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il manifesto 2013.09.18 - 16 L'ULTIMA
INTERVISTA
Kassem Aina: «Profughi dalla Siria, e i campi scoppiano»
INTERVISTA - mau. mus.
BEIRUT
BEIRUT
INTERVISTA - mau. mus. - BEIRUT
Kassem Aina è il coordinatore delle Ong palestinesi in Siria, con lui Stefano Chiarini iniziò a elaborare, 15 anni fa, il progetto che condusse alla creazione del Comitato per non dimenticare Sabra e Shatila. Di Kassem a Stefano colpì la sua schiettezza e la sua assoluta distanza da ogni gioco politico. Pochi anni prima, Kassem aveva infatti rinunciato agli onori di una carica di primo piano a Ramallah per restare con la sua gente all'interno dei campi palestinesi in Libano. Un fatto raro se non unico.
Kassem, cosa vuol dire ricordare Sabra e Chatila con gli echi della crisi siriana alla porta?
Ricordare Sabra e Shatila in questi giorni ha per noi una importanza notevole. Innanzitutto perché noi quel massacro non vogliamo dimenticarlo, come non vogliamo dimenticare i nostri morti, ma soprattutto vogliamo ricordare gli autori del crimine. Chi ha commesso quell'orrendo massacro sono gli israeliani e i loro collaboratori libanesi, e il nostro rammarico è quello di non essere riusciti a consegnare alla giustizia queste persone, molte delle quali hanno incarichi di primo piano sia in Israele che in Libano. Ma quest'anno l'anniversario di Sabra e Chatila si carica di un significato più ampio: la crisi siriana e i massacri commessi in quel paese. Il popolo siriano è nostro fratello e lì vivono tanti palestinesi che come noi non possono tornare in Palestina. Non è retorica, credetemi, se dico che la causa di tutto va ricercata nell'occupazione israeliana delle terre arabe. Lo ripeto, noi vogliamo giustizia, e giustizia vuol dire riaffermare per tutti i palestinesi il diritto al ritorno.
Una richiesta alla quale nessuno sembra voler dare risposta. Intanto il dramma si allarga e si espande. Proprio in queste settimane stanno arrivando dalla Siria tanti nuovi profughi, quale è la situazione nei campi palestinesi?
La vita quotidiana nei campi profughi è molto cambiata. Il sovraffollamento, da sempre strutturale dei campi, è diventato - se possibile - ancora più drammatico. Le ripercussioni sono sotto gli occhi di tutti: ad iniziare dalla mancanza di corrente elettrica, di acqua e sulla tenuta di quel fragile sistema fognario che era stato costruito solo di recente. Spesso il consumo è raddoppiato e così l'endemica carenza di questi beni sta deflagrando con effetti terribili sulle donne e i bambini. Ma insieme a questi drammi ci sono anche elementi positivi, questa nuova diaspora ha fatto reincontrare tante famiglie divise dall'esilio.
Come stanno i palestinesi che arrivano dai campi siriani?
Sono disperati. Non hanno niente e si sentono abbandonati. Ci sono palestinesi, anche critici con il governo di Assad, che però stando in Libano si accorgono di quanto diversa era la loro situazione a Damasco e la rimpiangono. Qui tutto è diverso. I palestinesi che sono arrivati dalla Siria stanno imparando a conoscere cosa vuol dire essere discriminati dagli stessi fratelli arabi. Gli vengono negati tantissimi diritti elementari a partire dalla possibilità di avere un permesso di soggiorno. Il governo libanese deve capire che i palestinesi siriani mai accetterebbero di restare qui, il loro cuore è in Palestina ma per l'oggi non vedono l'ora di ritornare in Siria.
Nei campi, con l'arrivo di tanti profughi, si sono create tensioni di origine siriana?
Hamas oggi paga il prezzo della sua alleanza con le petrolmonarchie del Golfo, la Turchia e non ultimo gli Usa. Hamas si è schierato con una parte, al contrario di quello che hanno fatto tutte le altre organizzazioni palestinesi. La maggior parte dei palestinesi della Siria non vuole schierarsi, perché ritiene che, come ha insegnato anche la storia del Libano, entrare nelle faccende interne degli stati in cui vivono non serve a nessuno.
