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CINEMA - visioni
Il dolce rumore
della vita al cinema
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Roberto Silvestri
18.06.2012
Il regista di "Berlinguer ti voglio bene" è morto a 65 anni. Un artista "ibrido" e intellettuale in stato di allarme, tra film, regie teatrali, avventure spirituali e politiche.

Roberto Silvestri - 18.06.2012
«In quanto a pittare, pitta abbastanza bene... L'importante è che non si sporchi i calzoni». Così dopo questo parere illustre e spietato dell'amico di famiglia, il critico d'arte Roberto Longhi, Giuseppe Bertolucci - figlio di Attilio e fratello minore di Bernardo - lasciò i pennelli e scelse la poesia e il cinema per raccontare «nel suo tempo reale, il dolce rumore della vita». Ma anche per sporcarseli, quei calzoni, ancora di più, perché la vita è anche misteriosa, buia, dark... Nella sua breve magnifica vita - interrotta ieri, a Diso, in provincia di Lecce, a 65 anni, per un maledetto cancro improvvisamente fulminante - il cineasta parmigiano sarà dunque sempre un artista ibrido e un intellettuale in stato d'allarme: presidente della Cineteca di Bologna e responsabile della fondazione Pasolini; documentarista e insegnante; cineasta e esploratore dell'inconscio; militante "surreal-comunista" e regista teatrale; "profanatore" di Dersu Uzala (assieme a Kim Arcalli lo tagliano, per la versione italiana, di 15 minuti) e cavaliere della repubblica; psicanalista della scena e compagno da sempre di avventure spirituali e politiche con una delle più lucide e non riconciliate storiche e teoriche del cinema, Lucilla Albano. Certo quel papà poeta e cinefilo raffinato di Attilio Bertolucci non fu certo un macigno facile da scavalcare, ancorché meraviglioso... Bisogna incorporarli i «genitori», però anche superarli, "annientandone" limiti e pregiudizi di classe. Così, a livello di costituzione di immagine/tempo, Giuseppe procederà per sedimentazioni che s'intersecano in film ricchi e generosi, a significazioni plurime e a immagini "aperte". Il metodo, poetico, è quello "geologico-emozionale" del fratello e del padre. Raccontare sempre sul bordo dell'abisso, ai limiti di ciò che si conosce... Ma, coinvolto più in profondità di Bernardo dal 68, non si accontenterà di rielaborare l'epopea poetica di Attilio La camera da letto , nella sceneggiatura, scritta con il fratello in chiave di kolossal storico, di Novecento , le lotte contadine della prima metà del secolo scorso in Emilia. Infatti al più costoso film della nostra storia (fino al 1976), 4 miliardi di lire, affiancherà un suo making off in 16mm piuttosto particolare, ABCinema . E ribalterà, da situazionista gentile, quel set superbo e quel cast stellare (che Gianni Amelio invece solca con lo stupore cinephile, in Bertolucci secondo il cinema ) indagando cos'è il cinema, e come funziona il suo linguaggio, attraverso chi, dal cinema, è stato soltanto usato, come una muta comparsa. Così affida le indagini al furbo contadino Afro che, come il tenente Colombo, interroga (cos'è il carrello? il dolly? una panoramica?) senza complessi di inferiorità tutti, dal grande regista alla costumista snob, che lo ha vestito come uno straccione, dall'ispettore di produzione all'inebriato "mago del sole" Vittorio Storaro, che non dimentica di prendere in giro: «Che vuol dire che la luce deve avere un'energia "quasi" divina?». Come aiuto di Bernardo in Strategia del ragno (1970) anche Giuseppe ruba sul set tutti i trucchi del mestiere e nel 1971 realizza il mediometraggio I poveri muoiono prima seguito dal film tv Andare e venire . Ma sarà con la scoperta nelle salette teatrali off off della capitale, di Roberto Benigni, con cui scriverà il monologo del sottoproletario toscano Cioni Mario di Gaspare fu Giulia , tutto casa, casino e casa del popolo, che "pitterà" di insolita, terragna e sublime volgarità il migliore cinema (al grido di «mai più commedia all'italiana!») e la migliore televisione di quegli anni, che infatti ne censurerà un turpiloquio tanto elegante quanto mai annacquato e dunque pericoloso per le orecchie sporche del funzionario Rai (la bellezza non appartiene ai pulciosi), dirigendolo poi o scrivendo i soggetti e le sceneggiature dei classici dell'umorismo Berlinguer ti voglio bene (un film doc del '77), Televacca , Tu mi turbi, Non mi resta che piangere e TuttoBenigni (1986). L'altrettanto seria parte drammatica della sua carriera, la seconda, incrocia un paese dai motori gravemente inceppati e senza speranza, - finirà con Pasolini prossimo nostro (2006) ritroverà momenti di comicità sarcastica e tragica con Sabina Guzzanti ( Troppo sole , 1994) e con Diego Abatantuono/Laura Betti/Paolo Rossi ( I cammelli , 1986), affogati da un affresco non riuscito sul terrorismo, tutto femminile, Segreti segreti (1984), e poi sempre più colte dall'occhio del pittore, dai drammi espressionisti, indocili alla narrazione tradizionale e implacabilmente deviati, disturbati e malati Strana la vita , Amori in corso e Il dolce rumore della vita (1999). Molto più interessante il documentario commissionato da un Pci che poi non seppe che farsene, Panni sporchi (1980), sul popolo che abita le stazioni. Ecco qui né sguardo populista (il povero è l'eletto da dio) né lo spettacolo della miseria. Bertolucci filma gli umili come fossero grandi star. In spazi sontuosi come la hall di Shining . Anche se avevano i calzoni sporchi. Anticipando il miglior documentarismo contemporaneo. Quello di Pedro Costa.
 
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