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RAPPORTO ITALIA
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capitale&lavoro
Istat: "Abbiamo i salari del '93"
e la Cia: "Non è fantaeconomia"
e la Cia: "Non è fantaeconomia"
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Presentata oggi la relazione annuale: "I redditi delle famiglie tornano ai livelli di 10 anni fa e il potere d'acquisto crolla di 5 punti rispetto al 2008". E' un disastro, l'unica buona notizia è l'aumento dell'export
REDAZIONE - 22.05.2012
I redditi delle famiglie tornano sui livelli di dieci anni fa, i salari restano fermi al 1993 e il potere d'acquisto crolla dal 2008 di 5 punti percentuali. Anche la propensione al risparmio e' ai minimi dal '90, mentre continua a crescere la disoccupazione e il divario Nord-Sud. Non e' 'fantaeconomia' ma la situazione reale degli italiani nel 2011, fotografata dal Rapporto annuale dell'Istat. L'effetto più immediato di questa crisi, delle difficoltà economiche delle famiglie, è un'ulteriore compressione dei consumi, non solo quelli superflui ma anche quelli di prima necessità come gli alimentari. Che si ridurranno anche nel 2012. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, analizzando i dati contenuti nel rapporto dell'Istituto nazionale di statistica presentato oggi dal presidente Enrico Giovannini. “Quest'anno la spesa complessiva per i consumi calerà ancora del 2,1 per cento, anche a causa delle misure 'lacrime e sangue' messe in campo dal governo. Gia' in questi primi cinque mesi del 2012 - spiega la Cia - i comportamenti d'acquisto messi in atto dalle famiglie rispecchiano quella prudenza registrata anche nel 2011: gli italiani continuano a comprare poco e, quando lo fanno, passano per sconti e offerte della Gdo o cercano il massimo risparmio nelle cattedrali del 'low-cost'. Tanto oltre la metà delle famiglie afferma di aver dovuto modificare il menù quotidiano, il 35 per cento di limitare gli acquisti e quasi il 40 per cento di rivolgersi quasi esclusivamente a promozioni commerciali e discount". ''Significa che quasi 10 milioni di famiglie - continua la Cia - oggi riempiono di meno le buste della spesa, spesso perdendo anche in qualita' del prodotto. Una tendenza molto più forte al Sud che al Nord, anche perché (come testimonia oggi l'Istat) la percentuale di famiglie che si trovano al di sotto della soglia minima di spesa per consumi è al 4,9 per cento nell'Italia settentrionale contro il 23 per cento nel meridione''. ''Insomma, si tratta di una situazione drammatica che il previsto nuovo aumento dell'Iva non potrà che peggiorare, costando agli italiani quasi un miliardo solo per le spese alimentari. Ma non c'è alcuna possibilità di ripresa economica - conclude la Cia - senza una parallela ripresa dei consumi domestici delle famiglie''.
IL RAPPORTO ITALIA
È una fase di difficile transizione, economica e sociale, quella che vive l'Italia, caratterizzata da un aumento dei prezzi, una diminuzione sia dei consumi che del risparmio, una sostanziale stabilità dell'occupazione dopo anni di calo, un freno agli investimenti; anche se non mancano trend positivi come la discesa dell'indebitamento e la crescita delle esportazioni. Il quadro è illustrato dall'annuale Rapporto Istat sulla situazione del Paese, presentato nella Sala della Lupa a palazzo Montecitorio. L'indagine statistica mette subito in rilievo il «difficile passaggio per l'economia italiana», in linea del resto con il rallentamento del ciclo economico, finanziario e produttivo internazionale. Ma in particolare, in Italia «l'incertezza che segna l'attuale fase ciclica e la capacità produttiva inutilizzata costituiscono un fattore di freno alle decisioni di investimento delle imprese, sulle quali - si sottolinea - pesano anche le difficoltà incontrate nell'accesso al credito bancario, soprattutto per quelle di piccola e media dimensione». Sul fronte dei prezzi, va rilevato che «il tasso di inflazione è quasi raddoppiato nel 2011 rispetto all'anno precedente» e l'aumento dei prezzi dei prodotti acquistati più frequentemente, il cosiddetto 'carrello della spesà composto ad esempio da alimentari e abbigliamento, è stato «particolarmente elevato». Tutto ciò si è tradotto in una «debolezza della spesa per consumi» causata soprattutto da una «progressiva riduzione del potere d'acquisto delle famiglie». Dunque, la minore spesa per acquisti non ha evitato una parallela «riduzione della propensione al risparmio», anche per quello che l'Istat definisce come «un mutamento dell'atteggiamento psicologico, più orientato al risparmio per fini precauzionali»
LA DISOCCUPAZIONE CRESCE
In un quadro in cui - rileva l'Istituto - l'"ascensore sociale è sempr epiù lento", un dato preoccupa più di tutti. ed è la disoccupazione. Perché è quella che dà poche speranze di crescita e di ripresa. Ebbene l'Istat è lapidario: nel 2012 la disoccupazione sarà al 9,5% (era l'8,4% nel 2011, e giuà non era un bel dato). Ma la cosa peggiore è che secondo l'Istituto crescerà al 9,6% nel 2013.
