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Perché non si può andare avanti solo con hamburger. Parla Wam Kat, il cuoco che prepara pasti nell'assedio di Sarajevo come durante gli scontri tra manifestanti e polizia nel mondo
LUCA MORINO* - 04.06.2012
Wam Kat è un personaggio molto particolare nel pantheon della cucina internazionale. Olandese di nascita, grazie ai suoi genitori ha vissuto l’esperienza delle comunità hippie negli anni Settanta e si è avvicinato molto presto al mondo degli ambientalisti e dell’attivismo politico. Lo incontriamo mentre sta organizzando una grande cena degli avanzi. In testa ha il suo immancabile berretto nero di lana, lo sguardo è sereno e luminoso, come quello di un vecchio marinaio in una breve pausa sulla terraferma.
Quando è iniziata la tua avventura come cuoco di grani eventi?
Nei primi anni Ottanta, durante una grande manifestazione no nuke in Olanda; ci trovammo tre settimane prima a ragionare su dove sarebbero state messe le barricate, da dove sarebbero arrivati gli autobus. Erano tempi in cui tutti mangiavano ancora nei fast food perché vivevano nelle grandi città. Il cibo alternativo o biologico era qualcosa che apparteneva a una banda di idioti che venivano dalle campagne e nessuno aveva idea di come sfamare 15 000 persone. Decidemmo di cucinare e fare il lavoro gratis, la gente ci avrebbe dato quello che credeva più giusto. Ci presero per matti ma ci affidarono l’incarico. Ci lanciammo e, posso dirlo a distanza di 25 anni, credo che preparammo roba immangiabile, ma alle gente piacque e riuscimmo anche a pagare i contadini che ci avevano fatto credito. Poi, visto che ormai avevamo l’esperienza, ci hanno chiamato dalla Germania per occuparci del cibo in occasione di una grandissima manifestazione. Ed è così che è cominciato tutto.
Come eravate strutturati?
La cosa si ingrandì rapidamente, comprammo camion e attrezzature e iniziò l’esperienza del Collettivo Rampenplan che significa “pianificazione disastrosa” ed è la definizione ufficiale di catastrofi come Seveso. La nostra idea era che i maggiori disastri sono provocati dall’uomo, quindi occorreva ostacolare i progetti che ne erano all'origine, come impianti chimici o nucleari. Venivamo dall’università ma non avevamo fatto ancora nulla di pratico nella nostra vita. Il collettivo divenne molto conosciuto in Europa nell’ambito del movimento pacifista.
Hai mai partecipato ad azioni politiche qui in Italia?
Sì, durante il G8 di Genova e prima, negli anni Ottanta, ho avuto dei contatti con Lega Ambiente a Milano per parlare di piogge acide.
Il mondo dell’attivismo politico che significa anche giovani, squatters…
Sì, cuciniamo spesso tra gli squatters e la polizia, a volte siamo così in mezzo che avverto la polizia, dicendo che stiamo cucinando e che abbiamo pentoloni da 300 litri: se fanno qualche azione in quel momento noi abbiamo olio bollente che con gli idranti in azione potrebbe diventare molto pericoloso. Così chiediamo se dobbiamo cucinare prima o dopo, o fermarci e portare via tutto, informandoli che però ci vuole più di un’ora a "sgombrare l’olio"…
Quali sono le ricette che preparate in queste occasioni?