I palestinesi dall'inizio della loro diaspora non sono stati mai considerati dei rifugiati a tutti gli effetti, tanto che per loro è stata creata una agenzia delle Nazioni Unite, l'Unrwa.
L'Unrwa non ha fatto il suo dovere verso i palestinesi della Siria. Anzi c'è stato un arretramento. Tutto si è scaricato sulle nostre spalle. Altra cosa è l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, loro qualcosa hanno fatto, ma solo per i siriani. I palestinesi ancora una volta sono stati abbandonati dalla legalità internazionale.
Kassem, cosa vuol dire ricordare Sabra e Chatila con gli echi della crisi siriana alla porta?
Ricordare Sabra e Shatila in questi giorni ha per noi una importanza notevole. Innanzitutto perché noi quel massacro non vogliamo dimenticarlo, come non vogliamo dimenticare i nostri morti, ma soprattutto vogliamo ricordare gli autori del crimine. Chi ha commesso quell'orrendo massacro sono gli israeliani e i loro collaboratori libanesi, e il nostro rammarico è quello di non essere riusciti a consegnare alla giustizia queste persone, molte delle quali hanno incarichi di primo piano sia in Israele che in Libano. Ma quest'anno l'anniversario di Sabra e Chatila si carica di un significato più ampio: la crisi siriana e i massacri commessi in quel paese. Il popolo siriano è nostro fratello e lì vivono tanti palestinesi che come noi non possono tornare in Palestina. Non è retorica, credetemi, se dico che la causa di tutto va ricercata nell'occupazione israeliana delle terre arabe. Lo ripeto, noi vogliamo giustizia, e giustizia vuol dire riaffermare per tutti i palestinesi il diritto al ritorno.
Una richiesta alla quale nessuno sembra voler dare risposta. Intanto il dramma si allarga e si espande. Proprio in queste settimane stanno arrivando dalla Siria tanti nuovi profughi, quale è la situazione nei campi palestinesi?
La vita quotidiana nei campi profughi è molto cambiata. Il sovraffollamento, da sempre strutturale dei campi, è diventato - se possibile - ancora più drammatico. Le ripercussioni sono sotto gli occhi di tutti: ad iniziare dalla mancanza di corrente elettrica, di acqua e sulla tenuta di quel fragile sistema fognario che era stato costruito solo di recente. Spesso il consumo è raddoppiato e così l'endemica carenza di questi beni sta deflagrando con effetti terribili sulle donne e i bambini. Ma insieme a questi drammi ci sono anche elementi positivi, questa nuova diaspora ha fatto reincontrare tante famiglie divise dall'esilio.
Come stanno i palestinesi che arrivano dai campi siriani?
Sono disperati. Non hanno niente e si sentono abbandonati. Ci sono palestinesi, anche critici con il governo di Assad, che però stando in Libano si accorgono di quanto diversa era la loro situazione a Damasco e la rimpiangono. Qui tutto è diverso. I palestinesi che sono arrivati dalla Siria stanno imparando a conoscere cosa vuol dire essere discriminati dagli stessi fratelli arabi. Gli vengono negati tantissimi diritti elementari a partire dalla possibilità di avere un permesso di soggiorno. Il governo libanese deve capire che i palestinesi siriani mai accetterebbero di restare qui, il loro cuore è in Palestina ma per l'oggi non vedono l'ora di ritornare in Siria.
Nei campi, con l'arrivo di tanti profughi, si sono create tensioni di origine siriana?
Hamas oggi paga il prezzo della sua alleanza con le petrolmonarchie del Golfo, la Turchia e non ultimo gli Usa. Hamas si è schierato con una parte, al contrario di quello che hanno fatto tutte le altre organizzazioni palestinesi. La maggior parte dei palestinesi della Siria non vuole schierarsi, perché ritiene che, come ha insegnato anche la storia del Libano, entrare nelle faccende interne degli stati in cui vivono non serve a nessuno.
I palestinesi dall'inizio della loro diaspora non sono stati mai considerati dei rifugiati a tutti gli effetti, tanto che per loro è stata creata una agenzia delle Nazioni Unite, l'Unrwa.
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