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Conoscenza, scienza e coscienza
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Cos’è, veramente, “conoscere”: arrivare a comprendere e dare un senso alle più pacchiane contraddizioni della civiltà, oppure tenersi all’interno della propria paternità? Continua il Forum della Fondaizone Diritti genetici
Romolo Perrotta* - 28.05.2012
Ricercatore, università della Calabria
La sollecitazione di Mario Capanna a ridare spessore al significato autentico della parola “scienza” e all’“agire scientifico”, con le conseguenti implicazioni che tale operazione sortirebbe su una nuova, possibile, più compiuta democrazia, pare radicarsi sul terreno dell’ovvio, di ciò che va da sé, che non potrebbe essere altrimenti. Eppure, la stessa ovvietà perde di consistenza allorché si confrontano talune condotte umane – fortemente assistite o sostenute, addirittura, da autorevoli strutture normative – con quanto reclama invece per sé il buon senso comune: sarebbe infatti “ovvio” coltivare (che significa impiantare, prendersene cura e raccogliere) arance per poi mangiarle, piuttosto che macerarle in virtù di una regola di mercato; come sarebbe “ovvio” impiegare risorse, intelligenze ed energie per aiutare l’umanità a tenersi in salute, piuttosto che per costruire strumenti che la distruggono. Ma quando – di questo passo – l’ovvietà finisce per lambire l’ingenuità, allora siamo già evidentemente nel vivo della questione posta. Di fatti: “ovvio” è ciò che “ci sta davanti”, che “si trova facilmente”; per i tedeschi è ciò che “si comprende da sé” (selbstverständlich), dove la comprensione è tanto l’afferrare concettuale quanto la capacità di contenere, di prendere-dentro, per l’appunto. E ciò che si comprende da sé è già contenuto nel suo mero apparire, non necessita di spiegazioni, delucidazioni, chiarimenti. Invece, si dà il caso che noi reputiamo conoscenza soltanto ciò che richiede uno sforzo, una elaborazione concettuale: le arance che devono andare al macero, la costruzione di strumenti di morte. Quanta sapienza economica e quanta intelligence si celano dietro questi due atti apparentemente volgari! Solo all’ingenuo potrebbe apparire sciocco il darsi da fare di ruspe che, distruggendo arance, stanno in verità equiparando il guadagno di una nazione all’altra, all’interno della comunità europea; oppure insensato e stupido l’incedere marziale di un soldato nella parata, che invece è pronto a difendere da ogni nemico. E tuttavia “ingenuo” (= “di certa paternità”), manco a farlo apposta, significa lo stesso di “genuino” (= “verace, schietto, naturale”). E allora cos’è, veramente, “conoscere”: arrivare a comprendere e dare un senso alle più pacchiane contraddizioni della civiltà, oppure tenersi all’interno della propria paternità?
2. Premessa minore.
Ma nel suo saggio Capanna pone questioni che non hanno soltanto una valenza teorica: è nella natura stessa di tali argomenti, infatti, non limitarsi al livello dell’opinabile, bensì oltrepassare a quello dell’azione; e tuttavia quando ci sono in mezzo controversie scientifiche il rischio di impantanarsi in una mera conversazione da salotto è grande. Ciò che fa chiarezza, a mio giudizio (o, detto in maniera quanto mai sottilmente provocatoria, ciò che fa chiarezza a me, soggettivamente, al punto da potere assurgere a via universale, e dunque oggettiva) è venire a capo di cosa siano in senso compiuto le scienze, dove si collochino in seno ai fatti umani e se, e in che misura, abbiano una qualche connessione con il cosiddetto sapere comune, con la conoscenza delle vicende quotidiane, locali e lontane, con la coscienza e dunque con l’azione, il comportamento, le opzioni decisive riguardo a possibili stili di vita. Allora, non soltanto la gravosa questione dell’impiego di organismi geneticamente modificati in agricoltura o quella più generale delle manipolazioni del gene, ma anche altre, certamente contorte e per questo molto dibattute, troverebbero se non proprio una risoluzione, quanto meno una sorta di corretto paradigma di posizione e di comprensione. In questo mi rifaccio, da una punto di vista gnoseologico, al cosiddetto realismo ipotetico (nella fattispecie quello adottato da Konrad Lorenz e dai suoi allievi con la teoria evoluzionaria della conoscenza) e da un punto di vista ontologico, alla fenomenologia (intesa nel senso di comprensione del modo di essere degli enti, secondo la lezione di Martin Heidegger).
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