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Per un dialogo tra scienza e società civile
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Continua il diobattito promosso dalla Fondazione Diritti Genetici su Scienza, scientismo e democrazia. Oggi un'analisi sul crollo nella fiducia del progresso che si è verificato nel XX secolo.
Grazia Basile - 04.06.2012
* Professore associato di linguistica generale, università di Salerno
C’è stato un lungo periodo - grosso modo dall’Illuminismo alla metà del ventesimo secolo - contrassegnato da una sorta di fiducia assoluta nel potere della scienza: i progressi della scienza in tutti i settori erano considerati sinonimo di progresso, una sorta di grimaldello - come sottolinea Rita Levi-Montalcini (cfr. Levi-Montalcini, 1994: 37) - con cui scardinare gli effetti deleteri della superstizione e dell’ignoranza. Solo qualche voce isolata, come quella di Giacomo Leopardi in una delle sue liriche più famose La ginestra, si leva a parlare, non senza ironia, “dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”.
Bisogna però arrivare alla seconda metà del ventesimo secolo, senza purtroppo alcuna ironia, perché la fiducia riposta dalla società nella scienza subisca un drammatico crollo: ciò accade in seguito all’esplosione della bomba atomica nell’agosto del 1945 in Giappone che distrusse due città e causò la morte di centinaia di migliaia di persone. Nella società attuale ci sono anche altre ragioni, come ad esempio l’inquinamento atmosferico, le conseguenze dell’esplosione demografica per il nostro pianeta, la manipolazione genetica ecc., che, nondimeno, fanno spesso vacillare, presso tutti gli strati sociali dell’opinione pubblica, il senso di sicurezza e di fiducia negli effetti benefici e salvifici dei progressi scientifici determinando, per così dire, una rottura del contratto tra scienza e società (v. Levi-Montalcini, 1994: ibidem).
E la rottura di questo contratto tra scienza e società ci impone delle riflessioni accurate su che cosa vuol dire oggi fare scienza. Come è noto, quando parliamo di scienza in generale utilizziamo una sorta di termine ombrello che riguarda sia discipline che si occupano delle leggi che regolano i rapporti tra entità astratte (ad esempio la matematica), sia discipline che si occupano dello studio di entità inanimate (ad esempio la chimica o la geologia) come pure dell’osservazione del comportamento di entità animate (ad esempio la biologia) ecc. Nell’uso corrente, tuttavia, noi usiamo il termine scienza per riferirci anche alle applicazioni e ai sottoprodotti tecnologici che derivano dall’utilizzo delle conoscenze fisiche, chimiche, biologiche ecc. Più che di scienza sarebbe quindi più opportuno parlare di scienze, di saperi intrecciati a pratiche e ad applicazioni relativi alle varie sfere di esperienza della specie umana.
In generale, le scienze, i saperi scientifici, così come quelli filosofici, artistici, letterari ecc., costituiscono parte integrante della struttura delle società contemporanee e ne definiscono e influenzano la natura e gli sviluppi: esse insomma sono strettamente intrecciate alla nostra cultura, alle forme del nostro vivere sociale e alle nostre forme di comunicazione. Possiamo insomma sostenere che la scienza (o meglio le scienze), assieme all’arte, alla religione, alla politica, plasma il nostro modo di vedere il mondo, di pensare, di progettare, di pianificare ecc. Essa, insomma, assieme a saperi di altro genere, ci fornisce un sistema di simboli, concetti, valori che ci aiutano a dare un senso alla realtà, a cercare risposte alle nostre domande e, soprattutto, a formularne di nuove (v. Castelfranchi, Pitrelli, 2007: X). Vediamo in quali forme si definisce questa integrazione.
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