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Caro presidente, la mattina
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Un nuovo post fra quelli del concorso lanciato dal manifesto, il Premio Ischia, VeDrò e Contesto. Il post che segue è tratto dal blog Virus Napoli. LEGGI GLI ALTRI POST
Enzo Russo - 16.05.2012
Caro Presidente, caro Giorgio, così mi hanno insegnato a chiamarti, così tutti ti chiamano nel mio quartiere. Sono Marco, un giovane di 27 anni, compiuti da qualche settimana. Sembra che dal giorno del mio compleanno sia passata un'eternità. Vivo in un paese vicino Napoli, fatto di grossi palazzoni grigi con tante piccole finestre che a malapena filtrano un po' di aria, un po' di colore, un po' di vita. Sono disoccupato da tre anni, ho lavorato per qualche anno in un centro commerciale per 12 ore al giorno, subendo l'umiliazione di una paga misera e senza contratto, ora mi ritrovo senza lavoro, senza una briciola di speranza, senza futuro. Non riesco più a capire il senso della parola lavoro, della parola dignità. Ti prego presidente, basta con l'alibi della crisi mondiale, basta con le solite frasi che da noi in Italia si lavora di più della Spagna e della Francia, è facile dire che «questo paese cresce insieme o non cresce». Ti ho ascoltato attentamente in questi giorni, hai detto: «Bisogna far vivere la Costituzione con una spinta forte anche dal basso». Dal mio basso presidente ci voglio mettere la forza, ma non ci riesco, dal "basso" della mia abitazione voglio credere che domani posso portare a casa un regalo per mio figlio che ogni giorno me lo chiede insistentemente, dal mio basso cerco di trovare una luce che possa rendermi la giornata un po' meno scura e grigia. Le attuali regole del mercato del lavoro, nel tentativo di favorire l'occupazione e combattere il lavoro nero, in molti casi hanno finito paradossalmente per legalizzare la precarietà. Cos'altro si può dire o aggiungere quando, pur non ricorrendo le condizioni previste dalla legge, sento che lo Stato non è presente c'è totale assenza di controlli e certe aziende impiegano in massa contratti «a progetto» rinnovabili all'infinito! A volte mi sento morire al pensiero di vivere con qualche euro prestato dai miei genitori, e allora vado in giro, per i bar, i ristoranti, alberghi, per chiedere se cercano lavoratori. La risposta è la solita: NO, poi ti facciamo sapere. A me non mi cambia la vita se arrestano Lavitola, Amanda o Parolisi, alla gente non gliene frega nulla di Bunga bunga, Ruby e le serate di Arcore, quello che mi interessa è che quando mi alzo la mattina devo pensare come arrivare alla sera, come spendere quei pochi euro che mi rimangono cercando di mantenere quel poco di dignità che mi resta. Caro presidente, forse nessuno commenterà questa mia lettera, nessuno dirà una parola per quelli che non riescono più andare avanti nella vita, con dei bambini piccoli da sfamare e con una dignità da mantenere. Oggi alla gente non interessa più se riesco a vivere o meno, se sotto un edificio crollato muoiono 5 donne, se domani non ho neanche il pc per scrivere queste poche righe. Di queste cose nessuno ne parlerà più di tanto, nessuna di queste persone ha inventato l'Iphone...





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