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Un horror show per la Rai:
i berlusconiani scatenano Schifani
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Fronda nel Pdl che rischia di perdere la maggioranza. Per mantenere la presa sul cda il presidente del senato sostituisce il ribelle Paolo Amato e Fini va allo scontro istituzionale.
ANDREA FABOZZI - 05.07.2012
Tutto per un consigliere di amministrazione in più o in meno a viale Mazzini. Dopo mesi di proroghe e rinvii, con l'azienda a rischio fallimento, il blocco berlusconiano decide di giocare in un colpo solo le ultime carte per mantenere la presa sulla tv pubblica. Ne viene fuori uno scontro istituzionale violentissimo tra Fini e Schifani. Non solo. Nella stessa giornata si assiste anche al blocco della commissione di vigilanza, a una spaccatura mai così esplicita all'interno del gruppo del Pdl con tanto di denuncia di «complotti», al clamoroso strappo delle regole e della prassi da parte di Schifani che nel giro di pochi minuti sostituisce il senatore colpevole di non seguire gli indirizzi del Pdl con uno più docile. Ma adesso tutto è più difficile. La vigilanza torna a votare stamattina, a oltranza. Ogni decisione sulle nuove nomine rischia però di essere trascinata in tribunale. E si fanno più forti le richieste al governo perché intervenga nominando un commissario.
Dopo essere riusciti a far saltare le due votazioni di martedì sera, ieri mattina i deputati e senatori del Pdl in commissione vigilanza scoprono di avere un dissidente al loro interno. È il senatore Paolo Amato, fiorentino, anima repubblicana e berlusconiano della prima ora che però da mesi ha rotto con il vecchio amico Denis Verdini, ha buoni rapporti con i finiani e compare in tutte le fronde del Popolo della libertà. Amato annuncia che voterà la candidata di Di Pietro e Futuro e libertà, la cattolica Flavia Piccoli Nardelli. Al blocco Pdl-Lega sfugge così la quarta poltrona del cda Rai, su sette di nomina parlamentare. La maggioranza teorica (ci sono anche i due consiglieri di nomina del ministero dell'economia, che ha già indicato Marco Pinto e la presidente Annamaria Tarantola) passa così al Pd e ai centristi. Inaccettabile per Berlusconi e il suo conflitto di interessi. Si scatena il senatore Gasparri, quello che insieme al candidato a rischio del Pdl, Antonio Pilati, ha scritto la legge che impone la lottizzazione partitica. Il capogruppo del Pdl annuncia le dimissioni di Amato dal partito, spiega anche che lo sostituirà e nel frattempo chiede di bloccare le votazioni in commissione. Dalla richiesta si passa ai fatti: i venti commissari del Pdl e della Lega disertano la riunione, si aggiunge il radicale Beltrandi e così manca il numero legale. «L'ho fatto perché sono contrario al metodo lottizzatorio - spiega il radicale, sotto attacco da parte del Pd che lo indicato in vigilanza e che però sa bene di non poterlo sostituire - i partiti non hanno voluto esaminare i curriculum che sono pervenuti e mi chiedono di scegliere al buio».
Il presidente del senato Schifani interviene per salvare dal panico i berlusconiani. Si ricorda di una vecchia richiesta di un drappello di fuoriusciti Pdl e decide di sostituire in corsa Amato nominando in vigilanza il capogruppo di «Coesione nazionale». Pasquale Viespoli. Che, con grande fiuto, aveva accennato in aula alla faccenda sospesa da mesi per essere accontentato meno di un'ora dopo. Non è quello che aveva chiesto Gasparri, lui voleva un altro del Pdl al posto del traditore «che si è prestato a un complotto», ma poi se lo dimentica e difende la scelta di Schifani. Scelta «inaudita» perché sospetta nei tempi, come dirà poi Fini, scatenando il più duro scontro istituzionale mai visto. Ma i precedenti sono discordanti. Se è vero che per risolvere il caso del presidente Villari si dovette chiedere a tutti i componenti della vecchia vigilanza di dimettersi, non esistendo la possibilità di revoca della commissione, è vero anche che Villari stesso (e con lui il solito radicale) non si dimise ma fu sostituito comunque da Fini e Schifani, allora in sintonia.
