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CINEMA
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visioni
Un documentario animato
sull'adozione dei bambini di altri paesi
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"Coleur de peau: miel". Esce nelle sale cinematografiche di Francia e Belgio il documentario premiato dal pubblico al festival internazionale del film di animazione di Annacy.
Thomas Martinelli - 20.06.2012
Più di 200mila sono stati i bambini coreani sparsi nel mondo alla fine della guerra di Corea. Di questi, metà hanno trovato nuova accoglienza negli Usa, circa 4mila in Belgio e 13mila in Francia, seguita da Svezia e Danimarca. Un'ampia solidarietà internazionale quindi si è concretizzata con molteplici adozioni da parte di famiglie straniere. La soluzione però talvolta porta con sé il problema, e quelli dello sradicamento dalle proprie origini, del ritrovarsi diversi in una società nuova, del fantasma dei genitori biologici assenti ne sono il rovescio della medaglia. Lo sono stati per Jung, protagonista e co-regista con Laurent Boileau di Couleur de peau: Miel (Colore della pelle: Miele), film uscito la settimana scorsa nelle sale di Francia e Belgio.
Premiato dal pubblico come miglior lungometraggio dello scorso festival internazionale del film d'animazione di Annecy, si tratta di un documentario animato autobiografico che affronta con testimonianza diretta e ricostruzione mediante l'utilizzo di tecniche miste - disegno animato, inserti filmati di archivio, cinegiornali, super8 familiari- un tema universale complesso qual è quella dell'adozione di bambini di altri paesi. «Mi chiamo Jung. Sono nato da qualche parte in Corea. Ho lasciato il paese quando avevo 5 anni, quando qualcuno ha scritto su un foglio 'raccomandato per l'adozione'». Così apre il film la voce narrante che recita quella dell'autore. Nato a Seoul nel 1965 e adottato nel 1971 da una famiglia belga, Jung racconta il suo percorso ricco di esperienze e della consapevolezza dell'autore adulto di 42 anni, età in cui pubblicò il fumetto da cui è tratto il film. Dal suo arrivo nel nuovo ambito familiare, aperto, simpatico già costituito da una coppia con 3 figli naturali e che poi si arricchisce di un'altra bambina coreana, fino al suo ritorno da adulto in Corea del sud, il film ci fa entrare nella sua vita dal suo punto di vista. Dalla soggettiva di un esterno accolto e inserito in contesti diversi da quello delle origini, anche genetiche, con tutti i contrasti e le ambivalenze del caso.
Con rigorosa ricostruzione di un percorso, ma tanto partecipata fino a commuovere lo spettatore senza giocare su effetti pietistici di facile presa, Jung ci apre uno squarcio non solo sull'esodo particolare e traumatico di una generazione di piccoli coreani, ma su tutti coloro coinvolti in una piena adozione. Perché le differenze si fanno notare da subito e non solo per gli occhi a mandorla e il colore della pelle, ma per il primo assalto al bottiglione di cola trangugiata in un sol colpo. O nella tendenza ad accaparrare o accumulare furtivamente le cose, rischiando di trovarsi etichettato come «mela marcia», evidente frutto di carenze precedenti e della dura scuola di vita della sopravvivenza e dell'arte di arrangiarsi. Ma le differenze emergono a distanza anche nella terra «madre» per accorgersi di essere ormai straniero in patria, nel suo percorso a ritroso sulle tracce della madre biologica e delle radici perdute. In questo itinerario ci sono anche l'educazione sentimentale di Jung e la sua crescita artistica, documentata dai disegni stessi dell'autore. Molto accorta a questo scopo è la regia del coetaneo Boileau, per anni documentarista per le tv francesi, di cui non poca produzione è rivolta al mondo dei fumetti di cui è appassionato conoscitore.
