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il manifesto 2013.09.13 - 09 INTERNAZIONALE
SIRIA - Ma l'ultima parola spetta agli ispettori Onu. Atteso per lunedì il rapporto
Assad rinuncia ai gas Si apre uno spiraglio
APERTURA - Anna Maria Merlo
PARIGI
PARIGI
APERTURA - Anna Maria Merlo - PARIGI
Il regime accetta il piano della Russia e presenta la richiesta di adesione al trattato di non proliferazione di armi chimiche. A Ginevra il segretario di stato Usa Kerry incontra Lavrov: «Le parole non bastano»
La mossa di Bashar al-Assad, che ha inviato una lettera all'Onu contenente l'intenzione di Damasco di voler aderire al trattato di non proliferazione di armi chimiche, seguita dall'intervista rilasciata alla tv Rossia 24 in cui ha annunciato di accettare il piano russo e che invierà i documenti necessari, tende ad anticipare il contenuto del rapporto degli esperti Onu, che secondo il ministro degli esteri francese Laurent Fabius, dovrebbe essere reso noto lunedì.
Foreign Policy anticipa che il dossier degli ispettori Onu contiene «prove convergenti» contro il regime siriano per la responsabilità dell'attacco chimico del 21 agosto, mentre l'ultimo rapporto della Commissione d'inchiesta sulle violazioni dei diritti umani in Siria, espressione dell'Onu, ha denunciato «crimini contro l'umanità» da parte delle forze governative e «crimini di guerra» da parte dell'opposizione per il periodo 15 maggio-15 luglio.
In queste ore si apre dunque uno spiraglio per la diplomazia. A Ginevra si sono incontrati ieri sera Serguei Lavrov e John Kerry, dopo gli incontri separati del ministro degli esteri russo e del segretario di stato Usa con Lakhdar Brahimi, inviato in Siria dell'Onu e della Lega Araba. I colloqui tra Lavrov e Kerry proseguono oggi e potrebbero prolungarsi anche domani. Obama ha detto di attendere «risultati concreti», dopo aver giudicato «credibile» la proposta russa.
La Russia ha presentato il suo piano di uscita dalla crisi, che vuole essere una risposta al piano francese, giudicato «inaccettabile» da Putin. Il piano russo è in quattro tappe: prevede prima di tutto l'adesione della Siria alla Convenzione del '93 che mette al bando le armi chimiche, a tutt'oggi firmata da 189 paesi (ma in due - Israele e Birmania - non l'hanno poi ratificata). A non sottoscrivere il trattato oltreché la Siria, anche Corea del Nord, Sudan del Sud, Egitto, Angola e Libano (Israele ha fatto sapere ieri che non intende ratificarlo fino finché tutte le armi chimiche detenute dai suoi vicini non saranno state distrutte). La seconda tappa è la localizzazione degli stock e dei luoghi di produzione, seguita dall'autorizzazione che Damasco dovrà concedere agli ispettori Onu di recarsi in Siria e, in ultimo, dalla distruzione delle armi. La proposta francese, che non ha entusiasmato neppure gli Usa, prevedeva invece il ricorso alla forza in caso di violazione degli accordi da parte della Siria, in nome del capitolo VII della Carta dell'Onu, proposta appoggiata anche da Londra.
Putin ha messo in guardia, in un intervento pubblicato ieri sul New York Times: «Un attacco eventuale della Siria da parte degli Stati uniti - ha scritto il presidente russo - malgrado la ferma opposizione di numerosi paesi e dirigenti politici e religiosi di primo piano, come il papa, farà vittime innocenti e provocherà un'escalation, rischiando di estendere il conflitto al di là delle frontiere della Siria». Putin continua ad affermare che i gas tossici sono stai usati dall'opposizione, come «provocazione» per favorire un intervento internazionale. In attesa di saperne di più dal rapporto degli esperti Onu, è un dato di fatto che ormai anche la Russia e la Siria ammettono che ci sono le armi chimiche e che sono state usate. «Nessuno dubita che del gas tossico sia stato usato in Siria» ha scritto Putin sul quotidiano americano.
Ieri, delle foto di un'esecuzione di un miliziano di Assad da parte dei ribelli vicino ad Aleppo, pubblicate su ParisMatch, hanno scosso un po' le certezze francesi. Hollande ha aperto a una «soluzione politica», anche se afferma che «mantiene la pressione». Lavrov, che è un diplomatico di lungo corso già con incarichi ai tempi dell'Urss, ha affermato ieri che «c'è una possibilità di pace e non bisogna lasciarla passare». La delegazione statunitense ha sottolineato le difficoltà oggettive che rappresenta l'ipotesi di una distruzione delle armi chimiche siriane, «forse il più grande arsenale al mondo», secondo William Hague, ministro degli esteri britannico. I 15 giorni dell'ultimatum francese sono evidentemente troppo brevi. Nei fatti, per arrivare fino in fondo al piano russo ci vorranno anni.
