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Eternit, il perché della condanna:
"fu dolo di altissima intensità"
"fu dolo di altissima intensità"
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Dopo la condanna a 16 anni di carcere dei due dirigenti della Eternit - il più grande processo sull'inquinamento da amianto mai celebrato - oggi sono state depositate le motivazioni. Durissime: "Scelte sciagurate dei vertici"
redazione - 14.05.2012
Il processo è già entrato nella storia: migliaia di casi esaminati, e alla fine la condanna a 16 anni di Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne - responsabili della ditta Eternit di Casale Monferrato - e per disastro doloso e omissione dolosa di misure infortunistiche.
Il loro comportamento, scrive il giudice Giuseppe Casalbore, è stato caratterizzato da "un dolo di elevatissima intensità". Secondo i giudici, i vertici dell'azienda erano a conoscenza dei problemi ma «nonostante tutto - si legge nelle motivazioni - hanno continuato e non si sono fermati nè hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione al fine di migliorare l'ambiente di lavoro e di limitare per quanto possibile l'inquinamento». Inoltre «hanno cercato di nascondere e minimizzare gli effetti nocivi». In un'altra parte della sentenza i giudici si dicono del parere che per questi comportamenti «non può essere riconosciuta alcuna attenuante».
La tesi è che i due imputati fossero da tempo consapevoli dei problemi per la salute e l'ambiente (viene citato in particolare uno studio medico scientifico di Selikoff risalente già al 1968) ma non intervennero e, anzi, minimizzarono i rischi. I giudici citano le parole di Romana Blasotti, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime: «Non riuscivo a capire come poteva succedere che una persona potesse morire di lavoro». La donna «aveva ben compreso - si legge - che di amianto si moriva» e si è chiesta «perchè continuare?». Questa «semplice domanda», secondo il tribunale, fa emergere il dolo di elevatissima intensità dei due imputati.





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