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LETTERATURA - cultura
Stefano Tassinari, la volontà e la calma
di chi vuole sovvertire il mondo
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Angelo Ferracuti
09.05.2012
Lo scrittore ferrarese è morto ieri. Un intellettuale "contagioso", un autore che ha speso la sua vita per costruire un senso di comunità e di impegno, un uomo "compenetrato dalla politica".

Angelo Ferracuti - 09.05.2012
Succede che a un certo punto della vita, quasi senza accorgercene del tutto, percepiamo intimamente la forma della nostra esistenza. Gliel'abbiamo data, un po' è stata dettata dal caso, per certi versi ne siamo stati catturati talmente da averne preso le fattezze. Quella di Stefano Tassinari aveva la fisionomia dello scrittore engagé, con tutto il suo armamentario che si è formato in molti di noi negli anni '70, quella passione e quell'ideologia infaticabili del fare nel tentativo di creare senso. Nei giorni in cui stava morendo mi sono chiesto più volte com'era questa sua forma e cosa mi aveva insegnato. Perché un altro aspetto importante di questo intellettuale era la capacità di contagio. La prima che mi è venuta in mente è quella della consapevolezza di essere un autore, con tutto ciò che questo comporta, e cioè rischio, esposizione, coraggio, senso di responsabilità, visione; e poi pensarsi bene comune, risorsa umana, sociale e, in definitiva, custode e testimone del tempo e della memoria, cioè uno scrittore comunitario.

Un modo di essere e di stare al mondo che Stefano praticava in se stesso e contribuiva a tenere in vita nella piccola comunità di cui mi aveva chiamato a far parte. Ne sono testimonianza il premio «Paolo Volponi», dedicato alla letteratura di impegno civile, al quale aveva dato vita in anni non sospetti davvero con grande lungimiranza, proprio quando sembrava irreversibile e imperversava il pensiero debole di «fine della storia»; come «Letteraria», il semestrale di letteratura sociale dove ci aveva chiamati a raccolta, per non parlare delle due antologie «Sorci verdi» e «Lavoro vivo» (Alegre) frutto di un ribaltamento di sguardo, di ideologia, cioè smettere di pensarci «io» e ritornare al «noi» come atto politico, auspicarsi questa figura intellettuale di ritorno, aspetto del suo lavoro culturale «corsaro».

Altri elementi della sostanza umana di Stefano sono stati la tenacia e quella calma dei rivoluzionari diametralmente opposta all'impazienza che Trotsky definiva «la principale fonte dell'opportunismo».

La forma per uno scrittore non è solo la trama di una esistenza, ma la sua postura complessiva, il suo modo e il suo sguardo, la scrittura, il ritmo, la sua letteratura. Quella di Stefano era nata lirica, una prosa poetica, o comunque fatta di uno stile che a qualcuno fece ricordare Handke e Bernhard. Sono gli anni di «Ai soli distanti» e «Assalti al cielo», che credo fosse il primo mattone di un edificio costruito in oltre un ventennio di uno dei percorsi autoriali più coerenti della narrativa italiana degli ultimi anni.
Il cuore della sua produzione sono quattro romanzi, tutti consegnati all'editore Marco Tropea, dai titoli che già da soli raccontano un'epoca e un'epica: L'ora del ritorno, I segni sulla pelle, L'amore degli insorti, Il vento contro, storie di uomini toccati dal destino della rivolta, e di rivoluzioni vicine e lontane nella Storia, individuali e collettive. Per poi chiudersi, e far quadrare il cerchio, con il suo ultimo libro di racconti, D'altri tempi (Alegre), dove torna il mondo che questa genesi molecolare del nostro sentire, quella che ha infiammato i sogni di qualche generazione, ha trovato un suo punto di rottura nell'intreccio di creatività e ribellione sociale: gli anni Settanta del secolo scorso. Un libro fortemente congegnato, quasi come un album dei pezzi migliori di un'epoca d'un gruppo musicale di culto, dieci pezzi difficili, cruciali ed emozionali quanto un'esplosione ininterrotta durata un decennio e oltre, che continua a parlare al presente più che mai, capace come pochi di ricostruire il clima di un'epoca con il mito trasgressivo di Brian Jones, l'ex chitarrista degli amatissimi Stones, i fantasmi di Roberto Franceschi e Francesco Lorusso, barbaramente uccisi dalle forze dell'ordine, il festival del Parco Lambro e anche la tragica storia di Carolyn Lobravico, l'attrice del Living Theater morta nel manicomio giudiziario di Napoli.

La sua forma, quella che abbiamo conosciuto, così l'avrebbe definita Jean Paul Sartre : «Non sono stato un uomo politico, ma ho avuto reazioni politiche a molti eventi politici; così la condizione di uomo politico in senso lato, ossia nel senso di uomo toccato dalla politica, compenetrato di politica, è una mia caratteristica».
 
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