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INTERVISTA - ambiente
"In Italia è corsa all'oro
staimo mettendo a rischio il Mediterraneo"
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Cinzia Gubbini
12.04.2012
A Taranto per un errore umano cadono in mare 10 tonnellate di carburante. La denucnia di Greenpeace: "Per quel porto un decreto del 2010 prevedeva particolari tutele. Ma le pressioni delle compagnie petrolifere hanno vinto"

Cinzia Gubbini - 12.04.2012
“L'Italia è al centro di una perciolosa corsa all'oro nero. Ma il Mar Mediterraneo è un'area fragile, già fortemente inquinata. Stiamo giocando col fuoco: il governo prenda l'iniziativa di difendere i nostri mari. E' l'unico modo, tra l'altro, di garantire davvero un rilancio dell'occupazione”. Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace, non prende sottogamba quanto accaduto nel porto di Taranto. Dove – a quanto pare per un errore umano – sono state sversate tra le 10 e le 15 tonnellate di carburante.
 
Di nuovo un incidente in un'area a rischio, come quella del porto di Taranto. Qual è la situazione sul controllo delle rotte, dopo le polemiche scatenate dal naufragio della Costa Concordia in Toscana?
Siamo stati recentemente a una riunione al ministero dell'Ambiente proprio per discutere della tutela delle aree sensibili. I problemi sono molteplici, a cominciare esattamente dalle rotte, che riguardano tanto le petroliere che le grandi navi passeggeri. Il ministero vorrebbe rafforzare il controllo radar in modo da capire quali sono le navi che si avvicinano alle nostre coste, quali sono i loro movimenti, in modo da intervenire immediatamente in caso di problemi. L'obiettivo a lungo termine e creare delle vere e proprie rotte obbligatorie.

Ma non funziona già così, non ci sono già delle “autostrade” del mare?
Ci sono delle zone protette da particolari regolamenti, ma lo ha dimostrato il disastro della Costa Concordia: non ci sono restrizioni in un'area come il Santuario dei Cetacei. Dove prima del naufragio era già avvenuto un altro incidente molto grave: un cargo aveva perso dei barili pieni di materiale tossico. In quel caso la notizia era stata addirittura resa pubblica con un mese di ritardo. Oltretutto i danni di quell'evento sono ancora tutti da calcolare, perché alcuni barili si sono aperti, altri devono ancora essere recuperati. Quando vengono sversati materiali nocivi nel mare, come è successo oggi a Taranto, bisogno calcolare il “bio accumulo” dell'ecosistema marino. I danni magari non si vedono subito, ma bisogna monitorare con attenzione e nel tempo, perché potrebbero emergere nel medio lungo periodo.

Sembra che però l'incidente sia stato ridimensionato.
Sicuramente non c'è un ulteriore sversamento e si sta provvedendo a ripulire. Ma è l'ennesimo sversamento di idrocarburi nei nostri mari, che dimostra il pericolo di queste fonti tossiche. Finché non ci renderemo indipendenti dagli idrocarburi fossili la minaccia al nostro ambiente e al nostro mare è molto alta. Quello che ci preoccupa sono soprattutto le premesse, e proprio a proposito del golfo di Taranto.

Perché?
Nel 2010, dopo l'incidente nel golfo del Messico, anche in Italia era stato lanciato l'allarme: l'allora ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo aveva emanato un decreto che in qualche modo frenava la corsa al petrolio vicino alle nostre coste. Metteva un limite a perforazioni e trivellazioni a partire da 5 miglia dalla costa e da 12 miglia dal limite delle aree protette. La "frontiera" andava calcolate dalla cosiddetta “linea base” che in base a una legge del 2006 veniva misurata, nel caso di un golfo, tra le due “punte” della terra. In questo modo il golfo di Taranto era considerato “area interna”. Venivano così vietate trivellazioni e esplorazioni petrolifere in quell'area, già fortemente inquinata. E sul quale, però, c'erano già moltissime richieste in attesa di autorizzazione. La pressione delle compagnie si è fatta evidentemente sentire: l'anno successivo, a luglio, è stato infatti approvato un decreto legislativo che modifica la legge del 2006. Ora la “linea base” viene calcolata in modo diverso, e il golfo di Taranto non risulta più nelle “acque interne”. Dunque adesso si possono fare esplorazioni e trivellazioni. Stiamo giocando col fuoco.

Come mai questa corsa all'oro nero in Italia?
Abbiamo moltissime richieste e moltissime pressioni, di conseguenza. I motivi sono diversi, e tra questi c'è il fatto che da noi si pagano royalties molto basse, le più basse d'Europa. Tra l'altro il decreto Prestigiacomo riesce solo a arginare le trivellazioni, ma non a fermarle come ha dimostrato il caso delle isole Tremiti, dove le esplorazioni sono iniziate nonostante il decreto. Nel Canale di Sicilia, con i comitati locali, siamo riusciti solo per il momento a fermare le esplorazioni. In realtà i nostri mari erano già stati “scandagliati” alla ricerca del petrolio anni fa: i giacimenti ci sono, ma sono a profondità molto elevate. Allora la spesa non valeva l'impresa. Oggi le condizioni sono cambiate: con l'aumento del prezzo del greggio, e l'esaurimento delle riserve petrolifere si va alal ricerca anche dell'ultima goccia di petrolio, avviando trivellazioni sempre più a rischio. Bisogna capire che è ora di rendersi indipendenti dai combustibili fossili: questa è l'unica strada.

Oggi avete denunciato anche il drammatico calo dei finanziamenti per il controllo e la prevenzione. A cosa vi riferite?
Abbiamo saputo che il ministero dell'Ambiente è in grave difficoltà nel rinnovare le convenzioni con le capitanerie di porto e con le compagnie private a cui si rivolge in caso di problemi. A giugno finisce la convenzione con la Capiteneria di Porto che ci occupa del pattugliamento aereo e marittimo: a quanto pare non c'è il budget per il rinnovo. L'anno prossimo, inoltre, scade il contratto con la compagnia privata che supporta il ministero in acso di incidenti, come è accaduto per la Costa Concordia. E anche in quel caso sembra manchino i fondi. Stiamo insomma mettendo a rischio il nostro mare, che è una vera e propria risorsa, anche economica.

 
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