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Biancaneve e il cacciatore
l'orgoglio guerriero delle principesse
l'orgoglio guerriero delle principesse
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Nel rovesciamento degli stereotipi, tornano creature dotate di un sé e non più «prede» Fumetto e fiaba resuscitano: l'America non ha passato e s'inventa il suo medioevo distillando il dna dal cinema
MARIUCCIA CIOTTA - 10.07.2012
Estate al cinema, Los Angeles non ferma la fabbrica hollywoodiana e si adorna di mega insegne pubblicitarie, più che manifesti, arredi urbani svettanti sulle costruzioni basse della città, infinito tappeto di box con giardinetti fioriti e colibrì vibranti tra gli alberi di pepe. Nell'aria l'eco del terremoto Obama dopo il via libera della Corte suprema che ha materializzato lo spettro dello stato sociale, e frantumato il simulacro del «fai-da-te», ovvero morire è giusto se non hai da pagarti l'ospedale. Un consulto al pronto soccorso, in assenza di assicurazione sanitaria, parte dalla tariffa di 600 dollari, così che le persone si lasciano marcire fino all'ultimo secondo per ottenere l'assistenza salva-vita gratuita. La rivoluzione simbolica della legge Obama, che qualcuno cataloga come poca cosa, è deflagrante e riguarda l'idea di un mondo immateriale dove tutto può accadere, e dove il profitto, la carta di credito del moribondo pretesa prima dell'intervento operatorio, scade di livello. Non è più il compasso con il quale misurare la vita.
Il cinema riceve un beneficio da questa fine-mondo. E non solo per il salato biglietto d'ingresso (lievitato con il 3D) ma per l'attrazione rinnovata verso l'impossibile-plausibile, che mai come adesso imperversa. È l'ora dei supereroi mascherati, Spiderman, Avengers e Batman, e delle principesse guerriere, Biancaneve e il cacciatore e Brave, tutte persone «non esistenti», strappate al fumetto e alla fiaba e restituite in carne e ossa. Paradossale, visto che a portarle in vita è il digitale. Dopo il «trucco» dei sette nani di Snow white and the Huntsman che incolla sul corpo di uomini alti mezzo metro le teste di grandi attori (Bob Hoskins, etc) senza soluzione di continuità, tutto è possibile.
In questi film c'è l'ansia di riaffermare il cinema come «arte realistica», e cancellare dal pubblico l'impressione di assistere a una seduta spiritica ogni volta che si immerge in un sala buia. Il film è coscienza fluente, si insinua come un Blob negli interstizi della mente e del corpo, così che alla noia di queste produzioni per adulti interrotti, fantasie infantili da album dei ricordi, subentra un interrogativo. Perché questa valanga di titoli tratti dalla collezione Marvel, da Captain America alla Lanterna verde, da l'uomo ragno all'uomo pipistrello? O derivanti dalla mitologia greca, cento, mille Thor? O dai classici dei Grimm? L'America non ha «storia» e vuole un medioevo tutto per sé, e vuole anche i dinosauri camminare sui prati di Jurassic Park, e può farlo distillando il dna dal cinema, manipolando la provetta genetica del reale, superando tutti nella tecnica dei pixel, la «particella di dio» che plasma nuove forme animate. Ed ecco allora i capelli rossi e riccioluti di Merida, la principessa di Brave, lungometraggio d'animazione Pixar, lanciato a livello planetario in un'anteprima miliardaria a Edimburgo, dimostrare il primato dello studio di John Lasseter. Ogni singolo capello si muove, si scompiglia quando la pupattola dalla bianca faccia tonda, tutt'altro che antropomorfa, sembra un palloncino gonfiato, si agita e tira con l'arco. L'accostamento tra l'assolutamente falso, il personaggio disegnato grossolanamente al computer, e l'assolutamente vero, il dettaglio umano, è un po' il sintomo di questa ossessione. Si dichiara l'inesistenza del soggetto e al tempo stesso le sue doti di Frankenstein. Esso vive.
