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RUSSIA
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Qualcosa si muove a Mosca
Il potere sotto accusa in piazza
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La più grande manifestazione del dopo-Urss, decine di migliaia nella capitale e in molte altre città. Contestati i risultati elettorali. La polizia non interviene. E dal Cremlino si risponde: "Ascolteremo la protesta"
Astrit Dakli - 10.12.2011
Qualcosa sta cambiando in Russia. I segnali di una svolta ci sono, e sono importanti. Per la prima volta si sono mossi e sono scesi in piazza per protestare contro il potere autoritario non i soliti sparuti militanti dei gruppi di opposizione liberali ma decine, forse centinaia di migliaia di cittadini in tutto il Paese; e per la prima volta le manifestazioni di protesta sono state riportate dai media e rispettate dalla polizia che le ha lasciate svolgere senza problemi, mentre - e anche questa è una prima volta - dal vertice del potere contestato giungono messaggi di disponibilità: «Proteste legittime, le ascoltiamo e ne terremo conto».
Anche le dimissioni del presidente della minuscola repubblica della Sud Ossezia nel loro piccolo sono un segnale che a Mosca le cose si muovono. Nessuno si fa troppe illusioni in merito, ma è chiaro che una breccia si è in qualche modo aperta e difficilmente le cose d'ora in avanti potranno essere uguali a prima: davvero le elezioni parlamentari di domenica scorsa, che fino alla vigilia molti ritenevano un passaggio formale scontato e irrilevante, hanno invece segnato un momento di svolta importantissimo e i tre mesi scarsi che ci separano dalle presidenziali del 4 marzo saranno cruciali. E' per contestare i risultati delle elezioni politiche di una settimana fa che ieri tantissime persone hanno pacificamente manifestato a Mosca e in molte altre città della Russia, dal Baltico al Pacifico. Nel centro della capitale il raduno ha raccolto da 30mila (versione della polizia, abbastanza realistica) a 100mila (secondo gli organizzatori) persone: numeri comunque inauditi per le manifestazioni di protesta nella Russia post-sovietica; tanto più che altre consistenti manifestazioni si sono simultaneamente svolte a San Pietroburgo (10-15mila persone) e in una lunga serie di città importanti, da Perm a Ekaterinburg, da Novosibirsk a Khabarovsk. Tutte organizzate con semplici appuntamenti attraverso internet, via Facebook e più ancora via V Kontakte («in contatto»), il social network più diffuso del Paese. Oltre ai luoghi degli appuntamenti, di organizzato c'era ben poco: in assenza di gruppi e partiti (quelli che fanno parte dell'arcipelago dell'opposizione liberale e delle sue ali di sinistra e di destra sono tutti troppo piccoli e con poco seguito per poter davvero guidare la protesta) non si sono visti molti striscioni e i manifestanti hanno inalberato soprattutto cartelli fatti in casa, con gli slogan più vari. Temi comuni, in tutti i casi, «elezioni pulite» e «via il partito dei ladri e degli imbroglioni». Sul palco, in una piazza centralissima ma un po' defilata, si sono poi alternati oratori di tutte le tendenze politiche, dai nazionalisti (che hanno anche raccolto parecchi fischi) ai liberali pro-occidentali, fino ai militanti della sinistra comunista. Solo lo scrittore-militante nazional-bolscevico Eduard Limonov, con un piccolo drappello di seguaci, ha voluto andare a tutti i costi nella Piazza della Rivoluzione (che la polizia aveva proibito) dove è rimasto tutto il tempo a parlare davanti a poche decine di persone. Al termine della manifestazione moscovita i leader politici più conosciuti dell'opposizione hanno elencato alcune richieste-chiave, pubblicate già prima su alcuni siti come quello dell'ex campione di scacchi e ora militante politico di opposizione Garry Kasparov, e rivolte al governo - cioè a Putin - con la promessa-minaccia di tornare in piazza il 24 dicembre se nel frattempo non ci sarà stata una risposta positiva. Richieste peraltro non facili: annullamento delle elezioni di domenica, ripetizione del voto con la partecipazione di tutti i partiti, licenziamento del presidente della commissione elettorale centrale Vladimir Churov, inchiesta sui brogli denunciati da più parti, punizione dei responsabili, liberazione dei prigionieri politici (cioè i manifestanti trattenuti in carcere dopo le ultime proteste di piazza represse). Proteste di piazza si erano in effetti già svolte l'indomani delle elezioni di domenica e poi di nuovo il giorno seguente, ma erano state piuttosto piccole (lunedì circa cinquemila persone a Mosca, qualche centinaio a San Pietroburgo; martedì ancora meno) ed erano finite con botte e arresti: a centinaia erano stati i manifestanti fermati e portati per qualche ora in cella, alcuni per essere subito processati e condannati a brevi pene detentive; tra questi il notissimo blogger Aleksej Navalny e uno dei leader dell'opposizione liberale, Ilya