ai tempi della "tecno-scienza"
La tua analisi muove da posizioni che sono quelle classiche della filosofia politica. E come tale si articola su categorie che fanno riferimento al rapporto scienza-democrazia, tecnologia-potere politico e più in generale leggono il tema dello scientismo all’interno della dialettica tra poteri che informa di sé una società strutturata e complessa. Tale approccio è legittimo ma non esaurisce la questione, dato il carattere proteiforme e stratificato delle relazioni che intercorrono tra la scienza e il potere politico in tutte le sue espressioni: organizzazioni di massa, organi dello stato, assemblee elettive etc…. I temi posti dalla “tecno-scienza” vengono declinati in riferimento alle esigenze più diverse (tutela della salute, ambiente, sviluppo produttivo etc…), coinvolgendo livelli differenti sui quali si articola la partecipazione alla res pubblica. A quale livello si situa (dovrebbe situarsi) il luogo di mediazione e di verifica? Quale è il contesto istituzionale chiamato a dirimere sulle contraddizioni cui fai riferimento? Per considerare un esempio concreto, valga per tutti il caso degli OGM, discussi e normati in corrispondenza di livelli diversi (assemblee regionali, nazionali ed europee), che pur tuttavia non hanno saputo tra loro né dialogare né trovare momenti di sintesi. Di regola abbiamo potuto assistere a come enti diversi abbiano finito con l’assumere posizioni e decisioni diametralmente opposte, ingenerando confusione legislativa e smarrimento nell’opinione pubblica. In altre parole, siamo sicuri che la articolazione della democrazia attraverso gli assetti che ha saputo darsi possa poi concretamente dare una risposta e confrontarsi nel merito delle contraddizioni sollevate dalla “tecno-scienza”? Probabilmente manca un ambito specifico entro il quale dibattere della questione e che disponga dei mezzi – legislativi e culturali – indispensabili ad assumere poi le necessarie decisioni. Una sorta di “Agenzia della Scienza”, così come esiste quella per l’Agro-alimentare o lo Spazio. Invero, la democrazia non si esaurisce nei suoi organi “istituzionali”, per quanto rappresentativi essi possano essere. C’è tuttavia da dubitare della bontà del giudizio che i cittadini, in quanto tali, possano maturare su argomenti di tal fatta, considerando sia lo stato di analfabetismo scientifico di massa tuttora perdurante, sia la facile manipolabilità del consenso per il tramite di una informazione mediatica che è per lo più carente, inadeguata e tendenziosa. Peraltro nutro molti e fondati dubbi sulle virtù taumaturgiche che potrebbero scaturire dal pronunciamento delle masse, come del resto mi sembra emergere dalla vicenda dei recenti referendum. In sintesi: i luoghi di formazione del consenso politico, così come sono venuti istituzionalizzandosi in Occidente, non danno oggi garanzie che questioni di tal fatta possano essere affrontate con la competenza, il rigore e il tempismo richiesti.





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