Vive Biancaneve nella versione di Rupert Sanders che, al contrario del Mirror Mirror di Tarsen Singh, commedia arty-burlesque con Julia Roberts, prende sul serio l'inarrivabile cartoon disneyano, e lo scardina dal testo originale in un lungo percorso di evocazioni cinematografiche, passando di genere in genere, di film in film, nel tentativo di mutare la principessa della leggenda in una creatura dotata di un sé. Kristen Stewart la «ragazza della porta accanto» della saga Twilight incontrando il soprannaturale si ridefinisce umana, ed elimina la fama della zuccherosa innocente preda della Regina Grimilde.
«Essere Biancaneve» significa combattere contro il Regno dittatoriale e repressivo, il potere assoluto del Castello. E se Disney la dotava dell'arma della bellezza e dell'arte, nella versione live la principessa oltraggiata maneggia una spada. La stessa lama rotante impugnata dall'eroina scozzese di Brave, che ha inorgoglito il nord nazionalista dell'isola britannica (prodigo in finanziamenti e feste d'accoglienza), tanto da eleggerlo a manifesto della riscossa anti-inglese già nel titolo che rievoca l'impresa del Braveheart di Mel Gibson (e non l'eccentrica regia, prima e ultima, di Johnny Depp). Paradossale, appunto. Il più «inconsistente» dei film diventa bandiera della Scozia, e fa passare la «morale» che le tradizioni non vanno respinte ma rinnovate, adeguate ai tempi. Merida, l'adolescente ribelle, la Sissy indomabile, cavallerizza, maschiaccia, tiratrice infallibile, si rifiuta di seguire gli insegnamenti della madre regina e di sposare uno dei tre rampolli insulsi degli Higland Clans, ma poi accetterà la legge del Regno con i dovuti aggiornamenti: seguire il proprio cuore e scegliere il proprio destino, coniuge compreso.
Interessante notare che la regista è stata estromessa da Lasseter in dirittura d'arrivo, e anche se il boss Disney/Pixar la rivendica come prima donna a dirigere un cartoon (purtroppo è vero, nonostante l'eccellenza di una disegnatrice disneyana come Mary Blair), Brenda Chapman (resta nei credits accanto alla new entry Mark Andrew) ha dovuto rinunciare alla sua coltre di neve con cui intendeva ricoprire i paesaggi. Chapman pensava a un effetto fiabesco dove collocare il suo scontro madre/figlia, un nucleo nero, avvincente e selvaggio, rimasto in fondo al film con la metamorfosi della regina trasformata in orso da una strega, su richiesta di Merida. L'incantesimo però supererà i desideri della ragazzina, costretta poi a ricucire un arazzo di famiglia e anche «il legame strappato dall'orgoglio». La Scozia è salva. Perché John Lasseter ha voluto inquadrare Stonehenge in un tempo intorno all'anno Mille con le tecniche del cinema-verità? Impressionano le riprese del territorio scozzese, «fotografato» più che dipinto, e si capisce come l'ex creativo di Wall-E, nonostante la conversione al business, abbia intuito il valore perverso del vero/falso. Brave, la stilizzata figuretta digitale, si muove fuori dalla fiaba. E, vedremo Spiderman e Batman, uscire dal fumetto per consegnarsi all'attualità, come fa l'altra principessa armata, Kristen Stewart-Biancaneve dall'espressione fissa e mutante di chi ha attraversato lo specchio di Alice, sensibile a ogni luccichìo dello schermo, dove si alternano schegge del Signore degli anelli, battaglie cruente da film epico, apparizione incantate di Miyazaki, documentari etnici, fantasy, melodramma, silly simphonies... Un film stratificato, compendio di tutto l'archivio cinematografico, interpretato magistralmente dalla giovane attrice, allenata alla doppia natura di donna/vampira, mentre Charlize Theron, la matrigna, resta prigioniera di una performance scolastica, costretta ogni volta a giustificare l'Oscar di Monster, la Bella capace di imbruttirsi e urlare a tal punto da disgustare lo Specchio delle mie brame.