Yashin, entrambi condannati a 15 giorni di prigione. Questa volta invece di incidenti non ce ne sono stati per niente, almeno a Mosca e a San Pietroburgo. La polizia, presente con uno schieramento straordinario, si è limitata a controllare la situazione, impedendo movimenti e raduni di folla in luoghi diversi da quelli che erano stati autorizzati. Un comportamento talmente prudente che alla fine si è meritato addirittura un ringraziamento dal palco, con uno degli oratori che ha parlato di «una polizia corretta come dev'essere in uno Stato democratico». In altre città qualche incidente comunque c'è stato: arresti tra i manifestanti sono stati compiuti a Perm e a Khabarovsk. Ancor più sorprendente l'unica reazione venuta ieri dai palazzi del potere: uno dei vice-responsabili del partito Russia Unita, Andrej Isayev, ha dichiarato che «chi pensa che i risultati elettorali siano stati falsificati ha certamente diritto di manifestarlo pubblicamente» e che «di sicuro ascolteremo queste proteste e ne terremo conto». Che qualcosa si stia muovendo nelle alte sfere lo si intuisce del resto anche da altri segnali importanti: in primo luogo l'ampia copertura che le manifestazioni hanno ricevuto da parte dei maggiori media nazionali, comprese le grandi tv di stato, che normalmente non parlano per nulla delle proteste o le relegano in brevi notizie «di ordine pubblico«. Questa volta invece numerose troupe televisive erano presenti sul posto e i telegiornali hanno dato notevole rilievo alla manifestazione di Mosca. Anche la relativa presa di distanza di Vladimir Putin dal partito Russia Unita, per altro verso, è un segnale: già l'indomani delle elezioni un portavoce del premier aveva detto apertamente che «i cittadini russi si aspettano ora una nuova edizione di Putin«, con «nuove idee e nuove proposte» e con in mente «una profonda riforma anche del partito» e solo ieri l'altro, vigilia delle manifestazioni, il premier in persona le aveva definite «legittime». Certo, da questo ad accettare l'annullamento delle elezioni ce ne corre (tantopiù che come al solito ci si sono messi di mezzo gli americani con la consueta pesantezza, schierandosi a fianco degli oppositori liberali): ma qualcosa Putin dovrà comunque fare, se vuole farsi eleggere presidente il 4 marzo. Un compromesso potrebbe essere il licenziamento dell'ormai grottesco presidente della commissione elettorale Churov, che ha «coperto» in modo plateale troppe porcherie, e forse l'apertura di un'inchiesta su alcuni casi di brogli, con relativa condanna di qualche funzionario troppo solerte e così ansioso di compiacere il potere da trascurare ogni prudenza. Siamo ancora lontani (anche per l'assenza di un anti-Putin) da dinamiche come quelle delle «rivoluzioni colorate» di Ucraina e Georgia, fomentate dall'estero: una vera opposizione politica deve ancora formarsi. Ma i cittadini russi cominciano ad essere arrabbiati sul serio, e hanno scoperto internet. Putin, che non è uno stupido, dovrà per forza tenerne conto.
Anche le dimissioni del presidente della minuscola repubblica della Sud Ossezia nel loro piccolo sono un segnale che a Mosca le cose si muovono. Nessuno si fa troppe illusioni in merito, ma è chiaro che una breccia si è in qualche modo aperta e difficilmente le cose d'ora in avanti potranno essere uguali a prima: davvero le elezioni parlamentari di domenica scorsa, che fino alla vigilia molti ritenevano un passaggio formale scontato e irrilevante, hanno invece segnato un momento di svolta importantissimo e i tre mesi scarsi che ci separano dalle presidenziali del 4 marzo saranno cruciali. E' per contestare i risultati delle elezioni politiche di una settimana fa che ieri tantissime persone hanno pacificamente manifestato a Mosca e in molte altre città della Russia, dal Baltico al Pacifico. Nel centro della capitale il raduno ha raccolto da 30mila (versione della polizia, abbastanza realistica) a 100mila (secondo gli organizzatori) persone: numeri comunque inauditi per le manifestazioni di protesta nella Russia post-sovietica; tanto più che altre consistenti manifestazioni si sono simultaneamente svolte a San Pietroburgo (10-15mila persone) e in una lunga serie di città importanti, da Perm a Ekaterinburg, da Novosibirsk a Khabarovsk. Tutte organizzate con semplici appuntamenti attraverso internet, via Facebook e più ancora via V Kontakte («in contatto»), il social network più diffuso del Paese. Oltre ai luoghi degli appuntamenti, di organizzato c'era ben poco: in assenza di gruppi e partiti (quelli che fanno parte dell'arcipelago dell'opposizione liberale e delle sue ali di sinistra e di destra sono tutti troppo piccoli e con poco seguito per poter davvero guidare la protesta) non si sono visti molti striscioni e i manifestanti hanno inalberato soprattutto cartelli fatti in casa, con gli slogan più vari. Temi comuni, in tutti i casi, «elezioni pulite» e «via il partito dei ladri e degli imbroglioni». Sul palco, in una