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EDITORIALE
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Trappola a Viale Mazzini
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NORMA RANGERI - 05.07.2012
Con scatto da velocista, la seconda carica dello stato scende in campo e, in due ore, nomina un nuovo membro della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Un blitz clamoroso dettato dall'improvvisa scelta antiberlusconiana di un parlamentare del Pdl. Lo sconosciuto senatore, Paolo Amato, aveva appena annunciato di voler votare in dissenso dall'indicazione del gruppo, seminando il panico. Per far quadrare i voti e assicurare ai berlusconiani la maggioranza nel futuro Cda della televisione pubblica, il flemmatico Schifani ha battuto tutti i record. Costi quel che costi, anche che la questione si trasformi nell'incidente rischioso per la tenuta del governo.
Se non si trattasse della più grande azienda culturale del paese, questo balletto attorno all'esangue cavallo di viale Mazzini sarebbe farsesco. Da alcuni giorni il governo ha indicato presidente, direttore generale e rappresentante del tesoro. Il Pd, dopo il balletto dell'Aventino, ha deciso infine di partecipare al voto a favore di Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi. Ma la guerriglia tra le famiglie del centrodestra impedisce di dare alla Rai un governo e così continua l'agonia dell'azienda. L'annuncio del passaggio di Michele Santoro a La7 è un altro, brutto colpo alla credibilità e alla qualità. Alla fine a restare attaccati all'impresa sono solo i debiti.
Per come è fatta l'Italia, il piccolo schermo resta il pilastro della comunicazione, la base della formazione del consenso politico per la maggioranza degli elettori. Nonostante la progressione importante degli utenti della rete, siamo ancora un paese con un forte deficit digitale, e la piaga dell'analfabetismo diffuso, come ci ricorda il professor Tullio De Mauro, chiude il cerchio.
Monti o non Monti, il conflitto di interessi è sempre lì, lavora ogni giorno e presto inizierà a fare gli straordinari. Svoltata l'estate, entreremo in campagna elettorale e avere la bestia addomesticata non ha prezzo. Non si può rischiare di restituire il servizio pubblico alla sua missione di agente primario della crescita del paese, è proibito affidare alla televisione il compito di informare i cittadini. Per impedirlo non fa velo al presidente del senato di esibirsi in un imbarazzante pronto soccorso berlusconiano, contro la libertà di mandato di un parlamentare, coinvolgendo in questa partita la seconda carica della repubblica.
In queste ore attorno alla Rai si è innescato un clamoroso terremoto istituzionale. Il presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, parla di situazione «intollerabile», il presidente della camera di atto «inaudito». Bersani, insieme a Casini, chiede il commissariamento dell'azienda, dimenticando la pantomima che andò in scena quando un parlamentare del centrosinistra della Vigilanza, Riccardo Villari, votò in dissenso dagli ordini di scuderia e, tra scomuniche e tentativi di sostituirlo, la Commissione restò paralizzata per molto tempo. Come sempre, la situazione politica italiana è grave ma non è seria.
Se non si trattasse della più grande azienda culturale del paese, questo balletto attorno all'esangue cavallo di viale Mazzini sarebbe farsesco. Da alcuni giorni il governo ha indicato presidente, direttore generale e rappresentante del tesoro. Il Pd, dopo il balletto dell'Aventino, ha deciso infine di partecipare al voto a favore di Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi. Ma la guerriglia tra le famiglie del centrodestra impedisce di dare alla Rai un governo e così continua l'agonia dell'azienda. L'annuncio del passaggio di Michele Santoro a La7 è un altro, brutto colpo alla credibilità e alla qualità. Alla fine a restare attaccati all'impresa sono solo i debiti.
Per come è fatta l'Italia, il piccolo schermo resta il pilastro della comunicazione, la base della formazione del consenso politico per la maggioranza degli elettori. Nonostante la progressione importante degli utenti della rete, siamo ancora un paese con un forte deficit digitale, e la piaga dell'analfabetismo diffuso, come ci ricorda il professor Tullio De Mauro, chiude il cerchio.
Monti o non Monti, il conflitto di interessi è sempre lì, lavora ogni giorno e presto inizierà a fare gli straordinari. Svoltata l'estate, entreremo in campagna elettorale e avere la bestia addomesticata non ha prezzo. Non si può rischiare di restituire il servizio pubblico alla sua missione di agente primario della crescita del paese, è proibito affidare alla televisione il compito di informare i cittadini. Per impedirlo non fa velo al presidente del senato di esibirsi in un imbarazzante pronto soccorso berlusconiano, contro la libertà di mandato di un parlamentare, coinvolgendo in questa partita la seconda carica della repubblica.
In queste ore attorno alla Rai si è innescato un clamoroso terremoto istituzionale. Il presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, parla di situazione «intollerabile», il presidente della camera di atto «inaudito». Bersani, insieme a Casini, chiede il commissariamento dell'azienda, dimenticando la pantomima che andò in scena quando un parlamentare del centrosinistra della Vigilanza, Riccardo Villari, votò in dissenso dagli ordini di scuderia e, tra scomuniche e tentativi di sostituirlo, la Commissione restò paralizzata per molto tempo. Come sempre, la situazione politica italiana è grave ma non è seria.





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