PER LE FAMIGLIE DIMINUISCE POSSIBILITA' DI SPESA
Complessivamente, dall'inizio della recente crisi economica, cioè dal 2008, le famiglie hanno visto crescere del 2,1% il reddito disponibile in valori correnti, cui è corrisposta una riduzione del potere d'acquisto (cioè, in termini reali) di circa il 5%. Contemporaneamente, però, aumenta il carico fiscale a carico delle famiglie. Che dal '92 a oggi è aumentato di due punti. Nel periodo 1992-2011, infatti, si è registrato un progressivo aumento del carico fiscale corrente sulle famiglie, passato dal 13,2% degli anni 1992-1996 al 14,1% del periodo 2011-2007, per raggiungere il 15,1% nel 2011
PROPENSIONE RISPARMIO AI MINIMI
E dunquel propensione al risparmio è ai minimi dal '90. Nel 2011, per compensare la diminuita capacità d'acquisto, le famiglie consumatrici hanno ridotto la propensione al risparmio (definita dal rapporto tra il risparmio lordo delle famiglie e il loro reddito disponibile), portandola all'8,8%, il valore più basso dal 1990.
L'ASPETTATIVA DI VITA
Buone notizie arrivano soltanto sul fornte dell'aspettativa di vita. Ma, come dire, è uno di quei dati che bisognba guadagnarsi. Perché fin qui vuol soltanto dire che si è "seminato" bene. Ma in futuro come andranno le cose? Per ora gli italiani vivono più a lungo: gli uomini in media 79,4 anni e le donne 84,5. In Europa soltanto gli uomini svedesi hanno una speranza di vita superiore (79,6 anni), mentre solo in Francia e in Spagna le donne sono più longeve delle italiane (85,3 anni in entrambi i paesi). Sono i dati che emergono dal Rapporto annuale dell'Istat per il 2012. Dal 1992 a oggi gli uomini hanno guadagnato 5,4 anni di vita media e le donne 3,9 anni, soprattutto grazie alla riduzione della mortalità nelle età adulte e senili. Alla riduzione della mortalità per malattie del sistema circolatorio si deve un guadagno di 2,1 anni in entrambi i sessi, mentre la riduzione della mortalità per tumori maligni ha contribuito per 1,2 anni all'incremento della vita media degli uomini e per 0,6 anni a quello delle donne. Nonostante la lieve ripresa dalla metà degli anni '90, continuano comunque a nascere pochi bambini: nel 2011 il numero medio di figli per donna (1,42) deriva da valori pari a 2,07 per le residenti straniere e a 1,33 per le italiane. Nell'ultimo decennio si è inoltre rovesciata la 'geografià delle nascite: oggi, le regioni più prolifiche sono quelle del Nord (1,48 figli per donna) e del Centro (1,38 figli per donna) dove è maggiore la presenza straniera, mentre nel Mezzogiorno si stimano solo 1,35 figli per donna nel 2011. L'aumento della sopravvivenza e la bassa fecondità rendono l'Italia uno dei paesi più «vecchi»: attualmente si contano 144 persone di 65 anni e oltre ogni 100 con meno di 15, proporzione che era di 97 a 100 nel 1992. In Europa solo la Germania registra un valore più alta.
LE DIFFERENZE TRA NORD E SUD
Al Sud sono povere 23 famiglie su 100, al Nord 4,9 (dati 2010). Il 67% delle famiglie e il 68,2% delle persone povere risiedono nel Mezzogiorno. Qui ad una più ampia diffusione del fenomeno si accompagna una maggiore gravità del disagio: l'intensità della povertà raggiunge, infatti, il 21,5%, contro il 18,4% osservato nel Nord. Particolarmente grave risulta la condizione della famiglie residenti in Basilicata, Sicilia e Calabria. È poi peggiorata la condizione delle famiglie più numerose: in condizione di povertà relativa vive il 29,9% delle famiglie con cinque o più componenti (+7% rispetto al 1997). Nelle famiglie con almeno un minore l'incidenza della povertà è del 15,9% e complessivamente vivono in condizioni di povertà relativa 1 milione e 876 mila minori. Diminuisce invece, dal 1997 al 2010, la povertà nelle famiglie con a capo un anziano: l'incidenza di povertà scende dal 16-17% al 12,2%. I separati e i divorziati, osserva l'istituto di statistica, sono più esposti al rischio povertà (20,1%), rispetto ai coniugati (15,6%). Le ex mogli sono più esposte (24%) rispetto agli ex mariti (15,3%).




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