piazza centralissima ma un po' defilata, si sono poi alternati oratori di tutte le tendenze politiche, dai nazionalisti (che hanno anche raccolto parecchi fischi) ai liberali pro-occidentali, fino ai militanti della sinistra comunista. Solo lo scrittore-militante nazional-bolscevico Eduard Limonov, con un piccolo drappello di seguaci, ha voluto andare a tutti i costi nella Piazza della Rivoluzione (che la polizia aveva proibito) dove è rimasto tutto il tempo a parlare davanti a poche decine di persone. Al termine della manifestazione moscovita i leader politici più conosciuti dell'opposizione hanno elencato alcune richieste-chiave, pubblicate già prima su alcuni siti come quello dell'ex campione di scacchi e ora militante politico di opposizione Garry Kasparov, e rivolte al governo - cioè a Putin - con la promessa-minaccia di tornare in piazza il 24 dicembre se nel frattempo non ci sarà stata una risposta positiva. Richieste peraltro non facili: annullamento delle elezioni di domenica, ripetizione del voto con la partecipazione di tutti i partiti, licenziamento del presidente della commissione elettorale centrale Vladimir Churov, inchiesta sui brogli denunciati da più parti, punizione dei responsabili, liberazione dei prigionieri politici (cioè i manifestanti trattenuti in carcere dopo le ultime proteste di piazza represse). Proteste di piazza si erano in effetti già svolte l'indomani delle elezioni di domenica e poi di nuovo il giorno seguente, ma erano state piuttosto piccole (lunedì circa cinquemila persone a Mosca, qualche centinaio a San Pietroburgo; martedì ancora meno) ed erano finite con botte e arresti: a centinaia erano stati i manifestanti fermati e portati per qualche ora in cella, alcuni per essere subito processati e condannati a brevi pene detentive; tra questi il notissimo blogger Aleksej Navalny e uno dei leader dell'opposizione liberale, Ilya Yashin, entrambi condannati a 15 giorni di prigione. Questa volta invece di incidenti non ce ne sono stati per niente, almeno a Mosca e a San Pietroburgo. La polizia, presente con uno schieramento straordinario, si è limitata a controllare la situazione, impedendo movimenti e raduni di folla in luoghi diversi da quelli che erano stati autorizzati. Un comportamento talmente prudente che alla fine si è meritato addirittura un ringraziamento dal palco, con uno degli oratori che ha parlato di «una polizia corretta come dev'essere in uno Stato democratico». In altre città qualche incidente comunque c'è stato: arresti tra i manifestanti sono stati compiuti a Perm e a Khabarovsk. Ancor più sorprendente l'unica reazione venuta ieri dai palazzi del potere: uno dei vice-responsabili del partito Russia Unita, Andrej Isayev, ha dichiarato che «chi pensa che i risultati elettorali siano stati falsificati ha certamente diritto di manifestarlo pubblicamente» e che «di sicuro ascolteremo queste proteste e ne terremo conto». Che qualcosa si stia muovendo nelle alte sfere lo si intuisce del resto anche da altri segnali importanti: in primo luogo l'ampia copertura che le manifestazioni hanno ricevuto da parte dei maggiori media nazionali, comprese le grandi tv di stato, che normalmente non parlano per nulla delle proteste o le relegano in brevi notizie «di ordine pubblico«. Questa volta invece numerose troupe televisive erano presenti sul posto e i telegiornali hanno dato notevole rilievo alla manifestazione di Mosca. Anche la relativa presa di distanza di Vladimir Putin dal partito Russia Unita, per altro verso, è un segnale: già l'indomani delle elezioni un portavoce del premier aveva detto apertamente che «i cittadini russi si aspettano ora una nuova edizione di Putin«, con «nuove idee e nuove proposte» e con in mente «una profonda riforma anche del partito» e solo ieri l'altro, vigilia delle manifestazioni, il premier in persona le aveva definite «legittime». Certo, da questo ad accettare l'annullamento delle elezioni ce ne corre (tantopiù che come al solito ci si sono messi di mezzo gli americani con la consueta pesantezza, schierandosi a fianco degli oppositori liberali): ma qualcosa Putin dovrà comunque fare, se vuole farsi eleggere presidente il 4 marzo. Un compromesso potrebbe essere il licenziamento dell'ormai grottesco presidente della commissione elettorale Churov, che ha «coperto» in modo plateale troppe porcherie, e forse l'apertura di un'inchiesta su alcuni casi di brogli, con relativa condanna di qualche funzionario troppo solerte e così ansioso di compiacere il potere da trascurare ogni prudenza. Siamo ancora lontani (anche per l'assenza di un anti-Putin) da dinamiche come quelle delle «rivoluzioni colorate» di Ucraina e Georgia, fomentate dall'estero: una vera opposizione politica deve ancora formarsi. Ma i cittadini russi cominciano ad essere arrabbiati sul serio, e hanno scoperto internet. Putin, che non è uno stupido, dovrà per forza tenerne conto.




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