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il manifesto 2013.09.17 - 13 VISIONI
 
IRAN - Era stata chiusa due anni fa sotto il regime di Ahmadinejad. In attesa che Hassan Rouhani liberi anche i cineasti
Riapre la Casa del Cinema, segnale di una nuova politica?
TAGLIO BASSO - Chiara Cruciati

TAGLIO BASSO - Chiara Cruciati
L'ondata moderata che ha investito l'Iran post-Ahmadinejad è arrivata fino al cinema. Ha riaperto i battenti nei giorni scorsi la Casa del Cinema, House of Cinema, la principale corporazione cinematografica iraniana. Una decisione presa un mese dopo l'elezione del nuovo presidente, Hassan Rowhani, che ha vinto le elezioni anche grazie alla promessa di una maggiore apertura verso temi sociali e culturali.
A riordinare l'apertura di un'organizzazione indipendente, che conta circa cinquemila iscritti, è stato il Ministero della Cultura, dopo uno stop delle attività lungo quasi due anni. All'epoca, nel gennaio 2012, la House of Cinema era stata accusata dalle autorità politiche di essersi allontanata dai principi fondanti la costituzione della Repubblica Islamica, attraverso la modifica del suo statuto interno.
Alla cerimonia di riapertura il vice ministro della Cultura, Hojatollah Ayoubi, puntando il dito contro la precedente amministrazione («Quando una questione culturale - come quella sulla Casa del Cinema - diventa politica, è perché la situazione non è stata gestita correttamente»), ha chiaramente affermato che dietro la decisione di Tehran c'era la mano del nuovo presidente e la sua volontà di sostenere il cinema nazionale. Un'industria, ma soprattutto un'arte ricchissima: tanti i film iraniani che hanno raggiunto i vertici del cinema internazionale, assicurandosi premi in tutto il mondo, e guadagnando un sostegno internazionale al momento della chiusura della Casa del Cinema, due anni fa. A guidare la protesta era stato il regista iraniano Asghar Farhadi, vincitore dell'Oscar e dell'Orso d'Oro a Berlino nel 2012 con il film Una separazione. Una protesta vasta contro la pervasiva politica di censura imposta dal governo di Tehran, che ha sempre considerato la House of Cinema uno strumento in mano occidentale per diffondere nel Paese contenuti non appropriati alla cultura islamica.
Lo scorso febbraio il regista Jafar Panahi non aveva potuto partecipare al Festival di Berlino, dove avrebbe dovuto presentare il suo ultimo film Closed curtain, perché agli arresti domiciliari (con divieto di rilasciare interviste e di girare un nuovo film per 20 anni), accusato di di propaganda anti-governativa. Ma il caso Panahi non è certo l'unico, il goberno è intervenuto sempre più spesso per bandire la circuitazione di film non conformi politicamente o a livello religioso, per impedire la partecipazione di attori e registi a festival internazionali.
 
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