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sociale
Alemanno vuole vendere Acea
e spera nel Consiglio di Stato
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Oggi la sentenza del tribunale amministrativo sugli odg delle opposizioni. «Nessun dubbio politico» sulla sua delibera numero 32 con la quale vorrebbe dismettere una quota del 21% di Acea
Eleonora Martini - 24.07.2012
La tracotanza mostrata da Gianni Alemanno subito dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha abrogato le norme di privatizzazione dei servizi locali, è sparita. «Nessun dubbio politico» sulla sua delibera numero 32 con la quale vorrebbe dismettere una quota del 21% di Acea, la multiutility romana di gestione del servizio idrico ed elettrico, lasciando nelle mani dell'amministrazione pubblica una golden share del 30%. L'ostacolo semmai, a suo dire, è tutto «tecnico»: «Stiamo facendo una valutazione tecnica degli impatti giuridici della sentenza della Consulta e completeremo questo lavoro domani (oggi, per chi legge, ndr), in concomitanza con la decisione del Consiglio di Stato».
Sì, perché ci sono altre due spade di Damocle sulla testa del sindaco di Roma e della sua maggioranza: il giudizio della corte suprema amministrativa previsto per oggi, appunto, e quello del Tar del Lazio atteso per domani. Entrambi i tribunali amministrativi, sollecitati da differenti ricorsi, si esprimeranno nel merito alla stessa vicenda: la procedura con la quale la maggioranza in Campidoglio ha accantonato i 2.400 ordini del giorno, contrari alla vendita dell'Acea, presentati dalle opposizioni (Pd, Udc, Sel, Action e Lista civica), rinviandone il voto a dopo l'approvazione della delibera stessa. Già la scorsa settimana, il Consiglio di Stato aveva sospeso temporaneamente la delibera 32 (fino a questa mattina) ritenendo l'azione della maggioranza in Aula illegittima nei confronti dei partiti d'opposizione.
Ieri sera, dunque, il sindaco ha riunito il quartier generale del Pdl romano, insieme agli assessori di competenza e ai consulenti, per quella «valutazione tecnica» che, secondo Umberto Marroni, capogruppo del Pd in Campidoglio, si ridurrebbe solo ad «un'altra truffa d'aula». In realtà, la delibera andrebbe perlomeno riscritta (se non ritirata) in quanto nelle premesse e nel dispositivo si fa riferimento esplicito all'articolo 4 della legge 138/2011, quello abrogato dalla Corte costituzionale. E sono stati proprio i giudici costituzionalisti, infatti, a dire che la legge 138/2011 (e le sue successive modificazioni), malgrado escluda dalle liberalizzazioni i servizi idrici, è in netto contrasto col responso referendario sull'acqua pubblica.
Quindi, argomenta Marroni, se Fassino a Torino «sbaglia a insistere nella privatizzazione dei servizi locali, anche se ha già detto che non venderà oltre il 49%, in modo da mantenere sempre il controllo pubblico», secondo il capogruppo del Pd romano «Alemanno sragiona proprio, perché un conto è pensare di alienare una parte di alcuni servizi e tutt'altra cosa è pensare di privatizzare la maggioranza del servizio di gestione idrica, dopo che 1.200.000 romani hanno detto esplicitamente no». Ragionamenti, questi, che Alemanno giudica «demagogici», tanto da far «somigliare il Pd al Pci degli anni '70». Ma anche la maggioranza non è del tutto compatta: l'ala aennina del Pdl, per esempio, non ci sta a vendere un'azienda in attivo: «Meglio mantenere il controllo», ha sempre suggerito, inascoltato, Fabio Rampelli.
Piuttosto, continua Marroni, «Alemanno ritiri la delibera 32, abbandoni la sua ridicola propaganda e apra una seria discussione sulle proposte che il Pd e le opposizione fanno da mesi sul bilancio, una manovra economica che la città aspetta da oltre 7 mesi». Insieme a Udc, Action e Lista civica, infatti, il Pd ha «proposto tagli agli sprechi di oltre 40 milioni, e una serie di provvedimenti, anche strutturali, per aumentare le entrate e far entrare nelle casse del Campidoglio circa 400 milioni».
È l'unica soluzione per fare cassa, a dire dei democratici, perché «la sentenza della Consulta è senza dubbio la pietra tombale del progetto di vendita di Acea».
Sì, perché ci sono altre due spade di Damocle sulla testa del sindaco di Roma e della sua maggioranza: il giudizio della corte suprema amministrativa previsto per oggi, appunto, e quello del Tar del Lazio atteso per domani. Entrambi i tribunali amministrativi, sollecitati da differenti ricorsi, si esprimeranno nel merito alla stessa vicenda: la procedura con la quale la maggioranza in Campidoglio ha accantonato i 2.400 ordini del giorno, contrari alla vendita dell'Acea, presentati dalle opposizioni (Pd, Udc, Sel, Action e Lista civica), rinviandone il voto a dopo l'approvazione della delibera stessa. Già la scorsa settimana, il Consiglio di Stato aveva sospeso temporaneamente la delibera 32 (fino a questa mattina) ritenendo l'azione della maggioranza in Aula illegittima nei confronti dei partiti d'opposizione.
Ieri sera, dunque, il sindaco ha riunito il quartier generale del Pdl romano, insieme agli assessori di competenza e ai consulenti, per quella «valutazione tecnica» che, secondo Umberto Marroni, capogruppo del Pd in Campidoglio, si ridurrebbe solo ad «un'altra truffa d'aula». In realtà, la delibera andrebbe perlomeno riscritta (se non ritirata) in quanto nelle premesse e nel dispositivo si fa riferimento esplicito all'articolo 4 della legge 138/2011, quello abrogato dalla Corte costituzionale. E sono stati proprio i giudici costituzionalisti, infatti, a dire che la legge 138/2011 (e le sue successive modificazioni), malgrado escluda dalle liberalizzazioni i servizi idrici, è in netto contrasto col responso referendario sull'acqua pubblica.
Quindi, argomenta Marroni, se Fassino a Torino «sbaglia a insistere nella privatizzazione dei servizi locali, anche se ha già detto che non venderà oltre il 49%, in modo da mantenere sempre il controllo pubblico», secondo il capogruppo del Pd romano «Alemanno sragiona proprio, perché un conto è pensare di alienare una parte di alcuni servizi e tutt'altra cosa è pensare di privatizzare la maggioranza del servizio di gestione idrica, dopo che 1.200.000 romani hanno detto esplicitamente no». Ragionamenti, questi, che Alemanno giudica «demagogici», tanto da far «somigliare il Pd al Pci degli anni '70». Ma anche la maggioranza non è del tutto compatta: l'ala aennina del Pdl, per esempio, non ci sta a vendere un'azienda in attivo: «Meglio mantenere il controllo», ha sempre suggerito, inascoltato, Fabio Rampelli.
Piuttosto, continua Marroni, «Alemanno ritiri la delibera 32, abbandoni la sua ridicola propaganda e apra una seria discussione sulle proposte che il Pd e le opposizione fanno da mesi sul bilancio, una manovra economica che la città aspetta da oltre 7 mesi». Insieme a Udc, Action e Lista civica, infatti, il Pd ha «proposto tagli agli sprechi di oltre 40 milioni, e una serie di provvedimenti, anche strutturali, per aumentare le entrate e far entrare nelle casse del Campidoglio circa 400 milioni».
È l'unica soluzione per fare cassa, a dire dei democratici, perché «la sentenza della Consulta è senza dubbio la pietra tombale del progetto di vendita di Acea».




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