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CALABRIA - sociale, ambiente
Operazione "acqua sporca",
sequestrata la diga dell'Alaco
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Sigilli all’impianto di potabilizzazione ed a serbatoi, pozzi e sorgenti che rifornivano i rubinetti delle case di circa quattrocentomila persone.

Claudio Dionesalvi - 19.05.2012
Claudio Dionesalvi
19.05.2012
L’hanno battezzata operazione “acqua sporca”. Se le accuse troveranno conferme, sarà fatta luce sull’ennesima pagina velenosa nella storia recente della gestione dei servizi pubblici in Calabria. Giovedì la procura della Repubblica di Vibo Valentia ha ordinato il sequestro dell’invaso dell’Alaco al confine con la provincia di Catanzaro. Sigilli all’impianto di potabilizzazione ed a serbatoi, pozzi e sorgenti che rifornivano i rubinetti delle case di circa quattrocentomila persone. Un vero e proprio gavettone per gli indagati, tra i quali il neo eletto sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, nonché presidente della Sorical, società che gestisce l’acqua calabrese in condominio con la multinazionale Veolia. Una doccia fredda anche per il suo collega primo cittadino di Vibo, Nicola D’Agostino, e per il predecessore Franco Sammarco. Pesanti le ipotesi di reato. A vario titolo, avvelenamento colposo di acqua e frode in pubbliche forniture in concorso con alcuni dirigenti della So.Ri.Cal. In totale, 26 sono i soggetti raggiunti da avvisi di garanzia, tra cui responsabili di Aziende sanitarie provinciali e dirigenti regionali dell’Arpacal. Il terremoto giudiziario scuote dalle fondamenta anche quegli ambienti della Regione Calabria che lavorano nell’ombra, contro la volontà popolare emersa dal risultato referendario, per affidare l’acqua ad un unico soggetto privato.
Chissà se gli inquirenti nel loro articolato lavoro d’indagine hanno trovato il tempo di leggere nel novembre scorso la corposa inchiesta che Il manifesto ha dedicato all’emblematica vicenda dell’Alaco! È noto che le dighe non riscuotono grande fortuna in Calabria. Basti pensare a quella del Melito (vedi il manifesto del 25 gennaio 2011) o all’invaso del Menta. Per non parlare dell’Esaro, opera mai portata a compimento, nonostante in venti anni per la sua mancata realizzazione sia stata spesa una cifra di denaro pubblico non quantificabile. Ordinaria amministrazione a queste latitudini, dove per spalmare tre metri d’asfalto sull’autostrada si lavora da due decenni mentre si sperperano fiumi di denaro in avveniristici progetti di nuovi aeroporti e ponti sullo stretto.
Sì, la diga dell’Alaco perlomeno è stata messa in funzione. È costata “solo” una settantina di milioni d’euro, con sei varianti tra il 1985 e il 1996, e nove sospensioni dei lavori. I problemi più grossi sono iniziati quando nel 2006 a So.Ri.Cal è venuta la geniale idea di ampliare l’impianto di potabilizzazione. Da allora, è stato un susseguirsi di contenziosi e ping pong di responsabilità tra comuni e società mista. C’è stato pure chi ha sollevato forti dubbi sulle modalità di smaltimento delle acque provenienti dal lavaggio dei filtri e della disidratazione dei fanghi. Perché per fortuna non è mai mancata l’attenzione degli abitanti delle zone interessate. Il Coordinamento delle Serre per la difesa dell’acqua e il “Bruno Arcuri” a gran voce da sempre denunciano che dai test effettuati, le quantità di ferro e manganese sono al di sopra della norma. Sono stati riscontrati anche un forte inquinamento batteriologico dovuto a escrementi di animali, insieme a sostanze derivanti dalla decomposizione delle piante sommerse. La lotta popolare contro la realizzazione dell’invaso, giudicato inutile e dannoso sin dal suo concepimento, è stata lanciata diversi anni fa. Già da uno studio del 1990, firmato dal professor Athos Bellomo dell’università di Messina, si evinceva che quei terreni, in considerazione della grossa quantità di ferro contenuta, non potevano essere adibiti ad ospitare un invaso d’acqua. Sono stati soprattutto  gli attivisti dell’associazione “Briganti” a condurre la campagna di sensibilizzazione. A loro, come a tanti altri cittadini residenti nell’area delle Serre, alcuni dettagli sono parsi subito strani. Anzitutto, la fretta con la quale si è proceduto alla chiusura dei pozzi che alimentavano gli antichi acquedotti. E poi, il fatto che si sia scelto di realizzare l’invaso in un’area mai bonificata: in questa zona erano situate le antiche cave borboniche di ferro. Le argomentazioni dei locali comitati non devono essere piaciute proprio a tutti. Ignoti infatti nell’autunno scorso hanno deciso di recapitare una cartuccia di lupara a casa di Sergio Gambino, uno degli attivisti più operosi. Adesso il Coordinamento civico pro-Serre annuncia ulteriori azioni legali e lancia una class action contro So.Ri.Cal, chiamando a responsabilità il sindaco Bruno Rosi: “nonostante abbia partecipato alla nostra visita all’Alaco e si sia potuto rendere conto, come noi, della situazione di inadeguatezza totale dell’impianto, poco tempo fa, in accordo con So.Ri.Cal, ha firmato una delibera con cui, in cambio di un misero sconto sul debito, ha regalato a So.Ri.Cal la rinuncia, da parte del comune, a tutte le cause legali pendenti con la Società delle risorse idriche calabresi che oggi è finita nell’occhio del ciclone”.
 
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