Nella qualità variabile di questi titoli ispirati a «modelli» per sub-adolescenti, stereotipi e simboli centenari, c'è il tentativo di misurarsi con le trasformazioni del visivo, di assumere i fantasmi impalpabili del cinema che mentre rischia la dissolvenza analogica si presenta come l'unico strumento in grado di restituire corpo all'anima, di accogliere l'ibrido in tutte le sue declinazioni. E di dimostrare che non ci sono barriere tra desideri e conquiste.
Il cinema riceve un beneficio da questa fine-mondo. E non solo per il salato biglietto d'ingresso (lievitato con il 3D) ma per l'attrazione rinnovata verso l'impossibile-plausibile, che mai come adesso imperversa. È l'ora dei supereroi mascherati, Spiderman, Avengers e Batman, e delle principesse guerriere, Biancaneve e il cacciatore e Brave, tutte persone «non esistenti», strappate al fumetto e alla fiaba e restituite in carne e ossa. Paradossale, visto che a portarle in vita è il digitale. Dopo il «trucco» dei sette nani di Snow white and the Huntsman che incolla sul corpo di uomini alti mezzo metro le teste di grandi attori (Bob Hoskins, etc) senza soluzione di continuità, tutto è possibile.
In questi film c'è l'ansia di riaffermare il cinema come «arte realistica», e cancellare dal pubblico l'impressione di assistere a una seduta spiritica ogni volta che si immerge in un sala buia. Il film è coscienza fluente, si insinua come un Blob negli interstizi della mente e del corpo, così che alla noia di queste produzioni per adulti interrotti, fantasie infantili da album dei ricordi, subentra un interrogativo. Perché questa valanga di titoli tratti dalla collezione Marvel, da Captain America alla Lanterna verde, da l'uomo ragno all'uomo pipistrello? O derivanti dalla mitologia greca, cento, mille Thor? O dai classici dei Grimm? L'America non ha «storia» e vuole un medioevo tutto per sé, e vuole anche i dinosauri camminare sui prati di Jurassic Park, e può farlo distillando il dna dal cinema, manipolando la provetta genetica del reale, superando tutti nella tecnica dei pixel, la «particella di dio» che plasma nuove forme animate. Ed ecco allora i capelli rossi e riccioluti di Merida, la principessa di Brave, lungometraggio d'animazione Pixar, lanciato a livello planetario in un'anteprima miliardaria a Edimburgo, dimostrare il primato dello studio di John Lasseter. Ogni singolo capello si muove, si scompiglia quando la pupattola dalla bianca faccia tonda, tutt'altro che antropomorfa, sembra un palloncino gonfiato, si agita e tira con l'arco. L'accostamento tra l'assolutamente falso, il personaggio disegnato grossolanamente al computer, e l'assolutamente vero, il dettaglio umano, è un po' il sintomo di questa ossessione. Si dichiara l'inesistenza del soggetto e al tempo stesso le sue doti di Frankenstein. Esso vive.
Vive Biancaneve nella versione di Rupert Sanders che, al contrario del Mirror Mirror di Tarsen Singh, commedia arty-burlesque con Julia Roberts, prende sul serio l'inarrivabile cartoon disneyano, e lo scardina dal testo originale in un lungo percorso di evocazioni cinematografiche, passando di genere in genere, di film in film, nel tentativo di mutare la principessa della leggenda in una creatura dotata di un sé. Kristen Stewart la «ragazza della porta accanto» della saga Twilight incontrando il soprannaturale si ridefinisce umana, ed elimina la fama della zuccherosa innocente preda della Regina Grimilde.