Le ricette sono molto semplici. I miei genitori erano artisti e negli anni Cinquanta l’arte non era uno dei modi con cui si facevano i soldi. Si costruirono la casa assieme ad altri 70 artisti e vivevano di quello che i mercati buttavano via, e in genere non era carne. Finita l’università, volevo capire meglio certi meccanismi e ho lavorato per due anni in una fabbrica di carne, anche se ero già vegetariano e ho trovato ulteriori motivazioni per continuare a esserlo. Poi, viaggiando per il mondo, ho visto un sacco di persone soffrire la fame e ho analizzato le implicazioni del consumare la carne in relazione alla distruzione del cibo. Noi cuciniamo solo ricette vegetariane o vegane, ma scelte restando vicini anche alle esigenze di chi normalmente mangia carne. Inoltre durante le manifestazioni la gente non vuole mangiare cibo particolarmente "esotico". Preferiscono mangiare quello che gli preparava la nonna. Quando arrivano gli idranti, o ci si prende una pausa dalle barricate, serve un posto dove trovare un grande papà o una grande mamma che si prenda cura di te e ci deve essere anche del buon cibo. La cosa divertente è che in Germania puoi preparare una semplicissima zuppa di patate e alla gente piace da matti.
Ho visto che hai un account su Twitter: che importanza credi che abbiano il web e la tecnologia in generale, in questo momento?
Ho scritto la mia tesi alla fine negli anni Settanta, i Pc quasi non esistevano ma pensavo che sarebbe venuto il tempo in cui sarebbero diventati un modo, attraverso le connessioni capillari, per controllare le persone, un po’ alla Grande Fratello, quindi ero fortemente contrario. Però, ancora prima che esistesse il web, era possibile utilizzare un sistema di mail attraverso la rete dell’università e io ho iniziato a comunicare con le persone in tutta Europa. Anche quando sono andato in Bosnia, era impossibile telefonare fuori dal paese: abbiamo creato una rete di computer denominata Zamir che significa “per la pace” e abbiamo formato il primo sistema di connessioni in una zona di guerra. Zamir è tuttora il secondo più grande provider della Croazia. Dopo queste esperienze ovviamente ho cambiato completamente la mia visione sull’argomento: il principio è «ingozza il mostro finché non scoppia!» perché tutte le informazioni possono essere filtrate, ma ci vuole qualcuno che poi le filtri, ed è un lavoro immane.
Tu vivi in un villaggio vicino a Berlino. Credi che solo le piccole comunità potranno sopravvivere?
Il nostro mondo, così come lo abbiamo vissuto negli ultimi decenni, sta collassando. Lo stile di vita è insostenibile e mi sono chiesto chi pagherà la mia pensione. La risposta è nei gruppi di persone che si autosupportano: in ogni zona si può produrre abbastanza cibo per sopravvivere, non c’è bisogno di mangiare banane o cibo che arriva dall’altra parte del pianeta. Non ci sarà più il carburante per trasportare tutti quei prodotti nei supermercati. La cosa più incredibile è che noi possiamo produrre cibo a sufficienza, ma stiamo sottoutilizzando il nostro territorio per produrre cose di cui non abbiamo bisogno mentre dobbiamo importare le altre. Questo significa che solo le piccole comunità potranno sopravvivere, non le singole persone.
Le grandi metropoli possono in qualche modo riprodurre questo modello?
Certamente, se iniziano a cooperare con la campagna. Durante l'assedio di Sarajevo, ad esempio, non si poteva far entrare nulla in città per cui il cibo era prodotto nello spazio urbano. Facemmo passare 20 tonnellate di semi sotto il naso dei serbi e la popolazione si mise a coltivarli. Dovunque ti girassi trovavi piante di pomodori, zucchini. Anche vicino alle trincee dove stavano i soldati. Ecco, questa è l’attitudine che dovrebbe ritrovare la gente nelle grandi metropoli. I fiori sono molto belli nei parchi, ma anche le verdure hanno il loro appeal! Occorre un’alternativa ai kebab, una formula per attivare una cooperazione tra i grossi centri urbani e le campagne. Per città come Torino, Roma o Milano è molto difficile trovare delle soluzioni a questi problemi ma, se si inizia ora, magari tra vent’anni si potranno vedere i primi risultati. Dopo oltre trent’anni di battaglie ora la gente inizia a dire che forse questi (cioè noi) non sono solo idioti che urlano nel deserto… Non c’è bisogno di una guerra, dovunque è possibile avvicinarsi a questo modo di ragionare e non si può andare avanti solo ad hamburger.
*Slow Food




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