/2 alla sua. Infatti, il loro è un cammino comune pur slittato di dieci anni, la differenza di età intercorsa tra i due, segnato da una precocità creativa ed intellettuale, ascoltata all'uscita dal secondo conflitto mondiale e nell'Italia della ricostruzione ed impensabile per i giovani d'oggi, che però adombra un sentire malinconico che pervade oscuramente tutti i loro film fino all'emergere prepotente nelle ultime loro regie. Per questo l'uso dei materiali d'archivio dai set e dalle cronache pare limitato, quando al contrario sono le porte girevoli e parentetiche degli episodi ricostruiti negli studi di Cinecittà che esplodono in coda, nell'antologia di scene celebri dei film di Fellini, come un sorprendente finale antonioniano. Quanto di più lontano in apparenza dal cinema dei due, ma che è la dimostrazione di come allora e per lungo tempo il cinema italiano è stato un cinema di dialogo e di confronto tra registi e autori.
 
[stampa]
 
 
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