«Essere Biancaneve» significa combattere contro il Regno dittatoriale e repressivo, il potere assoluto del Castello. E se Disney la dotava dell'arma della bellezza e dell'arte, nella versione live la principessa oltraggiata maneggia una spada. La stessa lama rotante impugnata dall'eroina scozzese di Brave, che ha inorgoglito il nord nazionalista dell'isola britannica (prodigo in finanziamenti e feste d'accoglienza), tanto da eleggerlo a manifesto della riscossa anti-inglese già nel titolo che rievoca l'impresa del Braveheart di Mel Gibson (e non l'eccentrica regia, prima e ultima, di Johnny Depp). Paradossale, appunto. Il più «inconsistente» dei film diventa bandiera della Scozia, e fa passare la «morale» che le tradizioni non vanno respinte ma rinnovate, adeguate ai tempi. Merida, l'adolescente ribelle, la Sissy indomabile, cavallerizza, maschiaccia, tiratrice infallibile, si rifiuta di seguire gli insegnamenti della madre regina e di sposare uno dei tre rampolli insulsi degli Higland Clans, ma poi accetterà la legge del Regno con i dovuti aggiornamenti: seguire il proprio cuore e scegliere il proprio destino, coniuge compreso.
Interessante notare che la regista è stata estromessa da Lasseter in dirittura d'arrivo, e anche se il boss Disney/Pixar la rivendica come prima donna a dirigere un cartoon (purtroppo è vero, nonostante l'eccellenza di una disegnatrice disneyana come Mary Blair), Brenda Chapman (resta nei credits accanto alla new entry Mark Andrew) ha dovuto rinunciare alla sua coltre di neve con cui intendeva ricoprire i paesaggi. Chapman pensava a un effetto fiabesco dove collocare il suo scontro madre/figlia, un nucleo nero, avvincente e selvaggio, rimasto in fondo al film con la metamorfosi della regina trasformata in orso da una strega, su richiesta di Merida. L'incantesimo però supererà i desideri della ragazzina, costretta poi a ricucire un arazzo di famiglia e anche «il legame strappato dall'orgoglio». La Scozia è salva. Perché John Lasseter ha voluto inquadrare Stonehenge in un tempo intorno all'anno Mille con le tecniche del cinema-verità? Impressionano le riprese del territorio scozzese, «fotografato» più che dipinto, e si capisce come l'ex creativo di Wall-E, nonostante la conversione al business, abbia intuito il valore perverso del vero/falso. Brave, la stilizzata figuretta digitale, si muove fuori dalla fiaba. E, vedremo Spiderman e Batman, uscire dal fumetto per consegnarsi all'attualità, come fa l'altra principessa armata, Kristen Stewart-Biancaneve dall'espressione fissa e mutante di chi ha attraversato lo specchio di Alice, sensibile a ogni luccichìo dello schermo, dove si alternano schegge del Signore degli anelli, battaglie cruente da film epico, apparizione incantate di Miyazaki, documentari etnici, fantasy, melodramma, silly simphonies... Un film stratificato, compendio di tutto l'archivio cinematografico, interpretato magistralmente dalla giovane attrice, allenata alla doppia natura di donna/vampira, mentre Charlize Theron, la matrigna, resta prigioniera di una performance scolastica, costretta ogni volta a giustificare l'Oscar di Monster, la Bella capace di imbruttirsi e urlare a tal punto da disgustare lo Specchio delle mie brame.
Nella qualità variabile di questi titoli ispirati a «modelli» per sub-adolescenti, stereotipi e simboli centenari, c'è il tentativo di misurarsi con le trasformazioni del visivo, di assumere i fantasmi impalpabili del cinema che mentre rischia la dissolvenza analogica si presenta come l'unico strumento in grado di restituire corpo all'anima, di accogliere l'ibrido in tutte le sue declinazioni. E di dimostrare che non ci sono barriere tra desideri e conquiste.





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