I disegni caldi, raffinati e quasi innocenti, in dominante ambrata, illustrano l'arrivo di Jung, le prime curiosità dei fratellini per il nuovo arrivato, i giochi diversi da imparare, le simpatie e le frizioni (i fratellini asiatici si offendono a vicenda a suon di «limone» e «ciotola di riso»), lo scontro fra abitudini. Il rapporto di semi-innamoramento per la sorella (con il vantaggio di non essere esattamente fratello e sorella) e la ricerca di una propria identificazione tramite il kung-fu e l'immaginario nipponico (Astroboy, Mazinga) segnano il passaggio cruciale all'adolescenza. Fino alla crisi di rigetto che finalmente esplode con la necessità di andarsene da casa - casa?- e di imboccare l'abisso dell'autodistruzione, fortunatamente solo a base di riso al tabasco e ricomposta. Ma la panoramica conclusiva di casi veri di coreani adottati suicidi o disadattati riporta a riflettere molto sulla loro e nostr
Premiato dal pubblico come miglior lungometraggio dello scorso festival internazionale del film d'animazione di Annecy, si tratta di un documentario animato autobiografico che affronta con testimonianza diretta e ricostruzione mediante l'utilizzo di tecniche miste - disegno animato, inserti filmati di archivio, cinegiornali, super8 familiari- un tema universale complesso qual è quella dell'adozione di bambini di altri paesi. «Mi chiamo Jung. Sono nato da qualche parte in Corea. Ho lasciato il paese quando avevo 5 anni, quando qualcuno ha scritto su un foglio 'raccomandato per l'adozione'». Così apre il film la voce narrante che recita quella dell'autore. Nato a Seoul nel 1965 e adottato nel 1971 da una famiglia belga, Jung racconta il suo percorso ricco di esperienze e della consapevolezza dell'autore adulto di 42 anni, età in cui pubblicò il fumetto da cui è tratto il film. Dal suo arrivo nel nuovo ambito familiare, aperto, simpatico già costituito da una coppia con 3 figli naturali e che poi si arricchisce di un'altra bambina coreana, fino al suo ritorno da adulto in Corea del sud, il film ci fa entrare nella sua vita dal suo punto di vista. Dalla soggettiva di un esterno accolto e inserito in contesti diversi da quello delle origini, anche genetiche, con tutti i contrasti e le ambivalenze del caso.
Con rigorosa ricostruzione di un percorso, ma tanto partecipata fino a commuovere lo spettatore senza giocare su effetti pietistici di facile presa, Jung ci apre uno squarcio non solo sull'esodo particolare e traumatico di una generazione di piccoli coreani, ma su tutti coloro coinvolti in una piena adozione. Perché le differenze si fanno notare da subito e non solo per gli occhi a mandorla e il colore della pelle, ma per il primo assalto al bottiglione di cola trangugiata in un sol colpo. O nella tendenza ad accaparrare o accumulare furtivamente le cose, rischiando di trovarsi etichettato come «mela marcia», evidente frutto di carenze precedenti e della dura scuola di vita della sopravvivenza e dell'arte di arrangiarsi. Ma le differenze emergono a distanza anche nella terra «madre» per accorgersi di essere ormai straniero in patria, nel suo percorso a ritroso sulle tracce della madre biologica e delle radici perdute. In questo itinerario ci sono anche l'educazione sentimentale di Jung e la sua crescita artistica, documentata dai disegni stessi dell'autore. Molto accorta a questo scopo è la regia del coetaneo Boileau, per anni documentarista per le tv francesi, di cui non poca produzione è rivolta al mondo dei fumetti di cui è appassionato conoscitore.
I disegni caldi, raffinati e quasi innocenti, in dominante ambrata, illustrano l'arrivo di Jung, le prime curiosità dei fratellini per il nuovo arrivato, i giochi diversi da imparare, le simpatie e le frizioni (i fratellini asiatici si offendono a vicenda a suon di «limone» e «ciotola di riso»), lo scontro fra abitudini. Il rapporto di semi-innamoramento per la sorella (con il vantaggio di non essere esattamente fratello e sorella) e la ricerca di una propria identificazione tramite il kung-fu e l'immaginario nipponico (Astroboy, Mazinga) segnano il passaggio cruciale all'adolescenza. Fino alla crisi di rigetto che finalmente esplode con la necessità di andarsene da casa - casa?- e di imboccare l'abisso dell'autodistruzione, fortunatamente solo a base di riso al tabasco e ricomposta. Ma la panoramica conclusiva di casi veri di coreani adottati suicidi o disadattati riporta a riflettere molto sulla loro e nostr





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