Per il Parlamento europeo, che ieri ha discusso sulla Siria, la risposta militare «non deve essere esclusa», resta un «deterrente». Il Parlamento europeo ha chiesto agli stati della Ue di aumentare l'aiuto ai rifugiati siriani. La Francia, in prima fila nella linea dura ma molto in ritardo sull'accoglienza dei rifugiati, ha dovuto accettare di rendere più facile la richiesta di asilo.
Foreign Policy anticipa che il dossier degli ispettori Onu contiene «prove convergenti» contro il regime siriano per la responsabilità dell'attacco chimico del 21 agosto, mentre l'ultimo rapporto della Commissione d'inchiesta sulle violazioni dei diritti umani in Siria, espressione dell'Onu, ha denunciato «crimini contro l'umanità» da parte delle forze governative e «crimini di guerra» da parte dell'opposizione per il periodo 15 maggio-15 luglio.
In queste ore si apre dunque uno spiraglio per la diplomazia. A Ginevra si sono incontrati ieri sera Serguei Lavrov e John Kerry, dopo gli incontri separati del ministro degli esteri russo e del segretario di stato Usa con Lakhdar Brahimi, inviato in Siria dell'Onu e della Lega Araba. I colloqui tra Lavrov e Kerry proseguono oggi e potrebbero prolungarsi anche domani. Obama ha detto di attendere «risultati concreti», dopo aver giudicato «credibile» la proposta russa.
La Russia ha presentato il suo piano di uscita dalla crisi, che vuole essere una risposta al piano francese, giudicato «inaccettabile» da Putin. Il piano russo è in quattro tappe: prevede prima di tutto l'adesione della Siria alla Convenzione del '93 che mette al bando le armi chimiche, a tutt'oggi firmata da 189 paesi (ma in due - Israele e Birmania - non l'hanno poi ratificata). A non sottoscrivere il trattato oltreché la Siria, anche Corea del Nord, Sudan del Sud, Egitto, Angola e Libano (Israele ha fatto sapere ieri che non intende ratificarlo fino finché tutte le armi chimiche detenute dai suoi vicini non saranno state distrutte). La seconda tappa è la localizzazione degli stock e dei luoghi di produzione, seguita dall'autorizzazione che Damasco dovrà concedere agli ispettori Onu di recarsi in Siria e, in ultimo, dalla distruzione delle armi. La proposta francese, che non ha entusiasmato neppure gli Usa, prevedeva invece il ricorso alla forza in caso di violazione degli accordi da parte della Siria, in nome del capitolo VII della Carta dell'Onu, proposta appoggiata anche da Londra.
Putin ha messo in guardia, in un intervento pubblicato ieri sul New York Times: «Un attacco eventuale della Siria da parte degli Stati uniti - ha scritto il presidente russo - malgrado la ferma opposizione di numerosi paesi e dirigenti politici e religiosi di primo piano, come il papa, farà vittime innocenti e provocherà un'escalation, rischiando di estendere il conflitto al di là delle frontiere della Siria». Putin continua ad affermare che i gas tossici sono stai usati dall'opposizione, come «provocazione» per favorire un intervento internazionale. In attesa di saperne di più dal rapporto degli esperti Onu, è un dato di fatto che ormai anche la Russia e la Siria ammettono che ci sono le armi chimiche e che sono state usate. «Nessuno dubita che del gas tossico sia stato usato in Siria» ha scritto Putin sul quotidiano americano.
Ieri, delle foto di un'esecuzione di un miliziano di Assad da parte dei ribelli vicino ad Aleppo, pubblicate su ParisMatch, hanno scosso un po' le certezze francesi. Hollande ha aperto a una «soluzione politica», anche se afferma che «mantiene la pressione». Lavrov, che è un diplomatico di lungo corso già con incarichi ai tempi dell'Urss, ha affermato ieri che «c'è una possibilità di pace e non bisogna lasciarla passare». La delegazione statunitense ha sottolineato le difficoltà oggettive che rappresenta l'ipotesi di una distruzione delle armi chimiche siriane, «forse il più grande arsenale al mondo», secondo William Hague, ministro degli esteri britannico. I 15 giorni dell'ultimatum francese sono evidentemente troppo brevi. Nei fatti, per arrivare fino in fondo al piano russo ci vorranno anni.
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