Fini attacca, «il presidente del senato deve spiegare», e Schifani si difende, «sono sereno, ho rispettato le regole». Monta una rissa verbale nella quale si distinguono gli ex An, a corollario dichiarazioni sempre più preoccupate e gravi degli altri partiti. Bersani senza se e Casini con qualche ma chiedono al governo di intervenire e commissariare viale Mazzini. Il governo tace, la decisione pesa tutta sulle spalle di Monti, presidente del Consiglio e ministro dell'economia. Mentre i berlusconiani esplodono le loro ultime munizioni, dall'uscio di viale Mazzini arriva surreale il racconto della presidente «in pectore» Tarantola e del direttore generale «in pectore» anche lui Luigi Gubitosi che sarebbero «già al lavoro». È per tenere il punto su questi due nomi che Monti ancora non interviene a fermare la devastazione della tv pubblica. Oltre che per non giocarsi definitivamente l'appoggio di Berlusconi. Ma se lo stallo continuasse il commissariamento sarebbe inevitabile. L'iniziativa tocca ai rappresentanti del centrosinistra, a questo punto potrebbero essere loro a bloccare la commissione di vigilanza.
Dopo essere riusciti a far saltare le due votazioni di martedì sera, ieri mattina i deputati e senatori del Pdl in commissione vigilanza scoprono di avere un dissidente al loro interno. È il senatore Paolo Amato, fiorentino, anima repubblicana e berlusconiano della prima ora che però da mesi ha rotto con il vecchio amico Denis Verdini, ha buoni rapporti con i finiani e compare in tutte le fronde del Popolo della libertà. Amato annuncia che voterà la candidata di Di Pietro e Futuro e libertà, la cattolica Flavia Piccoli Nardelli. Al blocco Pdl-Lega sfugge così la quarta poltrona del cda Rai, su sette di nomina parlamentare. La maggioranza teorica (ci sono anche i due consiglieri di nomina del ministero dell'economia, che ha già indicato Marco Pinto e la presidente Annamaria Tarantola) passa così al Pd e ai centristi. Inaccettabile per Berlusconi e il suo conflitto di interessi. Si scatena il senatore Gasparri, quello che insieme al candidato a rischio del Pdl, Antonio Pilati, ha scritto la legge che impone la lottizzazione partitica. Il capogruppo del Pdl annuncia le dimissioni di Amato dal partito, spiega anche che lo sostituirà e nel frattempo chiede di bloccare le votazioni in commissione. Dalla richiesta si passa ai fatti: i venti commissari del Pdl e della Lega disertano la riunione, si aggiunge il radicale Beltrandi e così manca il numero legale. «L'ho fatto perché sono contrario al metodo lottizzatorio - spiega il radicale, sotto attacco da parte del Pd che lo indicato in vigilanza e che però sa bene di non poterlo sostituire - i partiti non hanno voluto esaminare i curriculum che sono pervenuti e mi chiedono di scegliere al buio».
Il presidente del senato Schifani interviene per salvare dal panico i berlusconiani. Si ricorda di una vecchia richiesta di un drappello di fuoriusciti Pdl e decide di sostituire in corsa Amato nominando in vigilanza il capogruppo di «Coesione nazionale». Pasquale Viespoli. Che, con grande fiuto, aveva accennato in aula alla faccenda sospesa da mesi per essere accontentato meno di un'ora dopo. Non è quello che aveva chiesto Gasparri, lui voleva un altro del Pdl al posto del traditore «che si è prestato a un complotto», ma poi se lo dimentica e difende la scelta di Schifani. Scelta «inaudita» perché sospetta nei tempi, come dirà poi Fini, scatenando il più duro scontro istituzionale mai visto. Ma i precedenti sono discordanti. Se è vero che per risolvere il caso del presidente Villari si dovette chiedere a tutti i componenti della vecchia vigilanza di dimettersi, non esistendo la possibilità di revoca della commissione, è vero anche che Villari stesso (e con lui il solito radicale) non si dimise ma fu sostituito comunque da Fini e Schifani, allora in sintonia.
Fini attacca, «il presidente del senato deve spiegare», e Schifani si difende, «sono sereno, ho rispettato le regole». Monta una rissa verbale nella quale si distinguono gli ex An, a corollario dichiarazioni sempre più preoccupate e gravi degli altri partiti. Bersani senza se e Casini con qualche ma chiedono al governo di intervenire e commissariare viale Mazzini. Il governo tace, la decisione pesa tutta sulle spalle di Monti, presidente del Consiglio e ministro dell'economia. Mentre i berlusconiani esplodono le loro ultime munizioni, dall'uscio di viale Mazzini arriva surreale il racconto della presidente «in pectore» Tarantola e del direttore generale «in pectore» anche lui Luigi Gubitosi che sarebbero «già al lavoro». È per tenere il punto su questi due nomi che Monti ancora non interviene a fermare la devastazione della tv pubblica. Oltre che per non giocarsi definitivamente l'appoggio di Berlusconi. Ma se lo stallo continuasse il commissariamento sarebbe inevitabile. L'iniziativa tocca ai rappresentanti del centrosinistra, a questo punto potrebbero essere loro a bloccare la commissione di vigilanza.





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