Edizione html
il manifesto 2013.09.18 - 15 COMMUNITY
FESTVAL DELLA FILOSOFIA
Modena, un successo che rischia di sedersi sul trono della gloria
COMMENTO - Ernesto Milanesi
COMMENTO - Ernesto Milanesi
Povera e nuda, come voleva Petrarca. Morta e sepolta, come da sempre si augurano i benpensanti. Inutile e ineffettuale, come pretendono gli scienziati delle tecnologie. Eppure la filosofia è capace di attirare 200 mila donne, uomini e ragazzi al Festival di Modena, Sassuolo e Carpi. Un lungo week end dedicato all'«Amare» dall'edizione numero 13, come sempre gratuita e libera.
Fa davvero pensare la filosofia in piazza, sotto il tendone o a tavola. Ci si imbatte di nuovo nell'irriducibile volontà soggettiva di sfuggire ai monologhi neurolettici. E' sorprendente, quanto sintomatico, il bisogno di ascoltare insieme «parole al vento» e di cercare singolarmente una passione meno triste della realtà. Impressiona soprattutto l'esercito di giovani che possono interrogare liberamente Zygmunt Bauman, farsi autografare il diario da Alessandro D'Avenia o vedere Philippe Daverio proiettato sul maxi-schermo. E fa specie il silenzio del pubblico rapito dalle parole teoretiche di Nicla Vassallo su sesso e genere, dalla storia del matrimonio d'amore di Luc Ferry o dal disvelamento dell'identità di Don Giovanni nella lezione di Umberto Curi.
Scalda il cuore quest'Italia che filosofeggia nell'agorà dell'Emilia, a dispetto dell'ideologia di ogni «ditta» che si sente eletta e non dialoga più. Forse non è un caso che il fantasma di Baruch Spinoza abbia affascinato più di altri classici, grazie a Paolo Cristofolini e al ferratissimo universitario di Bologna che lo interroga. Oppure che Stefano Rodotà sia il naturale riferimento della piazza senza transenne: presidente de facto della Repubblica in cui i beni e i diritti sono comuni.
Filosofia di massa, per tre giorni, in campo aperto. Significa amare i «maestri» che si alternano sul palco, ma anche dedicarsi a nutrire il cervello. E' l'antidoto al pensiero unico, la diagnosi del bunga bunga intellettuale, la cura per menti empatiche. Una vera festa capace di sbugiardare clamorosamente la catalessi pubblica. Al di là delle statistiche e della contabilità, Modena e dintorni rappresentano l'oralità del Duemila che discorre ancora di mondi non virtuali. E' la rivincita della filosofia sul marketing della comunicazione e insieme l'irriducibile persistenza degli «affamati di idee» rispetto ai consumatori di opinioni.
Ma sarebbe miope esaltare la visione del Festival senza guardare dietro le quinte. La macchina organizzativa impeccabile non può eclissare la parabola di questi tre lustri. E' stata una sfida coraggiosa, originale e vincente. Ha bisogno però di rimettersi in gioco, azzardare nuove scommesse, concedersi il lusso di ritentare l'impossibile. Proprio come ecoscandaglio nella palude italiana, la filosofia-evento accende più di una spia sull'urgenza di esplorare altrove. E' già un Festival che a tratti rischia di essere pop quanto Sanremo con qualche star di troppo o che perfino stona. Scegliere «Gloria» come parola chiave dell'edizione 2014, forse, contiene già il rischio dell'autocelebrazione...
Ci serve davvero un Festival sempre più edificante? O, peggio ancora, mediaticamente votato al trionfo? Non vale la pena rimescolare le carte? La filosofia regala domande perché non si accontenta mai di un'unica risposta. E al comitato scientifico del Festival non possono sfuggire almeno due dati di fatto. Fra i frequentatori di Modena, Sassuolo e Carpi è già evidente come sia stata «bruciata» la generazione del ventennio berlusconiano: la forbice anagrafica ha ritagliato quasi esclusivamente vecchio pubblico e nuove generazioni. D'altro canto, il cerchio dei filosofi non può soltanto far quadrato. E' il momento giusto di aprirsi ad orizzonti un po' meno accademicamente emeriti e un po' più anomali, eterodossi, difformi. Magari inaugurando la stagione dell'esplicito contraddittorio in piazza con chi pensa, ricerca e produce lungo la sottile linea d'ombra che ancora connette Atenei e pensiero in movimento.
Per il Festival, e non solo, sarebbe un imperdonabile peccato... glorificare le libertà nel recinto delle passioni tristi.
