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SCIENZA - ambiente, rubriche
Scienza e ogm, i vantaggi dell'interdisciplinarietà
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Vincenzo Vacante*
14.05.2012
Se la voce degli addetti ai lavori vengono zittite dagli opnionisti di rango. Continua il dibattito promosso dalla Fondazione Diritti Genetici. Vacante: "L'agricoltura con ogm è statica"

Vincenzo Vacante* - 14.05.2012
* Laboratorio di Entomologia ed Ecologia applicata, Università degli Studi Mediterranea, Reggio Calabria
 
 
Ho letto con interesse le pagine che Mario Capanna ha dedicato al problema degli OGM in agricoltura e ad uno dei suoi più autorevoli sostenitori. Il caso non è nuovo ed è in linea con l'italica attitudine di sciupare le parole, alimentando più di quanto non sia necessario un improduttivo chiacchiericcio. Infatti, accade sempre più spesso che gli interventi dei pochi addetti ai lavori siano zittiti da quelli dei molti opinionisti di rango, non sempre condivisibili ma sempre capaci di allontanare ogni ragionevole soluzione dei problemi. La strategia è consolidata: distrae quanto basta, sgombrando il campo dal rischio del confronto e ingenerando dubbi e incertezze. Su questi è possibile poi costruire ogni proposta.

Purtroppo, la proposta in discussione valica i confini di un campo coltivato e i suoi effetti non si estinguono come si vuol far credere nell'ambito dell'acro, ma investono la vita nella sua essenza, entrando silenziosamente nei sistemi e scardinando meccanismi consolidati nei millenni. Da questo punto di vista non è difficile ammettere che una concezione del processo della produzione agricola connessa con l'uso degli OGM è statica, contrapponendosi per definizione ai valori della biodiversità e ai retaggi storico-culturali che con essa si relazionano. Il terreno, le piante, gli animali sono interpretati come freddi mezzi di produzione, modificabili alla bisogna, privi di storia e di identità. Si nega ad essi ogni capacità di interazione con la vita circostante, popolazioni umane comprese. Il problema è quindi più complesso di quanto sia stato postulato e la sua soluzione non può essere demandata, non me ne voglia alcuno, all'esclusivo giudizio di un genetista vegetale. Regole comuni legano infatti la produzione agricola ai sistemi naturali e nessuna proposta tecnica può negarlo. In questo senso, la proposta degli OGM è nata morta, affetta da puro scientismo, malata, cioè, di un eccesso di artificiosità e di falso modernismo. Infatti, se è vero che la tecnologia trova fondamento nella biochimica degli acidi nucleici, ossia nella base della vita, nessuno può negare che la sua applicazione in campo richieda coinvolgimenti più ampi, come quelli dell'ecologo, dell'evoluzionista e dell'agronomo, rigidamente propedeutici tra loro, tutti legati da una visione olistica del processo produttivo, non prioritariamente riconducibile - contrariamente a quanto si vuol far credere - alle esclusive competenze di pochi predestinati.

Sfortunatamente, l'attuale scenario italiano non è incoraggiante. Lobby economiche prioritariamente interessate alla divulgazione della tecnologia sottraggono sempre più spazio al mondo della politica, dell'economia e della ricerca, cogliendoli distratti, impreparati, talvolta addirittura conniventi. Tralasciando le responsabilità politiche ed economiche, difficili da descrivere, almeno nel mio caso, senza il ricorso ai soliti linguaggi comuni, emerge appieno l'inconsistenza culturale di una parte del mondo della ricerca italiana, i cui comportamenti incoraggiano l'applicazione del metodo creando guasti incolmabili non solo sotto il profilo tecnico ed ambientale ma anche sotto quello formativo. Prova ne sia che in diversi Atenei italiani ci si può laureare in Agraria o in Scienze forestali senza avere sostenuto un esame di Zoologia e di Ecologia animale ma non si può fare altrettanto senza avere superato almeno un esame di biotecnologie.

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Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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