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IOMANIFESTO - media, rubriche
La taz, un modello «tedesco»
per il manifesto
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Guido Ambrosino
20.05.2012
Un intervento (e una proposta) da Berlino circa il futuro del giornale, nell'ipotesi del "riacquisto" della testata da parte della sua stessa collettività di lettori, collaboratori e giornalisti.

Guido Ambrosino - 20.05.2012
Cari amici circolisti, il 20 maggio vi arrovellerete a Bologna su un possibile futuro per il nostro manifesto. Come scrive Matteo Bartocci, «presto o tardi la testata sarà in vendita. Si potrebbe organizzare una nuova proprietà collettiva». Certo, si potrebbe, e a conferma vi ripropongo – lo faccio da anni – un modello «realmente esistente», quello della tageszeitung di Berlino, più familiarmente taz. Il quotidiano postsessantottino tedesco è interamente posseduto da una cooperativa di lettori-editori, che ne affida la gestione a una società di giornalisti e tecnici, pienamente autonoma nelle sue scelte redazionali. 
  Il giornale nacque nel 1979, prendendo a modello Lotta continua (dove i primi redattori fecero uno stage per imparare il mestiere) – e un po' anche il manifesto –  grazie a una raccolta di fondi tra i potenziali lettori. Nel 1992, quando si rese di non poter più andare avanti senza una più solida base finanziaria, il collettivo redazionale cedette la proprietà alla taz Genossenschaft, una cooperativa dei lettori che, oltre a restare consumatori di carta stampata, diventavano anche produttori-editori del loro giornale. 
 Di fronte a questo ibrido tra cooperativa di produzione e cooperativa di consumo, la lega delle cooperative tedesche si mostrò all'inizio perplessa, ma si lasciò convincere. 
  Nel 1992 la Genossenschaft (da Genosse, compagno) contava 2.922 soci. Ora ne conta 11.833, che nell'arco di dieci anni hanno versato un capitale di oltre 10 milioni di euro, sottoscritto in quote da 500 euro ciascuna.   Ogni socio può possedere più quote, fino a venti, ma resta titolare di un solo voto all'assemblea. Le quote si possono acquistare anche in 20 rate mensili di 25 euro. Adesso un socio possiede in media circa due quote.
  Lo statuto garantisce autonomia al collettivo di produzione – con un unico livello salariale tra tecnici e giornalisti – anche nella scelta della direzione. 
  In passato, quando proponevo questo modello a Roma, mi si rispondeva che era incompatibile con la legge per i contribuiti all'editoria, che prevedeva solo «cooperative di giornalisti» come proprietarie della testata. Quella legge è stata riscritta innumerevoli volte. Non si potrebbe cambiarla ancora su questo punto «tecnico»?
  Nel 1994 il manifesto ha già sperimentato un modello di partecipazione dei lettori, cedendo a 6000 sottoscrittori di un'apposita società per azioni il 22% della testata. Resta ancora il 78%, ora nelle mani dei «liquidatori». 
Io proporrei di rivitalizzare la vecchia Spa, trasformandola in cooperativa di produzione e di consumo editoriale. E con questo nuovo soggetto lanciare una raccolta di fondi in grado di presentare ai «liquidatori» un'offerta economicamente convincente per il rimanente 78% della testata.
  Castelli in aria?  In Italia si parla e si straparla, spesso a sproposito, di «modelli tedeschi», che si tratti dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori o di una legge elettorale proporzionale. Sembra che «modello tedesco» sia sinonimo di fattibilità e efficienza. Perchè una volta tanto, invece di fissarci su Merkel e sulla Bundesbank, non ci scegliamo un modello dall'«altra» Germania? Un giornale autogestito da una comunità di lettori-editori si può fare, Germania docet. La taz vende 55mila copie, con 10mila copie diffuse in edicola e 45mila abbonati.
Guido Ambrosino, Berlino
P.S. Colgo l'occasione per ringraziare Timo Reuter, Martin Kaul, Christian Jakob, il team della tageszeitung a Francoforte, che ci aiutano – gratis – a raccontare il movimento blockupy  
 
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