Fa davvero pensare la filosofia in piazza, sotto il tendone o a tavola. Ci si imbatte di nuovo nell'irriducibile volontà soggettiva di sfuggire ai monologhi neurolettici. E' sorprendente, quanto sintomatico, il bisogno di ascoltare insieme «parole al vento» e di cercare singolarmente una passione meno triste della realtà. Impressiona soprattutto l'esercito di giovani che possono interrogare liberamente Zygmunt Bauman, farsi autografare il diario da Alessandro D'Avenia o vedere Philippe Daverio proiettato sul maxi-schermo. E fa specie il silenzio del pubblico rapito dalle parole teoretiche di Nicla Vassallo su sesso e genere, dalla storia del matrimonio d'amore di Luc Ferry o dal disvelamento dell'identità di Don Giovanni nella lezione di Umberto Curi.
Scalda il cuore quest'Italia che filosofeggia nell'agorà dell'Emilia, a dispetto dell'ideologia di ogni «ditta» che si sente eletta e non dialoga più. Forse non è un caso che il fantasma di Baruch Spinoza abbia affascinato più di altri classici, grazie a Paolo Cristofolini e al ferratissimo universitario di Bologna che lo interroga. Oppure che Stefano Rodotà sia il naturale riferimento della piazza senza transenne: presidente de facto della Repubblica in cui i beni e i diritti sono comuni.
Filosofia di massa, per tre giorni, in campo aperto. Significa amare i «maestri» che si alternano sul palco, ma anche dedicarsi a nutrire il cervello. E' l'antidoto al pensiero unico, la diagnosi del bunga bunga intellettuale, la cura per menti empatiche. Una vera festa capace di sbugiardare clamorosamente la catalessi pubblica. Al di là delle statistiche e della contabilità, Modena e dintorni rappresentano l'oralità del Duemila che discorre ancora di mondi non virtuali. E' la rivincita della filosofia sul marketing della comunicazione e insieme l'irriducibile persistenza degli «affamati di idee» rispetto ai consumatori di opinioni.
Ma sarebbe miope esaltare la visione del Festival senza guardare dietro le quinte. La macchina organizzativa impeccabile non può eclissare la parabola di questi tre lustri. E' stata una sfida coraggiosa, originale e vincente. Ha bisogno però di rimettersi in gioco, azzardare nuove scommesse, concedersi il lusso di ritentare l'impossibile. Proprio come ecoscandaglio nella palude italiana, la filosofia-evento accende più di una spia sull'urgenza di esplorare altrove. E' già un Festival che a tratti rischia di essere pop quanto Sanremo con qualche star di troppo o che perfino stona. Scegliere «Gloria» come parola chiave dell'edizione 2014, forse, contiene già il rischio dell'autocelebrazione...
Ci serve davvero un Festival sempre più edificante? O, peggio ancora, mediaticamente votato al trionfo? Non vale la pena rimescolare le carte? La filosofia regala domande perché non si accontenta mai di un'unica risposta. E al comitato scientifico del Festival non possono sfuggire almeno due dati di fatto. Fra i frequentatori di Modena, Sassuolo e Carpi è già evidente come sia stata «bruciata» la generazione del ventennio berlusconiano: la forbice anagrafica ha ritagliato quasi esclusivamente vecchio pubblico e nuove generazioni. D'altro canto, il cerchio dei filosofi non può soltanto far quadrato. E' il momento giusto di aprirsi ad orizzonti un po' meno accademicamente emeriti e un po' più anomali, eterodossi, difformi. Magari inaugurando la stagione dell'esplicito contraddittorio in piazza con chi pensa, ricerca e produce lungo la sottile linea d'ombra che ancora connette Atenei e pensiero in movimento.
Per il Festival, e non solo, sarebbe un imperdonabile peccato... glorificare le libertà nel recinto delle passioni tristi.
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
in edicola
sabato 14 settembre
sabato 14 settembre
Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).
In edicola
da martedì 17 settembre
da martedì 17 settembre
VENICEBIENNALE
Dream, and It'll Pass
Viewing the 55th Venice Biennale

IN VENDITA su kindle
XX SECOLO
Atlante storico
di Le Monde
Diplomatique

IN VENDITA NELLO STORE
MANIBLOG
LANAVIGAZIONE
• home • in edicola • attualità
• dossier • multimedia
• eventi • lettere • area abbonati
• abbonamenti • info • privacy
• dossier • multimedia
• eventi • lettere • area abbonati
• abbonamenti • info • privacy
ILSITO
Nicola Bruno
contatti
ILMANIFESTO
direttore responsabile Norma Rangeri
consiglio di amministrazione Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri, Luana Sanguigni
il nuovo manifesto società coop editrice
redazione amministrazione
00153 Roma via A. Bargoni 8
FAX 06 68719573, TEL. 06 687191
redazione@ilmanifesto.it
amministrazione(at)ilmanifesto.it
redazione amministrazione
00153 Roma via A. Bargoni 8
FAX 06 68719573, TEL. 06 687191
redazione@ilmanifesto.it
amministrazione(at)ilmanifesto.it
redazione di Milano
Via Lario 39 - 20159
02/ 89074385
02/ 89074385
Partita IVA: 12168691009
Codice fiscale: 12168691009
per la pubblicità su questo sito adv(at)mir.it


• 