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Aqui y allà
vita e politica sottovoce
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Il film, opera prima, di Antonio Mendez Esparza vince la Sémaine de la critique. Tema il gettonatissimo mondo degli emigranti messicani negli Usa. Ma dal punto di vista del Messico.
Cristina Piccino - 30.05.2012
Messico, un villaggio come tanti, Pedro torna a casa dopo anni in America a lavorare. Le figlie lasciate piccoline sono cresciute, la più grande è un'adolescente, e guardano con curiosità quel padre alla cui assenza si erano ormai abituate. Pedro ama la musica, suona, canta, scrive canzoni, coi soldi messi da parte negli States compra gli strumenti per mettere su un gruppo coi vecchi amici e il fratello, tutti quelli che sono rimasti lì provando a sopravvivere in una precarietà affidata ai raccolti e un poco al caso. Teresa, la moglie, dorme vestita, convinta che a New York Pedro avesse altre donne. I giorni passano, Pedro rientra pian piano in quel quotidiano, nasce una nuova figlia, un parto complicato, Teresa ha bisogno di cure e medicine costose, i soldi non bastano e il lavoro non c'è... Rimane solo per tornare laggiù.
Aqui y Allà ha vinto il premio della critica - giuria presieduta dal cineasta francese Bertrand Bonello - della Sémaine de la critique, la sezione curata dai critici francesi, dedicata alle opere prime e seconde, alla cui guida quest'anno ha esordito Charles Tesson, storico, critico, direttore dei Cahiers du cinéma fino al 2003, Un passaggio importante e difficile, visto i trionfi della passata edizione, con una selezione di qualità alta che ha incassato molti premi: la Caméra d'or per l'opera prima a Las Acacias, il folgorante successo di La guerre est déclarée il film diretto da Valerie Donzelli in uscita nelle nostre sale, la scoperta con Take Shelter di Jack Nichols, quest'anno nel concorso ufficiale con Mud. Ho visto poco per valutare (gli altri film premiati sono Sophia's Last Ambulance e God's Neighbours) i tempi di Cannes, come tutti i grandi festival, sono strettissimi, ma certo gli abituali «sold out» della sala al palais Miramar, in ogni proiezione, dicono che almeno col pubblico la scommessa è vinta.
Aqui y Allà è un'opera prima, il regista, spagnolo, Antonio Mendez Esparza ha nella sua filmografia un cortometraggio, ma sa controllare con sensibilità la messinscena del suo racconto. E sposta il punto di vista rispetto a un soggetto che il cinema, nelle sue diverse forme, in questi anni ha trattato abbastanza spesso: l'immigrazione «clandestina» dei messicani negli Stati uniti. Quasi sempre però abbiamo visto «allà», il laggiù, stavolta invece vediamo l'«aqui», il qui, il Messico, cosa è la vita in un paese di montagna come Guerrero, le attese e le disillusioni, la vita affidata al raccolto che se è buono permette di andare avanti ma se no si rischia la fame. L'assenza di strutture, di uno stato che garantisca il minimo ai suoi cittadini... L'«aqui», che è il primo capitolo del film sono però anche gli istanti di gioia e di tenerezza, il sorriso di una festa e la melodia di una canzone, i rapporti familiari, la serenità di una passeggiata in barca. L'«allà» invece non lo vediamo mai, è l'orizzonte confuso di una vita che senza troppe spiegazioni capiamo durissima, senza documenti, e per certi aspetti ancora più instabile. Sono le voci nel telefono, ogni tanto lontane, e la promessa di un «ti aspetterò».
