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COMMENTO - mondo, politica
Il supermarket militare
e le molotov della Nato
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Tommaso Di Francesco
27.05.2012
Il vertice dell'Alleanza a Chicago ha dichiarato chiusa (almeno sulla carta) l'avventura in Afghanistan ma ha messo sul tappeto un ulteriore enorme aumento delle spese militari per i paesi membri, nonostante la crisi

Tommaso Di Francesco - 27.05.2012
I fatti italiani, da Brindisi alle amministrative e al terremoto in Emilia, hanno fatto passare in secondo piano, da noi, il vertice della Nato di Chicago del 20 e 21 scorsi. Non è stato il solito summit autoreferenziale, ma il primo che, pur non ammettendo il fallimento di una guerra fatta in Afghanistan per vendicare l'11 settembre 2001, ha detto che quell'intervento è finito, anche se non è chiara la fuoriuscita alleata dal 2014 e per quanto ancora le basi militari occidentali garantiranno la fragile leadership di Kabul e il contagio in Pakistan. Unica eccezione, il neopresidente francese Hollande che le truppe francesi le ritira subito. Un vertice che ha anche concluso i lavori escludendo (visti i risultati in Libia?) un'avventura militare in Siria.
Ma Chicago 2012 è importante per altre tre questioni: per la decisione di nuove, «intelligenti» perché condivise, spese militari alle quali tutti gli alleati, a cominciare dall'Italia, hanno dichiarato di corrispondere, nonostante la crisi, i vincoli di bilancio e le politiche restrittive dello stato sociale; ha poi visto, nella città del suo ufficio elettorale centrale, un inedito protagonismo di Barack Obama in chiave polemica verso l'Europa; infine, Chicago ha premiato lo sforzo di Occupy Wall Strett di rivitalizzare il movimento portando in piazza, contro la Nato e le guerre volute dall'1%, la protesta di pacifisti e veterani dell'Iraq e dell'Afghanistan.
Quanto ci costa dopo Chicago la Nato? Secondo i dati ufficiali del 2011, le «spese per la difesa» dei 28 stati membri ammontavano a 1.038 miliardi di dollari annui: è circa il 60% della spesa militare mondiale che, con altre voci militari, sale ai due terzi della spesa militare mondiale. Il tutto pagato con denaro pubblico. Ma con un divario nella Nato, tra la spesa statunitense, salita in dieci anni dal 50% a oltre il 70% della spesa complessiva, e quella europea che è calata. Così Rasmussen ha ammonito: se il divario tra le due sponde dell'Atlantico crescerà, «rischiamo di avere, a oltre vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, un'Europa debole e divisa». Ulteriori spese, che si aggiungono ai bilanci della difesa degli alleati europei, sono quelle per l'allargamento della Nato ad est, stimate tra 10 e oltre 100 miliardi di dollari; e l'acquisto di nuovi armamenti, a partire dal caccia Usa F-35, dei quali i 90 che ora deve comprare l'Italia, ci costano 10 miliardi, dice la finanziaria di Monti e del ministro-generale Di Paola. Ora, dopo Chicago, si aggiungono quelle per l'estensione all'Europa dello «scudo anti-missili» Usa, che Rasmussen quantifica in 260 milioni di dollari, ma la spesa reale sarà molto più alta, anche perché vi si aggiunge 1 miliardo di dollari per il potenziamento dell'attuale sistema Altbmd. Vi sono le spese per il sistema Ags che, integrato dai droni Global Hawk made in Usa, permetterà alla Nato di «sorvegliare» dalla base di Sigonella i territori da attaccare: l'Italia si è accollata il 12% del costo del programma, cioè 3,5 miliardi di dollari, più 300 milioni per le infrastrutture.
Alla luce di questo macroscopico supermarket militare, è apparsa singolare - sembrava la Merkel che rimproverava la Grecia - la strigliata di Obama verso l'Unione europea perché incapace di superare i limiti della sua unità monetaria e di avviarsi verso la crescita; tanto che il presidente americano ha addirittura offerto i suoi tecnici (ancora?!). Certo l'incapacità europea è sotto gli occhi di tutti. Ma è singolare che ora Washington, esattamente come hanno fatto con Atene i governi di Berlino e Parigi che hanno rimpinzato di forniture militari i magri bilanci della Grecia, rimproveri da Chicago gli stessi governi europei che proprio nel summit Nato hanno deciso di indirizzare fondi (in dollari ed euro) grandi più di dieci bilanci statali, verso la sola prospettiva della «crescita» del riarmo e della guerra.
Dimenticavamo Occupy Chicago. A tenere a bada il grande e nuovo movimento di protesta contro la globalizzazione capitalista, la Nato e la guerra erano impegnati migliaia di uomini in assetto antisommossa, la Guardia nazionale, l'intelligence e un drone. Ci sono stati violenti scontri per due notti di seguito. 45 giovani sono stati fermati, tre - ventenni e americanissimi - sono agli arresti, accusati di «complotto terrorista» perché «preparavano una molotov». Una molotov? E il «complotto» dello scudo antimissile, della base di droni a Sigonella e dei cacciabombardieri F-35?
 
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