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Alcune riflessioni aggiuntive su scienza e scientismo
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Continua il Forum promosso dalla fondazione Diritti Genetici su democrazia, scienza e scientismo.
Giovanni Monastra* - 18.06.2012
* Dirigente Dipartimento Tutela Ambientale e del Verde di Roma Capitale, Biologo, già Direttore Generale dell’INRAN
L’intervento di Mario Capanna offre molti spunti di riflessione sui rapporti tra scientismo, scienza e democrazia. Condivido l’impianto generale della puntuale e appassionata analisi condotta, specie nella parte di denuncia dei gravi e molteplici pericoli derivanti dalla presenza pervasiva dello scientismo nella società contemporanea, presenza che si coniuga assai strettamente con pesanti interessi economico-finanziari, dimostrando una forte sinergia tra le due componenti, che risultano reciprocamente funzionali.
Giustamente Mircea Eliade aveva parlato di una “terribile siccità della anime provocata dal trionfo dello scientismo e del positivismo” (M.Eliade, Giornale, Boringhieri, Torino 1976, p. 341), anche se forse si illudeva che fosse un fenomeno ormai superato. Nel testo di Capanna ritengo validissima l’affermazione della “inscindibilità del rapporto mezzo-fine”, anche se dubito che si possa affermare – un po’ troppo ottimisticamente – che il “cittadino comune”, inteso in senso generico, abbia compreso veramente tale aspetto.
Forse potremmo dire solo che la parte più avveduta e correttamente informata della società se ne sia resa conto. Ancora, è da sottoscrivere in pieno la frase: “i geni sono fondamentali. Ma: proprio in quanto è coscienza – e il risultato di relazioni molteplici – l’uomo è più dei suoi geni. Tutte le forme di vita sono più dei loro geni”. Il guaio è che oggi quasi tutti i genetisti condividono a parole tale asserzione, ma – nei fatti – la smentiscono. Infatti lo scientismo ha cambiato veste e ai giorni nostri si presenta in forme meno aggressive e grossolane rispetto a un passato abbastanza recente, ma più suadenti, quasi ammalianti, e, per questo, più pericolose (costituisce un aspetto del moderno “totalitarismo dolce”). E’ mutata la veste, non il contenuto.
Per questo alcuni studiosi credono che sia stato “superato” dalla storia, senza capire che ha semplicemente messo una nuova maschera, più adatta ai tempi, nel tentativo – a volte riuscito – di far credere di essere “scomparso”. Desidero anche ricordare una forse ovvia, ma fondamentale affermazione di Dulbecco, che Capanna giustamente fa sua: un’ipotesi scientifica diventa “una vera possibilità” solo dopo la conferma sperimentale, ma ciò non significa affatto che sia una certezza sulla quale ci si può basare senza mai poter nutrire dubbi, “perché la verità assoluta non si raggiunge mai”. Come scrive Capanna, il carattere delle “verità” scientifiche è ipotetico: esse “non sono mai inossidabili, inscalfibili e incontrovertibili, dunque mai date compiutamente una volta per tutte”. Esiste ed esisterà sempre la nostra ignoranza di alcuni aspetti essenziali all’interno del contesto globale: si tratta di un elemento costituzionalmente ineludibile, non solo per il passato, ma anche per il presente e (quasi sicuramente) per il futuro.
La complessità della realtà è enorme, e tende ad aumentare via via che la scienza la indaga. Solo un approccio derivante da una paradossale “metafisica del Progresso”, ingenua nel suo dogmatismo ottimista, può far trascurare o ignorare tutto ciò. Meno superbia e più umiltà sarebbero auspicabili in certi ambienti della ricerca, che vorrebbero ignorare il senso del limite, sia nei suoi aspetti pratici, sia in quelli etici. In risposta alla versione dura, iperazionale e onnipotente della scienza, andrebbe formulata una concezione più realistica e a dimensione umana, cioè intesa come “artigianato artistico” (cfr. A.Giuliani, Scienza: istruzioni per l’uso, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2010). Sollecitato dalle riflessioni di Capanna vorrei approfondire, nei limiti dello spazio disponibile, alcuni aspetti affrontati nel suo intervento. Nello specifico, intendo in primo luogo delineare i tratti principali di una definizione di “scienza”, proprio per meglio comprenderne il rapporto con lo scientismo e anche con l’idea “progressista”, che inevitabilmente postula un progresso al singolare, e, in secondo luogo, riconsiderare il tanto vituperato “antropocentrismo” nei suoi complessi e articolati rapporti culturali e sociali. Certo ci sarebbero molti altri punti da discutere e approfondire – e va a merito di Capanna averli posti al centro del nostro dibattito – ma in questa sede mi limiterò a trattare i due sopra menzionati, dando maggiore spazio al primo.
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