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LAVORO - italia, capitale&lavoro
Si prepara la riforma del lavoro
che cela l'abolizione dell'articolo 18
Francesco Piccioni
20.01.2012
Anticipazioni e bozze. La riforma del mercato del lavoro preannuncia un «contratto unico di ingresso» sul modello di Boeri e Garibaldi Tre anni senza vere garanzie, poi forse... Cgil, Cisl e Uil chiedono il contratto d'apprendistato.

Francesco Piccioni - 20.01.2012
Il valzer delle indiscrezioni non si ferma mai. E così la bozza di riforma del mercato del lavoro finisce sui giornali ufficialmente ancor prima che sui tavoli dei segretari generali dei sindacati confederali (gli altri, a quanto pare, non vengono considerati).
In realtà, chi ha fatto uscire la notizia spiega anche che «ci sarebbe già una convergenza di fondo» con le tre sigle storiche. Non solo sui contenuti, ma anche sulle modalità di svolgimento di quella che comunque non sarà una trattativa in stile «concertazione». Questo governo, e Mario Monti non perde occasione di ripeterlo, si muove su un altro pianeta: ascolta i pareri delle parti sociali, ma poi decide per conto proprio. C'è un po' più di cortesia istituzionale rispetto al predecessore (che faceva solo accordi separati con i «complici» che ci stavano), ma nessuno spazio al «condizionamento». Almeno da parte sindacale.

Risulta perciò che lunedì Monti aprirà la riunione con una premessa «filosofica» per poi partire per Bruxelles, lasciando a Elsa Fornero e Corrado Passera il compito di condurre due tavoli distinti per quanto riguarda il mercato del lavoro e le «misure per la crescita». Teoricamente, però, anche la modifica radicale dei rapporti contrattuali viene spacciata come una «misura per la crescita», sollevando sguardi interrogativi, critiche e anche qualche ilarità.

Sul merito della riforma il dettaglio che viene anticipato è molto articolato e organico. È insomma un «progetto», non idee buttate lì. Ufficialmente la modifica dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori è fuori discussione, ma il fatto che fosse stata inserita di soppiatto nella bozza sulle «liberalizzazioni» - anche se poi ritirata - rivela che nel governo l'idea non è mai tramontata. Semplicemente, si cerca ancora il modo di farla andar giù all'unico sindacato confederale che dice di non volerne neppure sentir parlare: la Cgil. È dietro l'angolo, insomma.

Il non nominarla può però facilitare l'accettazione di uno schema di riforma che non assume la richiesta dei tre sindacati: contratto di apprendistato per i nuovi assunti e modello attuale (modificato peraltro con un accordo separato nel gennaio 2009) per tutti gli altri.

In estrema sintesi. Viene istituito un «contratto unico di ingresso» (Cui), che per tre anni consente al datore di lavoro di procedere al licenziamento, pena un piccolo risarcimento proporzionale al periodo lavorativo. «In compenso» la bozza promette addirittura la «cancellazion» delle 48 tipologie di contratto precario oggi esistenti. Troppa grazia, santantonio... diventa difficile crederci, nel momento che Confindustria ne vorrebbe mantenere più o meno la metà. Dopo tre anni scatta (forse) il contratto a tempo indeterminato, sempre che non precipiti di nuovo la ghigliottina sull'art.18. Per «convincere» le aziende ad assumere con questa forma viene proposto di rendere molto più costoso il lavoro a tempo determinato o a progetto, in modo tale da farne un relazione tipica solo di alcune figure apicali (consulenti, ecc). Una serie di norme per automatizzare l'assunzione «fissa», nel caso di «furbate» da parte degli imprenditori, dovrebbe infine chiudere il cerchio.

Uno schema del genere, però, non può reggere senza un «salario minimo» che oggi viene deciso dalle relazioni industriali al momento del rinnovo del contratto nazionale di categoria. Ma, visto che non si vuole affatto abrogare l'art. 8 della «manovra d'agosto» (quella furbata di Sacconi che consente alle aziende di derogare sia dai contratti che dalle leggi dello Stato), è facilmente ipotizzabile che di contratti nazionali «veri» - d'ora in poi - se ne potrebbero vedere ben pochi. Il livello di questo «salario minimo» - oltretutto - andrebbe comunque determinato da una contrattazione tra le parti oppure, in caso negativo, dal Cnel. 

Ultimo punto, non meno conflittuale, la «riforma degli ammortizzatori sociali». L'idea è quella di lasciare la sola cassa integrazione ordinaria per gli stati di crisi aziendale, abolendo la straordinaria e la mobilità. In cambio, anche qui, un «reddito di disoccupazione» di difficile quantificazione, specie in tempi di crisi. Ma comunque presumibilmente più basso dell'attuale «mobilità» (60% dell'ultimo stipendio) e di durata inferiore. Qui i problemi concreti sono di fatto infiniti, visto che le aziende continuano a licenziare ricorrendo a cig e mobilità «lunga», dimensionata spesso in modo tale da consentire l'approdo alla pensione per i lavoratori più anziani. Traguardo che viene continuamente spostato dalle riforme pensionistiche allungano l'età lavorativa.
Cgil, Cisl e Uil protestano chiedendo un «confronto vero». Ma le probabilità che tutto finisca come per le pensioni sembra davvero alte.
 
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