È un tono intimo il registro che conduce la storia, di un cinema «politico» senza clamori e senza retorica in cui si cerca di dare voce a quella realtà che le cronache, e spesso anche il cinema, lasciano da parte. La vita, le costrizioni, le assenze, con personaggi, i potenziali migranti, liberati dalle iconografie di un «genere». Antonio Méndez Esparza, ha cercato la verità delle sue immagini anche in un lungo lavoro documentario che ha portato avanti nel corso di molti anni con gli abitanti delle zone nel sud del Messico. E il film è punteggiato di personaggi che sembrano interpretare se stessi: la donna inconsolabile per la morte del figlio in esilio, l'anziana signora che dispone le sue esequie, i ragazzi del villaggio che sognano solo di partire. E l'incontro tra i due piani, la realtà e la sua messinscena, riesce a rendere il respiro della vita. Con le sue fragilità e gli equilibri incerti, imprevisto e incontrollabile.
Aqui y Allà ha vinto il premio della critica - giuria presieduta dal cineasta francese Bertrand Bonello - della Sémaine de la critique, la sezione curata dai critici francesi, dedicata alle opere prime e seconde, alla cui guida quest'anno ha esordito Charles Tesson, storico, critico, direttore dei Cahiers du cinéma fino al 2003, Un passaggio importante e difficile, visto i trionfi della passata edizione, con una selezione di qualità alta che ha incassato molti premi: la Caméra d'or per l'opera prima a Las Acacias, il folgorante successo di La guerre est déclarée il film diretto da Valerie Donzelli in uscita nelle nostre sale, la scoperta con Take Shelter di Jack Nichols, quest'anno nel concorso ufficiale con Mud. Ho visto poco per valutare (gli altri film premiati sono Sophia's Last Ambulance e God's Neighbours) i tempi di Cannes, come tutti i grandi festival, sono strettissimi, ma certo gli abituali «sold out» della sala al palais Miramar, in ogni proiezione, dicono che almeno col pubblico la scommessa è vinta.
Aqui y Allà è un'opera prima, il regista, spagnolo, Antonio Mendez Esparza ha nella sua filmografia un cortometraggio, ma sa controllare con sensibilità la messinscena del suo racconto. E sposta il punto di vista rispetto a un soggetto che il cinema, nelle sue diverse forme, in questi anni ha trattato abbastanza spesso: l'immigrazione «clandestina» dei messicani negli Stati uniti. Quasi sempre però abbiamo visto «allà», il laggiù, stavolta invece vediamo l'«aqui», il qui, il Messico, cosa è la vita in un paese di montagna come Guerrero, le attese e le disillusioni, la vita affidata al raccolto che se è buono permette di andare avanti ma se no si rischia la fame. L'assenza di strutture, di uno stato che garantisca il minimo ai suoi cittadini... L'«aqui», che è il primo capitolo del film sono però anche gli istanti di gioia e di tenerezza, il sorriso di una festa e la melodia di una canzone, i rapporti familiari, la serenità di una passeggiata in barca. L'«allà» invece non lo vediamo mai, è l'orizzonte confuso di una vita che senza troppe spiegazioni capiamo durissima, senza documenti, e per certi aspetti ancora più instabile. Sono le voci nel telefono, ogni tanto lontane, e la promessa di un «ti aspetterò».
È un tono intimo il registro che conduce la storia, di un cinema «politico» senza clamori e senza retorica in cui si cerca di dare voce a quella realtà che le cronache, e spesso anche il cinema, lasciano da parte. La vita, le costrizioni, le assenze, con personaggi, i potenziali migranti, liberati dalle iconografie di un «genere». Antonio Méndez Esparza, ha cercato la verità delle sue immagini anche in un lungo lavoro documentario che ha portato avanti nel corso di molti anni con gli abitanti delle zone nel sud del Messico. E il film è punteggiato di personaggi che sembrano interpretare se stessi: la donna inconsolabile per la morte del figlio in esilio, l'anziana signora che dispone le sue esequie, i ragazzi del villaggio che sognano solo di partire. E l'incontro tra i due piani, la realtà e la sua messinscena, riesce a rendere il respiro della vita. Con le sue fragilità e gli equilibri incerti, imprevisto e incontrollabile.




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