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SIRIA - mondo
Tutti i mujahedin del mondo
e gli Stati uniti approvano
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Michele Giorgio
24.07.2012
In un paese sempre più isolato, si sta concentrando il jihad mondiale. L'Unione europea rafforza le sanzioni. Ma nessuno vuol vedere il vero scontro: quello tra sunniti e sciiti, che non fa prigionieri

Michele Giorgio - 24.07.2012
Le autorità siriane ostentano tranquillità. Tra poco la situazione tornerà normale a Damasco, prevede il governo che, rispondendo agli avvertimenti americani (e israeliani), fa sapere che userà le armi chimiche «solo» di fronte ad un attacco esterno. Certo il regime è ancora solido, controlla gran parte della situazione sul terreno. Per questo ridimensiona la portata dell'attentato a Damasco di una settimana fa - che ha decapitato i vertici della difesa e della sicurezza - e il significato dell'operazione «Vulcano a Damasco e terremoto in Siria», lanciata da almeno 5mila ribelli armati, forti delle «consulenze» di agenti di servizi segreti stranieri che da mesi operano in Siria. Il regime può ancora permettersi di rispedire al mittente l'ultima risoluzione della Lega araba che propone al presidente Bashar Assad «una via d'uscita sicura» (non fare la stessa fine del libico Muammar Gheddafi), in cambio di un abbandono immediato della scena. Eppure se anche l'Aeroflot, la compagnia di bandiera russa, sospenderà i voli per Damasco (dal 6 agosto), vuol dire che l'isolamento della Siria sta per diventare totale.
Una concentrazione di forze senza precedenti si è messa in azione per abbattere il regime di Assad, in un modo o nell'altro, aggirando i veti russi e cinesi all'Onu che hanno impedito sino ad oggi un attacco Nato o di «Volenterosi», sul modello libico. Colpendo ancora una volta a senso unico, l'Unione europea ieri ha deciso di estendere le sanzioni contro la Siria, rafforzando in particolare l'embargo in vigore sulle armi. Da oggi inoltre sarà effettivo il congelamento dei beni e il blocco dei visti, e nuovi nomi si aggiungeranno ai 129 che già sono sulla "lista nera" di Bruxelles. Vogliamo «mettere in guardia contro un'ulteriore militarizzazione del conflitto in Siria... abbiamo preso passi concreti per limitare i rifornimenti che alimentano i combattimenti», ha spiegato il «ministro degli esteri» dell'Ue, Catherine Ashton.
Ma come si fa a impedire un'ulteriore militarizzazione senza agire contro entrambe le parti in guerra? È davanti agli occhi di tutti, il salto di qualità fatto dall'«Esercito libero siriano» (Els), la milizia dei ribelli, grazie ai rifornimenti clandestini di armi che passano dai confini con Turchia, Libano e Giordania. In mancanza di un blocco anche di questi rifornimenti (e dei milioni di dollari messi a disposizione dei ribelli da alcune delle petromonarchie del Golfo), non è credibile una cessazione dei combattimenti. Ignorare la composizione degli schieramenti in campo e le motivazioni più ampie che spingono i siriani a massacrarsi tra di loro, non fa altro che aggiungere danno a danno. Per una volta occorre riconoscere al nostro ministro degli esteri, Giulio Terzi, che pure è noto per le sue dichiarazioni a senso unico e incaute, di aver detto (ieri) una verità incontestabile: «Siamo in una situazione di guerra civile (in Siria) e c'è ampio spazio perchè le organizzazioni jihadiste mettano radici nel paese».
Bisogna dirlo con chiarezza: oggi in Siria non è in corso una lotta per la democrazia e i diritti. Le proteste viste nei primi mesi a Damasco, Deraa e altre città e villaggi (represse brutalmente dal regime), la partecipazione di dissidenti storici a quelle manifestazioni, sono un lontano ricordo. A dettare il ritmo della guerra civile è il confronto tra le forze islamiste sunnite e la minoranza alawita (sciita) al potere sin dai tempi di Hafez Assad, padre dell'attuale presidente, e alleata con le altre minoranze (cristiani inclusi). Su queste due parti agiscono gli interessi di potenze regionali e internazionali.
I media di vari paesi ne parlano, non quelli italiani, per evitare che questa verità entri in conflitto con la visione data fino ad oggi «di un popolo unito in lotta contro il brutale dittatore sostenuto solo dai suoi servizi segreti». Sunniti e alawiti si massacrano in Siria, entrambe le parti attuando forme di pulizia etnica (non solo il regime, come sostiene Terzi) in varie aree del paese. Gli «shabiha» al servizio del regime si occupano di «ripulire» villaggi e piccoli centri bombardati in precedenza dall'esercito senza fare molta differenza tra combattenti e civili. I ribelli sunniti non usano certo i guanti di velluto quando catturano o si trovano di fronte i soldati «nemici» e i sostenitori del regime, anche quando sono dei civili.
Migliaia di mujahedin, di combattenti islamici affluiscono in Siria. Gli americani lo sanno e di fatto approvano, perché ora l'obiettivo è far cadere Assad. Questi mujahedin hanno preso parte alla «battaglia di Damasco» e partecipano ora all'operazione «al Furqan» lanciata dai ribelli ad Aleppo. Era accaduto in Afghanistan e poi in Iraq. Arrivano dalla Libia, dall'Arabia saudita, dall'Egitto, dall'Iraq, dal Libano, dalla Cecenia e da molti altri paesi. Persino dall'enclave spagnola di Ceuta in Marocco. Ma nei casi di Afghanistan e Iraq, l'internazionale jihadista combatteva contro l'occupazione straniera (russa e americana). La Siria invece è un paese islamico. Perché scelgono il «martirio» contro Assad? Perché l'Islam sunnita, nelle sue forme più radicali, non riconosce agli sciiti e altre minoranze musulmane una piena appartenenza alla nazione islamica. Per i salafiti che affollano i ranghi delle formazioni qaediste, gli sciiti con i loro riti «strani» e le loro credenze «particolari» di fatto sono dei «pagani». A costoro non interessano democrazia e diritti e ancora meno le sofisticate argomentazioni del dissidente di sinistra Michel Kilo su di un regime che nega la libertà e che il socialismo lo vede solo con il binocolo. Il loro unico fine è restituire al sunnismo la Siria. È ciò che predicano gli sceicchi della rivolta da Homs e Aleppo fino a Riyadh passando per Doha. «La Jihad contro Assad è un dovere islamico», proclamò lo scorso febbraio Hammam Said, dei Fratelli musulmani siriani. Un appello che hanno raccolto 6mila jihadisti stranieri, secondo altre fonti 10mila.
Assad presto o tardi cadrà, la sentenza in realtà è scritta già da anni, da quando il presidente siriano tradendo molte speranze ha riformato solo il sistema economico in senso liberista (a danno di milioni di lavoratori siriani), senza toccare il sistema politico e istituzionale. Ma al suo posto non vedremo Michel Kilo e i suoi compagni di lotte decennali.
 
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